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L'UOMO, LA BESTIA, LA VIRTÙ - regia Giuseppe Dipasquale

"L'Uomo, la Bestia, la virtù", regia Giuseppe Dipasquale. Foto Federico Riva "L'Uomo, la Bestia, la virtù", regia Giuseppe Dipasquale. Foto Federico Riva

di Luigi Pirandello. Regia di Giuseppe Dipasquale
Con Geppy Gleijeses, Marianella Bargilli, Lello Arena, Renata Zamengo, Mimmo Mignemi, Vincenzo Lerto
costumi Adele Bargilli scene Paolo Calafiore musiche Mario Incudine luci Luigi Ascione foto Federico Riva 
Roma, Teatro Quirino dal 26 febbraio al 19 marzo
Teatro Comunale di Norcia dal 29 marzo al 2 aprile (in ripresa autunnale al Teatro Stabile di Catania)

www.Sipario.it, 20 aprile 2015

Satira e Satiri.
Tratto dalla sua novella "Richiamo all'obbligo" del 1906, "L'uomo, la bestia e la virtù" di Pirandello prende corpo autonomo e drammaturgico intorno alla fine del 1919, palesando sin da subito le sue potenziali, molteplici 'opportunità interpretative' (angolazioni, prospettive di osservazione, chiavi di letture) cui deve, ancora adesso, la sua strenua resistenza scenica e la presenza, quasi ad ogni stagione, di traslazioni, adattamenti, ambientazioni che ne esaltano la scrittura 'ad incastro' (nel suo 'crescendo' di ritmi espressivi quasi rossiniani) e l'opportunità di adeguare la sua struttura dialogica, l'intreccio borghese-plautino alla più nutrita qualità di talenti che vi si accostano.
Per quanto ci riguarda, sin dalla fescennina versione (metà anni settanta) di Gabriele Lavia ed Enrico Montesano, passando per quella 'pantomimica', ipergrottesca del grande Carlo Cecchi (fine anni settanta), alla più recente, scoppiettante, passionalmente arzigogolata del 'sorgivo' Leo Gullotta (inizio nuovo millennio, fortunata tournée di due anni)

E' normale chiedersi quale sia la miscela, il segreto linguistico di quest'opera pirandelliana, singolarmente 'sbarazzina' e 'sopra registro' – rispetto ai canoni consueti, riveriti del suo repertorio di intenso struggimento morale, esistenziale, cerebrale. L'edizione cui si adoperano Dipasquale e Gleijeses saetta lungo la traiettoria (divertita ma non plateale) della tragicommedia borghese, increspata fra paradosso ed iperbole: momenti di magistrale demenzialità misturati ad una sorta di effetto grottesco(e burlesco), corroborati dalla formidabile maschera scenica di Lello Arena, subito bilanciata dalla relativa pacatezza raziocinante delle altre presenze attorali (Bargilli e Zamengo, maestre in 'vaudeville'). E da quel certo glamour di seriosità beffarda, irreale, sulfurea che la regia sa imporre al costrutto scenico.
Pur 'amoreggiando' con sapide digressioni freudiane (Pirandello studiava...) la commedia conserva intatta la sua matrice sanguigna, mediterranea, quasi 'marinara', arieggiata da una 'prouderie' erotico\ridiculosa, secondo cui "una moglie adultera, la signora Perella, rimane incinta nel corso della relazione col suo amante, mentre è quasi sempre contumace il marito capitano di piroscafo. Che, si suo, è fedifrago con altra donna in altra città di mare"
Quale l'elemento maggiore di comicità (che nasce comunque dalla commistione di velleitarismo retorico e palese balordaggine dell'impresa)? La presenza dell'ineffabile professor Paolino -amante della Perella – assiso a debordare tra consigli, strategie, suggerimenti che divagano dal Boccaccio e la "Mandragola" del Machiavelli, con fatua ribalderia e sostanze afrodisiache da suggerire alla 'donna amata' (ma può più la paura...) per far sì che nell'unica notte di sosta a casa del marito si consumi un rapporto intimo giustificante una maternità che attende legittimazione paterna. Di qui, e in buona sostanza, un' opera (zione) cinica, limpidamente immorale ove intrigo ed per ipocrisie rispondono alle 'esigenze' di un teatro 'a copertura' perbenista, già contiguo a quello dell'assurdo e delle 'inettitudini'- da Copi ad Almodovar.

Giuseppe Dipasquale, in regia e Geppy Gleijeses, che interpreta lo 'stratega' Paolino utilizzano scientemente la commedia quale esemplificazione di una "tragedia incombente", incapace di immaginare il minimo sentimentoo di catarsi (riscatto, dignità, orrore di sè), tuttavia decantata in quel genere di umorismo, cupo e malandrino, teorizzato dallo stesso Pirandello: dunque imparentato (storicamente) con l'avventura del Teatro Umoristico dei fratelli De Filippo.

Filologia a parte (e apprezzato lo snellimento stilizzato, agrodolce di tutta la messinscena) conveniamo sul fatto che "L'uomo, la bestia e la virtù" è un misto quasi irripetibile di farsa e desolazione, accostabile senza appropriazioni indebite (e come da note di regia) a "Sik Sik, l'artefice magico" e alla "Grande magia" di Eduardo.
Liddove la comunità e la cultura borghese del novecento, e oltre, "si giocano definitivamente la faccia". Ed ogni presunto 'fascino discreto'.

Angelo Pizzuto

Ultima modifica il Lunedì, 20 Aprile 2015 11:56

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