sabato, 18 agosto, 2018
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MOSTROCALIGOLA - regia Roberto Bonaventura

"MostroCaligola", regia Roberto Bonaventura "MostroCaligola", regia Roberto Bonaventura

dal Caligola di Albert Camus
Regia di Roberto Bonaventura
Interpreti: Monia Alfieri, Gianluca Cesale e (forse) Giuseppe Giamboi
Scrittura scenica della compagnia, foto Giuseppe Contarini
Aiuto regia Martina Morabito
Produzione: Il Castello di Sancio Panza-Messina

ai Magazzini del sale 27 e 28 gennaio 2018

www.Sipario.it, 30 gennaio 2018

È la terza volta che Roberto Bonaventura mette in scena MostroCaligola, giocando sempre più a togliere a levare buona parte del testo di Albert Camus. Un personaggio evidentemente che attrae il regista messinese che per lui - come da sottotitolo - è un mostro per avere amato troppo.. Credo che stavolta gli è venuto bene lo spettacolo ai Magazzini del Sale del Teatro dei Naviganti di Messina, anche perché adesso è tornato all'ovile del Castello di Sancio Pancia, Giuseppe Giamboi, un attore diabolico che per motivi personali s'è dovuto allontanare dalle scene, serbando, chi scrive, netto il ricordo d'una sua singolare prova ad uno spettacolo, diretto sempre da Bonaventura, che si chiamava I microzoi di Beniamino Joppolo. Come si sa Caligola è stato il terzo imperatore romano, appartenente alla dinastia giulio-claudia, uno dei personaggi più controversi della storia, per come ha governato brutalmente, per il suo folle amore verso uomini e cose, manifestato sempre con una logica spietata. Svetonio e gli storici del tempo lo dipingono come un pazzo, pronto ad uccidere chiunque per una quisquilia. Albert Camus deve aver trovato il personaggio rispondente alla sua visione di teatro, meritevole d'una pièce, scritta in 20 anni in tre diverse versioni, ( quella definitiva è del 1958, mentre la "prima" andò in scena a Parigi nel 1945, al Théâtre Hébertot con Gérard Philipe nei panni dell'imperatore romano) al punto che il Caligola, insieme a Lo straniero e Il mito di Sisifo può essere ascritta alla cosiddetta trilogia dell'assurdo. Una trilogia che è una sorta di viaggio in questo scoppiato mondo, che la regia di Bonaventura evidenzia a chiare lettere, intrecciando la propria visione teatrale col pensiero esistenzialista di Camus, che intende il Caligola "come una ri-unione tra attori e pubblico semplicemente perché il mondo così com'è non è sopportabile, gli uomini muoiono e non sono felici". Comincia così questo terzo MostroCaligola, come un incontro-dibattito dei tre attori (Giuseppe Giamboi, Monia Alfieri, Gianluca Cesale), coordinato dal Bonaventura che legge un'intervista rilasciata da Camus per il quale il teatro è felicità, rispetto ai drammi che vivono gli uomini. Nessuno del pubblico interviene, (forse colto da panico) ed ecco marciare lo spettacolo su due binari distinti ma convergenti: quello testuale, ridotto all'essenziale, infarcito da percussioni e da musiche pop tratte da alcuni cd titolati Caligola, e le immagini di violenza e di morte che il cinema, la televisione e i social-media ci propinano tutti i giorni. Immagini, sotto forma di piani sequenza, che lo stesso Bonaventura proietta sui muri in mattoni dello spazio scenico: come quei quattro teppistelli con stivaletti, tuta bianca. bombetta, e manganello di Arancia meccanica di Kubrik che ammazzano di legnate un povero vecchio o quelle cariche di poliziotti su studenti o operai che la tv ci propina all'ora di pranzo o quelle altre passarelle di politici e giornalisti sapientoni che sanno tutto-di-tutto, sorvolando ciò che avvenuto ad Auschwitz, in Ruanda, in Bosnia Erzegovina, in Eritrea, in Siria e in altri luoghi, dimenticandosi di dire chi era in quei luoghi il Caligola di turno. Immagini di violenze efferate, di stupri, di assassini compiuti con nonchalance dal nostro imperatore romano che addirittura dice di volere la luna perché le cose così come sono sulla terra non gli bastano più: ormai cerca qualcosa non più di questo mondo. Una vita di noia, di banalità, di atti inconsulti, di pranzi e cene servite con grande charme da un Giamboi in vestito beige, camicia gialla come la cravatta; interviste di annunciatrici che badano solo al proprio look, rese con grande ilarità da Monia Alfieri, diventata quasi una pin-up tutta smorfie. E quando lei stessa si tramuta in un'attrice intervistata da un Cesale in vestito arancio come la camicia chiusa da una cravatta rossa, alla domanda cosa prova in scena?, la star da strapazzo o strapazzata risponde di ricordare solo le parole. Rispolverando il testo di Camus è giusto ricordare che dopo la morte della sorella Drusilla, con la quale intratteneva una relazione incestuosa, Caligola diventa un pazzo lucidissimo. Ogni sua azione, sovverte e distrugge gli ordinamenti politici ed etici di Roma. Sbeffeggia i senatori e condanna a morte chi vuole senza alcuna ragione. Decide pure di chiudere i granai e far soffrire di fame i suoi cittadini romani. Un'esecrabile cattiveria soltanto per esercitare il potere, solo per conoscere l'entità e l'estensione di tutto ciò che gli è possibile compiere. Caligola sostanzialmente è un uomo molto capriccioso ed è per questo che vuole primeggiare e dominare su tutti, esprimendo così ciò che ognuno di noi desidererebbe essere e fare, ovvero quello di avere il potere di ergersi su tutta l'umanità per sopraffarla e vincerla. Il Caligola di Camus in concreto esercita una volontà fine a se stessa, il potere per il potere. Ma il potere fine a se stesso è nulla. Ed è proprio per questo, in ultima analisi, che Caligola può essere pensato come un superuomo assurdo: perché esercita il suo potere per nulla, che ha come fine il nulla. Lo spettacolo di Bonaventura è vertiginoso come le montagne russe d'un luna park, in cui Giamboi e Cesale si mischiano con le immagini proiettate su quei muri rossi, scambiandosi pure il ruolo di Caligola, un doppio che diventa una forza di scrittura drammaturgica e che esprime il superuomo nietzschiano fallito o, meglio, assurdo.

Gigi Giacobbe

Ultima modifica il Giovedì, 01 Febbraio 2018 09:01

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