martedì, 20 febbraio, 2018
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MARITI E MOGLI - regia Monica Guerritore

"Mariti e mogli", regia Monica Guerritore "Mariti e mogli", regia Monica Guerritore

tratto dal film omonimo di Woody Allen

adattato e diretto da Monica Guerritore

con Monica Guerritore, Francesca Reggiani

e con Ferdinando Maddaloni, Cristian Giammarini
e con Enzo Curcurù, Lucilla Mininno, Malvina Ruggiano, Angelo Zampieri
scene Giovanni Licheri, Alida Cappellini
costumi Valter Azzini
luci PaoIo Meglio
traduzione Giorgio Mariuzzo
aiuto regia Lisa Angelillo
direttore di allestimento Marco Parlà
direttore di scena Raffaele D'Alesio
fonico Paolo Baldini
sarta Paola Landini
assistente alla regia Ludovica Coni Nievo
fotografo Giovanni Chiarot
ufficio stampa Viola Sbragia
produzione a.Artisti Associati/Pierfrancesco Pisani/Parmaconcerti
Arezzo, Teatro Petrarca, 2-3 dicembre 2017
Roma, Teatro Quirino, dal 5 al 17 dicembre
- Firenze, Teatro della Pergola dal 28 dicembre 2017 al 3 gennaio 2018 (in tournée)

www.Sipario.it, 18 dicembre 2017
www.Sipario.it, 4 dicembre 2017
 
Monica Guerritore "rivisita" la sceneggiatura del celebre film di Allen

Osservi e partecipi (in 'full immersion' generazionale) alla traduzione scenica di "Mariti e Mogli" ed, istintivamente, il pensiero va a Fernado Pessoa, alle rarefazioni del suo intelletto, alla percezione dell' imprevedibile (che "non è mai" gradita sorpresa), alle finzioni dei tanti non-luoghi con cui si camuffa la sua carnale Lisbona, profumata di oceano. E capisci che non sono gli anni a "passare", ma siamo noi a "restituirli" al tempo cui appartengono (che ne è padre-padrone). Il quale, a suo piacimento, può fuggir via senza lasciare traccia o, proditoriamente, stazionare in quella dimensione stranita e straniante che, per convenzione, definiamo (e liquidiamo) quale "eterno presente". Che è cappa soffocante, galassia implosiva, gabbia fisica e mentale da cui si evade a brandelli. Ed all'interno della quale, come nelle insidiose "ronde" intuite da Schnitzler ed Ophuls, diventa aleatorio, indeterminato, dolorosamente intercambiabile il gioco dei ruoli, della funzioni, delle passioni tristi, di un' ars- amandi velleitaria, insolente, spesso avvilente.

Credo che sia netta e tangibile, nell'adattamento scenico (volutamente?) 'sottotono' elaborato (con zelo) da Monica Guerritore dalla sceneggiatura cinematografica di Woody Allen, questa percezione di vacuità, di fatui egoismi e rivalse coniugali . Che sfibrano, ma danno sostanza ad una sfiducia cronica-ontologica sull'inespugnabilità del rapporto a due, sui giuramenti adolescenziali e fideistici. Nei quali – e in senso lato- vanno puntualmente a sbriciolarsi le umane promesse (e annesse relazioni), i patti e le ipoteche dei giorni, degli anni a venire- esposti a quella che, da giovane, mi capitò di definire "libero mercato delle attrazioni" (quasi una giostra di passeggere 'meraviglie'), il cui solo modo per sottrarsene è la vita da appartati, l'indifferenza dei 'dissanguati', l' adeguarsi a uno scorrimento metodico e reggimentale. E guai a sgarrare, svignarsela o abiurare, se non si vuole che i poligoni d'amore diventino (efferati) poligoni di tiro "al più vulnerabile". Come '"sintagmi, appigli, pozzanghere di vita" che iniziano da fenditure del desiderio- del capriccio, dell'attrazione impertinente, simultanea- ma che hanno "compiutezza" solo nel dolore arrecato, incidentalmente, inesorabilmente, al partner (di turno).
Pianificando una regia basata sulle unità di luogo e di tempo (onde evitare, ed è bene, una scialba 'illustrazione' del film) Monica Guerritore fa in modo che la "falla" dei destini intrecciati (ove chi ha deciso di lasciarsi non lo farà, e chi vorrebbe restare si allontanerà) accada in una sorta di "trappola per topi" non tanto dissimile dall'imprinting di Agatha Christie: notte piena e atro salone "che con il passare delle ore diventerà una sala da ballo, una sala d'attesa, un ristorante deserto" ove le "piccole anime borghesi e insoddisfatte girano e rigirano" in fuga da una banalità che è loro consustanziale. Più che a Bergman o Strindberg, l'atmosfera di penombre, singulti di gioia e inanità pregresse rimanda ai "reclusori" di Cechov, alle sue vite (e ville) di campagna, in uggia per le mondanità cittadine cui sommessamente si anela (..a Mosca, a Mosca..).
Sicchè, mentre la danza si spegne, e All of me di Louis Armstrong, Sing Sing Sing di Benny Goodman sono il requiem dei 'supersiti', la (nostra) memoria del cinema non può fare a meno di riannodare la breve, immensa distanza che, nella filmografia di Allen, intercorre tra "Crimini e Misfatti" (1989) e "Mariti e Mogli" (1992). Dalle felpate, ferali sequenze del primo (quando la relazione clandestina fra uomo e donna sfocia nella "semplicità del delitto") alle accomodanti, distratte digressioni di memoria (con slittamenti di auto.inganno) che sono- fra celie e morbide crudeltà- 'frantumati frammenti' del vivere in due ("fra tanti, allegri amici") del Grande Inganno. Del quale la visione della Guerritore ha come soggezione, timore, recondito ossequio. Per osare di frantumarlo per quello che è: uno zoo di vetro, soffiato ed evaporato prima che tutto abbia inizio.

Angelo Pizzuto

Mariti e mogli di Monica Guerritore: una battaglia amorosa a colpi di anca

Mariti e mogli si apre in una grande stanza, in cui un gruppo di amici settimanalmente si ritrova per fare le prove di una coreografia che probabilmente non andrà mai in scena. Fuori è in corso un temporale e, come un fulmine distruttivo, Sally e Jack portano una notizia inaspettata: hanno deciso di separarsi, o meglio, di prendersi una pausa di riflessione. Judy rimane sconvolta, quasi tradita, per non aver saputo prima ciò che stava attraversando la coppia, o forse solo perché la decisione della migliore amica fa crollare tutte le sue certezze legate al matrimonio con il marito. La pioggia si fa sempre più insistente e ormai diventa impossibile per gli otto presenti uscire a cena fuori. L'unica soluzione è trascorrere tutta la notte insieme a mangiare cibo cinese e tracannare vino rosso nella sala da ballo, la cui luce illumina a intermittenza, a mostrare inaspettatamente ciò che finora è stato nascosto e che adesso è giunta l'ora di svelare. Tradimenti, amanti, desideri intimi e profondi, verità segrete verranno alla luce sconvolgendo l'apparente armonia. Simbolo di una realtà che finora è stata offuscata e adesso viene presentata nei suoi aspetti più logori è lo specchio opaco nel fondo della stanza, che non mostra mai nitidamente le figure riflesse. A fare da contraltare a questa immagine spenta è la danza, accompagnata da All of me di Louis Armstrong o Sing Sing Sing di Benny Goodman: la danza come soluzione ai problemi, medicina, catarsi, come dialogo sincero tra corpi, seduzione, sesso. Quando i personaggi ballano rimangono sospesi, in bilico tra passato, presente e futuro, conducono la propria vita dove davvero desiderano. Monica Guerritore, in questa occasione anche regista e dramaturg della commedia di Woody Allen, e Francesca Reggiani, insieme a Ferdinando Maddaloni e Cristian Giammarini, tengono le redini di questa giostra diabolica che, agli occhi nostri, appare come una farsa dai risvolti comici. Dall'allestimento scenico allo stile recitativo naturale, dall'uso delle luci alla scelta di creare momenti di flashback e confessioni private, tutto ci proietta dentro un film. Il cinema entra in teatro e la televisione entra dentro le nostre case portandoci a compiere scelte a volta egoistiche, individualiste, dettate dalla noia. Come afferma Rain (Malvina Ruggiano), la giovane studentessa di scrittura creativa della quale si invaghisce Gabe, mostrando una situazione tanto allarmante quanto attuale, "la vita non imita l'arte, imita la cattiva televisione".

Sara Bonci

Ultima modifica il Martedì, 19 Dicembre 2017 20:48

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