martedì, 20 agosto, 2019
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LEONILDE. STORIA ECCEZIONALE DI UNA DONNA NORMALE - regia Roberto Andò

Leonilde. Storia eccezionale di una donna normale Leonilde. Storia eccezionale di una donna normale Regia Roberto Andò

di Sergio Claudio Perroni
Regia di Roberto Andò. Scene e costumi di Giovanni Carluccio. Musiche di Marco Betta. Luci di Franco Buzzanca
Con Michela Cescon nel ruolo di Nilde Iotti
Prod.: Teatro Stabile di Catania
Teatro Ambasciatori di Catania dal 17 al 27 maggio 2012

www.Sipario.it, 17 maggio 2012
www.Sipario.it, 18 maggio 2012

Il monologo è un modo tosto di far teatro. Richiede una memoria ferrea e una concentrazione non comune. L'one man (o woman) show (come solitamente si definisce questo tipo di spettacolo, senza fare riferimento al cabaret) prende di mira fatti e misfatti realmente accaduti o mette in risalto biografie di personaggi significativi della nostra società. Teatro civile, Teatro sociale o Teatro politico è il modo più semplice per definirlo. Il nostro paese è ricco di personaggi che hanno dato lustro a questa forma di teatro. Basti citare Fo, Baliani, Bergonzoni, Rossi, Paolini, Enia, Cuticchio, La Ruina e sul versante femminile, Franca Rame, Angela Finocchiaro, Laura Curino, Fatima Scialdone, Ottavia Piccolo e di certo ne dimentico tanti e tante altre. Adesso dopo Leonilde. Storia eccezionale di una donna normale di Sergio Claudio Perroni, un monologo messo in scena in bello stile da Roberto Andò all'Ambasciatori di Catania, interpretato magnificamente da Michele Cescon nei panni della carismatica figura di Nilde Iotti, possiamo ascrivere il suo nome fra le protagoniste di quella lunga lista. Sin dalle prime battute la Cescon solo con la sua faccia senza dover somigliare alla Iotti, con addosso un modesto vestitino azzurrino a piccoli pois, ci fa entrare nella vita di questa coraggiosa donna di Reggio Emilia nata nel 1920 ultima figlia di quattro fratelli. Il padre ferroviere è pure sindacalista socialista, la madre casalinga ha la terza elementare. Capisce sin da piccola che la scuola è la cosa più importante. A 14 anni muore il padre e con una modesta pensione la famiglia va avanti. La madre racimola qualcosa facendo la lavandaia, lei dà lezioni ai bambini. Dal padre eredita una camicia di flanella (da cui ricaverà un vestitino) e un cappotto, in bella vista sulla scena di Giovanni Carluccio - suoi anche i costumi - assieme a una sfilza di cappellini sul proscenio e alcune pile di sedie visibili in trasparenza sul fondo, che utilizzerà tante volte rivoltandolo. A 18 anni, nel 16° anno dell'era fascista con le leggi razziali vigenti, pur essendo figlia di contadini socialisti viene accolta all'Università Cattolica di Milano dove più tardi si laureerà in lettere. Per un po' fa l'insegnante ma l'uccisione di due suoi amici e compagni le fa maturare uno spirito antifascista interessandosi attivamente di politica. Nel 1943 si iscrive al PCI e partecipa attivamente alla lotta di resistenza con funzioni di porta ordini. Dopo essere stata presidente dell'UDI (Unione Donne Italiane) nel 1946 viene candidata dal PCI e viene eletta parlamentare e membro della Commissione dei 75 che diede vita alla Costituzione Italiana. Nel 1948 rieletta alla Camera dei deputati, siederà tra i banchi di Montecitorio ininterrottamente sino al 1999 (anno della sua scomparsa), presiedendo l'Assemblea in qualità di Presidente della Camera dei deputati per tre volte consecutive, ricoprendo questa carica per 13 anni dal 1979 al 1992. Lo spettacolo condensato in meno di un'ora dà grande risalto alla sofferta relazione con Palmiro Togliatti, segretario nazionale del PCI, di 27 anni più anziano di lei (sposato con Rita Montagnana e padre di Aldo) che avrà termine nel 1964 con la morte del leader comunista. Il loro legame diventa pubblico in occasione dell'attentato subito da Togliatti del 1948 quando lei l'accudisce amorevolmente in ospedale e lui lascia moglie e figlio senza qualche disappunto dei militanti comunisti. La Cescon ad un tratto s'infila in testa una parrucca simile alla nota capigliatura della Iotti con riga centrale e capelli raccolti a crocchia e ricorda che Gramsci le sembrava un nome russo, l'inchiostro verde utilizzato da Togliatti nelle lettere che le scriveva, l'incontro con Stalin e soprattutto tutte le rinunce che ha dovuto affrontare nella sua vita, comprese quella di non avere avuto una figlia propria ma solo ottenuta con l'affiliazione di dell'orfanella Marisa Malagoli, sorella minore di una dei sei operai uccisi in uno scontro con le forze dell'ordine il 9 gennaio 1950 a Modena nel corso d'una manifestazione operaia. Simbolo indiscusso e capofila di una generazione di donne che dovettero lottare contro il bigottismo e una società maschilista, antifascista di ferro, intelligente e volitiva, oggi più che mai in un panorama dove la classe politica femminile è stata anche rappresentata da starlette senza scrupoli e donne senza valore, Nilde rappresenta una donna da ricordare e emulare Lo spettacolo si conclude come prende avvio all'inizio, con una voce fuori campo che dice: Iotti..Iotti...bianca...Iotti..Iotti, bianca etc...-

Gigi Giacobbe

"Il femminile è una desinenza: bisogna che diventi una declinazione".

Aveva le idee chiare sin da ragazza Leonilde (Jotti), con quel nome che incuteva soggezione e diffidenza ai compagni partigiani ("Sarà il nome di battaglia...." E invece era stata battezzata così, da genitori socialisti e cattolici) e la grinta, la tenacia incrollabile di dovere, sempre e comunque, combattere da sola, ed in prima persona.

Specie quando incontrò Palmiro Togliatti- lei appena eletta alla Costituente- e fra i due scoppiò quell' 'amore supremo e disperato' che non ebbe ufficialità alcuna, ma che visse di maldicenze, pettegolezzi, palesi rivalità, da parte della oligarchia di partito e della 'legittima' consorte di lui, in anni in cui 'la sinistra istituzionale' brillava di puritanesimo parrocchiale e di monolitici accoppiamenti nell'orbita di una stessa cultura e 'adattamento' dell'utopia marxista alla (ottenebrante) realpolitilk della regal-patria di messer Machiavelli.

"Storia eccezionale di una donna normale"- che è il sottotitolo del monologo prodotto dallo Stabile di Catania- non è (solo) un omaggio (nemmeno reverenziale) alla figura di Nilde Jotti, alla sua militanza politica, al suo riserbo esistenziale, al suo intendimento sobrio e autorevole del ruolo istituzionale che le venne tributato con la presidenza della Camera. L'ambizione è più alta, seppur scandita nei tempi e nei modi di un monologo 'classico' ed impeccabilmente sintetico (nemmeno un'ora di rappresentazione), cui Michela Cescon aderisce con cesellata naturalezza, sublimandosi in elementi di fierezza ed orgoglio, subito 'ridimensionati' dal riaffiorare di profonde doglianze e ferite mai sanate. Come la negata maternità in un tempo in cui era 'non-concepibile' concepire (a testa alta) figli non legittimabili (e Togliatti già s'intristiva per il 'male oscuro' del figlio Aldo), e in quel ruolo di 'autorevolezza' ma 'soggezione' al partito, del cui riscatto esponenziale recano testimonianza (a 'quale' futura memoria?) altre grandi donne della Resistenza al nazifascismo, come Tina Anselmi, Renata Viganò, Carla Capponi, Irma Bandiera.

Il chiaroscuro del percorso umano e politico è cesellato sia dalla drammaturgia di Perroni (che rimanda alle ambiguità di una donna che "racconta una storia ben più complessa di quel che crede di raccontare, con luci e ombre diverse da quelle che pensa di delineare"), sia dalle 'poco invadenti' opzioni di regia, che inducono Roberto Andò ad immergere il bel soliloquio in una sorta di luminosità da antico vespro contadino, tinteggiata di accenni autunnali e riposta in un limbo di vaghi ricordi giovanili, in un rettangolo di scarni elementi scenici (un vecchio registratore, una valigia, un cappotto da uomo su gruccetta, molte sedie vuote in fondo scena, sospese in aria, a simboleggiare le assenze e i silenzi della vita), a cui si accede come di sottecchi, senza platealità e a passo di cerimonia- senza esclamazioni e senza invettive postume.

Semmai nella consapevolezza di avere ricevuto dalla Storia (e dal destino) 'quasi' tanto quanto si era sacrificato, e consapevoli di una biografia che sa farsi 'gioco scenico' proprio al delimitarsi in cui esistenza e politica coincidono "perfettamente, e persino troppo".

Come fantasma- e fantasia armonizzata- di un'ambizione (sacrosanta) al femminile, capace di schivare l'emarginazione, il rigetto che ogni sistema di potere, acquisito o di opposizione, riserva a chi insiste nella 'devianza', nella dissidenza, nella mancanza di pragmatismo. Verso più 'alte dimore' e 'nobili ideali'.

Angelo Pizzuto

Ultima modifica il Sabato, 21 Settembre 2013 06:15

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