mercoledì, 29 marzo, 2017
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LEAR - regia Roberto Bacci

"Lear", regia Roberto Bacci "Lear", regia Roberto Bacci

Di Stefano Geraci, Roberto Bacci
Liberamente ispirato a William Shakespeare
Regia Roberto Bacci
Con Maria Bacci Pasello, Michele Cipriani, Savino Paparella, Silvia Pasello, Francesco Puleo, Caterina Simonelli, Tazio Torrini, Silvia Tufano
Assistente alla regia Francesco Puleo
Progetto scene e costumi Márcio Medina
Musiche originali Ares Tavolazzi
Luci Valeria Foti, Stefano Franzoni
Immagine Cristina Gardumi
Foto Roberto Palermo
Realizzazione costumi Fondazione Cerratelli 
in collaborazione con il Laboratorio di Costumi e Scene del Teatro della Pergola
A Pontedera, Teatro Era, fino al 10 aprile 2016

www.Sipario.it, 7 aprile 2016

PONTEDERA (Pisa) - La tragica esperienza del vuoto che si crea attorno agli esseri umani, in una società senza pace, asservita alle logiche del potere, all'avidità e all'ambizione. Roberto Bacci si ispira al Re Lear di shakespeariana memoria, per allestire uno spettacolo che s'interroga sul senso dell'esistenza, nel momento in cui ci si guarda indietro dopo una vita spesa per qualcosa; la tarda età è il momento in cui si dovrebbe essere liberi di "gettare la maschera", di riconsiderare con obiettività le scelte compiute, le azioni che le hanno accompagnate, buone o cattive che siano, i rapporti con gli altri che si sono sviluppati. Ma ci si scontra, invece, con il vuoto. È questo infatti il tema dell'opera di Shakespeare, che la scrisse ispirandosi al termine tedesco Leer, che significa appunto "vuoto", che, attraverso Lear, simboleggia la condizione inevitabile dell'esistenza umana, amarissima scoperta delle riflessioni dell'età matura. Pur nello sfoltimento del testo originale, e nell'eliminazione dei personaggi secondari, Bacci ha mantenuta inalterata la ricchezza tematica del testo originale, cambiandone però il titolo in Lear, questo perché nelle vesti del protagonista recita una donna, Silvia Pasello. Un espediente drammaturgico per universalizzare la condizione del vuoto, che interessa purtroppo tutti gli individui.
Alla decisone di Lear di lasciare il potere e dividere il regno fra le tre figlie Goneril, Regan e Cordelia, si scatena l'avidità delle prime, che con l'adulazione ottengono la loro parte di regno. Adulazione alla quale non cede Cordelia, ripudiata pertanto dal padre. Pur senza dote, va in sposa al Re di Francia. Intanto, ottenuti potere e ricchezza, Goneril e Regan raffreddano alquanto il loro presunto affetto per il padre, che diviene aperto disprezzo. Ecco una prima evidenza del vuoto, che si manifesta nel traumatico passaggio da una generazione all'altra, dove quella più giovane non riconosce più il ruolo di guida di quella che la precede. Parallelamente alla vicenda di Lear, anche il fedele Conte di Glouster vive qualcosa di simile, con il figlio naturale Edmund che lo inganna facendogli credere a un complotto contro di lui ordito dal figlio riconosciuto Edgar; questo, con lo scopo di allontanare il fratellastro e spodestare il padre.
Lear e Glouster si scoprono improvvisamente vecchi e soli, e quindi deboli, e nel vuoto che li circonda, avviano una sorta di cammino alla ricerca di se stessi, novelli pellegrini sulla via di una sperata saggezza. Che troveranno, in parte, dopo atroci sofferenze fisiche e morali; Lear ha compresa l'ipocrisia delle figlie Goneril e Regan, e ritrovata Cordelia che con l'aiuto del Re di Francia vorrebbe riportarlo sul trono, si pente di averla suo tempo ripudiata, e comprende il suo vero affetto. Glouster, invece, per la sua fedeltà a Lear viene punito con l'accecamento per mano di Goneril e Regan, dopo essere stato tradito da Edmund. Appreso ciò, Glouster, come un novello Tiresia, sarà paradossalmente capace di vedere, comprendendo chi lo ha ingannato e chi invece è sempre stato al suo fianco. E quando, sulla strada per Dover, incontrerà casualmente il figlio Edgar, questi non si farà riconoscere, perché si finge Tom, il pazzo di Bedlam, (quasi un'anticipazione dell'Ariel de La Tempesta). Nelle vesti del protagonista, Silvia Pasello dà vita a un Lear fortemente prosaico, che esprime una stanca regalità, che diventa profonda dignità nell'affrontare le traversie che l'attendono dopo la mal riposta fiducia nelle due figlie maggiori. Sullo stesso piano Francesco Puleo nella parte di Glouster, che dà vita a un personaggio da tragedia greca, che affronta con coraggio la condanna alla cecità, e accetta con filosofia il proprio destino, comprendendo i propri errori.
Tazio Torrini nella parte del perfido Edmund, Caterina Simonelli in quella di Goneril, e Silvia Tufano in quella di Regan, calano il dramma nella giusta aura di oscurità e perfidia; in particolare, Simonelli e Tufano portano sul palcoscenico l'affascinate bellezza di una femminilità calcolatrice e sicura del proprio potere.
Sintetizzando al massimo l'azione scenica, Bacci accompagna il pubblico alla drammatica resa dei conti del finale; Edgar uccide il fratellastro vendicando il padre; Goneril, innamorata di Edgar, avvelena Regan per gelosia, e poi si uccide alla morte di lui. Infine, muore impiccata Cordelia, per aver tentato di riportare il padre sul trono.
Sorta di coscienza critica del dramma, il Fool, su cui Geraci e Bacci operano un importante intervento drammaturgico, aumentandone la presenza e le battute. Diviene quindi una vera e propria guida per Lear, accompagnandolo sulla via dell'esilio. Michele Cipriani dà vita a un intenso Fool, a metà fra il giullare e il saggio Bertoldo, che esprime sentenze attraverso brevi sonetti in rima, sulla tradizione goliardica degli studenti vaganti, piuttosto diffusi nel Medioevo. Cipriani pone nel suo recitare un sottile accento drammatico, calato alla perfezione in quelle che sembrano frasi argute, ma sono in realtà amare.
Il Lear di Bacci si muove sulle corde di una tragedia greca, anche grazie alla presenza del "coro delle maschere", ovvero personaggi muti, che appaiono in scena come una sorta di "tribunale delle genti", davanti al quale si presentano le proprie colpe. A coronare la bellezza drammaturgica di questo dramma psicologico, la scenografia minimalista, costituita da sette sipari dai colori scuri, e le luci soffuse che illuminano il nero palcoscenico. Un tentativo, riuscito, di razionalizzare lo spazio vuoto, dando forma all'idea di vuoto interiore.
Alla chiusura del sipario, meritato successo di pubblico per uno spettacolo illuminante sulla caduta dell'umanità.

Niccolò Lucarelli

Ultima modifica il Giovedì, 07 Aprile 2016 21:49

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