lunedì, 22 maggio, 2017
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MINCHIA SIGNOR TENENTE - regia Nicola Pistoia

"Minchia signor tenente", regia Nicola Pistoia "Minchia signor tenente", regia Nicola Pistoia

di Antonio Grosso
con Daniele Antonini, Gaspare Di Stefano, Alessandra Falanga, Antonio Grosso, Francesco Nannarelli, Antonello PascaleFrancesco Stella, Ariele Vincenti
e con Natale Russo
luci Luigi Ascionescene Fabiana Di Marco
costumi Maria Marinarografica Andrea Ranaldiaiuto regia Luigi Pisani
regia Nicola Pistoia
distribuzione Razmataz
al Teatro Vittorio Emanuele di Messina dal 17 al 20 marzo 2017

www.Sipario.it, 19 marzo 2017

Minchia signor tenente/E siamo qui con queste divise/Che tante volte ci vanno strette/Specie da quando sono derise/Da un umorismo di barzellette/E siamo stanchi di sopportare/Quel che succede in questo paese/Dove ci tocca farci ammazzare/Per poco più di un milione al mese. È uno dei brani della canzone di Giorgio Faletti - attore comico e scrittore di successo con più di quattro milioni di copie vendute con il romanzo d'esordio Io uccido - arrivata al 2º posto della classifica finale del Festival di Sanremo 1994 vincendo il Premio della Critica. La canzone è un chiaro richiamo alle stragi di Capaci e di via D'Amelio e vuole essere una denuncia dello status lavorativo delle forze dell'ordine (in particolare dei carabinieri) in un periodo in cui il tritolo rimbombava, squassava strade e mieteva vittime non solo in Sicilia. L'uso del termine minchia, sulla bocca di tutti i siciliani e non solo, col tempo è diventato di moda, in particolare in tv, e viene utilizzato allegramente dai vari Chiambretti e Littizzetto e da tanti comici nostrani, al punto da non fare più impressione. Tanto che Antonio Grosso, figlio d'un ex maresciallo dei carabinieri, c'ha costruito sopra una pièce con l'identico titolo della canzone, riscuotendo parecchi consensi di pubblico, pure al Vittorio Emanuele di Messina, che taglia il traguardo dell'ottavo anno di repliche. Devo dire che lo spettacolo messo in scena da quel furbacchione di Nicola Pistoia, partner di Paolo Triestino di alcuni lavori di Gianni Clemente come Ben Hur e Grisù, Giuseppe e Maria, non è che mi sia piaciuto particolarmente. E dirò pure i motivi partendo dalla scene di Fabiana Di Marco, che sono soltanto alcuni elementi scenici (scrivanie, sedie, armadietti), posti su fondali e quinte nere del teatro, individuabili in tanti uffici non soltanto di caserme dei carabinieri, trasmettendo un senso di precarietà e di provvisorietà. I costumi di Maria Marinaro ricalcano fedelmente quelli dell'arma, compresi i maglioni con riga rossa trasversale a livello dei pettorali e le luci di Luigi Ascione illuminano sufficientemente lo spazio scenico. Lo spettacolo di due ore e un quarto con intervallo dovrebbe essere smussato almeno d'una ventina di minuti nel primo tempo, perché ricco di luoghi comuni che ridicolizzano ancora coloro che con dedizione fanno questo lavoro, in grado al pari dei vigili del fuoco, di rischiare la propria vita. Nella seconda parte si entra nel vivo della vicenda allorquando due carabinieri di nome Moroni e Merilli (Ariele Vincenti e Francesco Stella) per ordine del loro tenente Prisco (Francesco Nannarelli) dovranno scortare un magistrato e verranno uccisi senza pietà da parte delle cosche mafiose e si ode la voce terragna di Rosa Balistreri. Nel buio, fuori campo, si udranno delle voci di malavitosi che parlano al telefono, ma potrebbero benissimo essere tagliate perché non aggiungono né tolgono niente al plot. La regia di Pistoia ha lavorato molto sugli attori cercando di rendere reali i protagonisti, a cominciare dallo stesso Grosso nei panni del brigadiere Vincenzo che si esprime con uno slang partenopeo, lo stesso del logorroico maresciallo Antonio (Antonello Pascale) che cerca di mettere ordine in quella caserma isolana e isolata, mentre l'appuntato Milito (Gaspare Di Stefano) è alle prese con una macchina da scrivere su cui batte ogni cosa gli venga dettata. Infine un paio di volte appare Sara Ippolito (Alessandra Falanga), l'unica presenza femminile, fidanzata del Moroni, che si esprime sempre con uno scilinguagnolo colorito e spesso fa capolino in quella caserma un tale di nome Pererella (Natale Russo) col vizio di denunciare furti inesistenti, che certamente non ha preso il testimone dei tanti nostri comici siciliani, a cominciare da Musco e finendo con Musumeci, perché le risate che si sono udite da parte di alcuni spettatori sono scaturite più per benevolenza che per convinzione. Lo spettacolo si conclude con una sfilza di immagini di nostri morti ammazzati dalla mafia, che prendono avvio da Peppino Impastato e finiscono con Giovanni Falcone. L'unico momento di commozione in cui vengono davvero i brividi.

Gigi Giacobbe

Ultima modifica il Domenica, 19 Marzo 2017 23:33

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