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LEI E LEI - di e con Giampiero Cicciò

"LLei e Lei", regia Giampiero Cicciò "LLei e Lei", regia Giampiero Cicciò

di e con Giampiero Cicciò
con Federica De Cola
Scene e costumi Francesca Cannavò
Collaborazione alla drammaturgia, Elaborazione musicale Fausto Cicciò
Disegni luci Renzo Di Chio
regia Giampiero Cicciò
Produzione Teatro di Messina
Messina, Teatro Vittorio Emanuele dal 16 al 19 aprile, 2015

www.Sipario.it, 18 aprile 2015

Giampiero Cicciò non s'accontenta più di fare l'attore e il regista di testi altrui. Adesso mette su carta le piecès che più gli piacciono e se le cuce addosso. Prova ne è questo suo Lei e Lei scritto-diretto-interpretato da lui stesso, avendo come partner Federica De Cola, un'attrice che gli è molto cara per essere stata presente in altri precedenti lavori ("Lo stato d'assedio" di Camus, "Salomè" tratto da Wilde, Bene, Flaubert e Baudelaire, "I miei occhi cambieranno" di Celeste Brancato), nota pure in Cinema e in TV, che anche stavolta gli è accanto. Lei e Lei è un lungo atto unico di un'ora e quaranta minuti senza intervallo, andato in scena in prima assoluta al Vittorio Emanuele che l'ha prodotto, in cui Cicciò si cala perfettamente nei panni eleganti d'un travestito con parrucca biondo-platino, minigonna rossa, giubbino di pelle nera, lo stesso colore degli alti stivaloni a spillo sui quali cammina agevolmente, roteando una borsetta mentre batte la notte di Natale a Piazza Cavallotti, qui sintetizzata nella scena di Francesca Cannavò (suoi pure i costumi ) con tre rettangolari panche e un abete spezzato con le lucette che brillano ad intermittenza. Luogo cruciale della città di Messina in cui è situata pure la stazione ferroviaria, con un via via di giorno di mezzi pubblici e privati davvero assordante. Una location emblematica come altre citate nel lavoro, che, credo, voglia essere un omaggio di Cicciò alla sua città natale, la stessa della De Cola e di tutti coloro che a vari modi e titoli hanno preso parte allo spettacolo. E mentre Cicciò si esprime in un dialetto messinese italianizzato o viceversa, spesso con accenti gergali che suscitano sonore risate del pubblico, la De Cola nei panni di una giovane prostituta parla sempre la nostra lingua. Ciò che unisce le due creature è di avere lo stesso magnaccia, tale Carmelo che comparirà mai in scena. Del resto è come se Stella, questo il nome del travestito, prendesse sotto le sue alucce la giovane donna non ancora esperta del mestiere, con un passato di alcol e droga, un fidanzato che l'ha fatta abortire e che poi s'è volatilizzato, un amore per il Teatro anche questo andato in fumo per vari motivi. Sono lì adesso i due a farsi coraggio, cercare col solo cambio d'una parrucca di cambiare nome, da qui il titolo dell'opera, interpretare per un istante, come in teatro, coloro che non potranno mai essere nella vita. Più ricco e colorito sembra il passato di Stella, ricordando più le nonne che i genitori e i suoi trascorsi infantili presso istituti scolastici gestiti da monache, come Moana Pozzi, andando orgogliosa d'essere un travestito all'antica sfuggendo ogni pratica sado-maso. Più di maniera appare il vissuto della giovane prostituta quando quattordicenne andrà via di casa per fare l'attrice e un flash back la ricondurrà ad un provino teatrale che le consentirà per tre stagioni di calcare alcune scene e poi ridursi invece a battere in strada. Molte sequenze, in cui Cicciò appare più vero della De Cola, sono scandite da brani musicali scelti da Fausto Cicciò (fratello di Giampiero) che ne potenziano i lati sentimentali dell'opera, che tuttavia rimane distante da quei lavori sulfurei e ustionanti dei vari Dario Bellezza, Enzo Moscato, Annibale Ruccello e anche Pau Mirò, i cui protagonisti sembrano vivere con più laido realismo i loro ruoli. Qui, grazie alle luci sideree di Renzo Di Chio, ai botti di capodanno, alla neve che cade giù dalla graticcia, ai due personaggi che solidarizzano abbracciandosi come due innamoratini di Peynet, sembra un finale da baci perugini.

Gigi Giacobbe

Ultima modifica il Domenica, 19 Aprile 2015 09:32

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