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LOOKING FOR PAUL - regia varie

"Looking for Paul". (Olanda) "Looking for Paul". (Olanda)

di e con Walter Bart, Daniel Frankl, Matijs Jansen,
Maartje Remmers, Marleen Scholten

design Maarten van Otterdijk


produzione Wunderbaum

coproduzione Red Cat, Big in Belgium, Richard Jordan Productions, Drum Theatre Plymouth

in collaborazione con Summerhall

in inglese con sovratitoli in italiano
Milano, Piccolo Teatro Grassi, festival Tramedautore, 19 settembre 2017

www.Sipario.it, 26 settembre 2017

Nel pomeriggio un incontro su Paul McCarthy, leggendario artista americano (famosa la statua color rosa carico di Bush in coito anale con un maiale), apre il discorso su Santa Claus, opera che a Rotterdam ha provocato scandalo e a cui si è ispirato lo spettacolo che vedremo tra poco al Teatro Grassi. Si tratta di un'enorme statua di bronzo raffigurante un Santa Claus piuttosto kitsch che sorregge quello che dovrebbe risultare un pino natalizio, e che in realtà richiama abbastanza chiaramente un dildo anale. Da questa vicenda, che contiene i semi del rapporto controverso tra arte e suo finaziamento pubblico (la statua di Rotterdam è stata pagata con fondi statali) e che ha visto l'opera sottoposta a ripetuti spostamenti fino al suo definitivo approdo in una certa piazza della città olandese, prende avvio lo spettacolo.

Un uomo dall'aria visibilmente yankee assiste tutto il tempo all'ingresso del pubblico nella sala del Teatro Grassi. Occhialetti sul naso, pelo fulvo, occhio sagace, volto quadrato; un misto tra un Lou Reed over 50 e Ralph, il rosso del serial "Happy days"; eccolo in seguito dare il benvenuto in un italiano comicamente stentato per poi presentare a sua volta quella che apparirà l'eroina dello spettacolo, la chiave di volta di tutta la drammaturgia. Inez van Dam è quello che si direbbe una classica olandesina: biondina, magretta, per giunta timida; si alza dalla prima fila e si presenta con il tipico impaccio di un pesce fuor d'acqua (mirabilmente recitato, ma su questo torneremo), e mentre uno si aspetterebbe dei ringraziamenti convenzionali cui segua una rapida e opportuna ritirata, la signorina sale invece sul palco e attacca a leggere un bigino della propria vita: dove vive e cosa fa e i suoi genitori e la sua città e il suo lavoro, e mentre dietro di lei uno schermo rimanda le immagini corrispondenti, ecco finalmente comparire il famigerato Babbo Natale: - "perché?!" - si arrabbia l'olandesina – "devo subire questo obbrobrio proprio di fronte a casa mia e alla libreria in cui lavoro?"

Primo cambio di scena (ce ne sarà un altro in un crescendo visivo a tratti sconvolgente): entrano tre attori, due uomini e una donna; anche qui presentazione (ancora?) della donna che dice che loro, i Wundernbaum, collettivo olandese in scena a Tramedautore festival, in "Milanou", hanno avuto una commissione per uno spettacolo sull'artista Paul MacCarthy. Con questi 20.000 dollari sono andati in residenza a Los Angeles per preparare lo spettacolo, e adesso ci leggeranno le mail che gli attori si sono scambiati durante il periodo di prove. Risatine in sala. Comincia la parte centrale del lavoro (la più lunga dell'ora e quarantacinque circa di durata), alla quale prendono parte sia l'olandesina sia l'amico americano. Adesso li abbiamo tutti e cinque davanti, sul palco, seduti su sedie di plastica bianca da giardino, i microfoni davanti alla bocca e il copione immancabilmente in mano. Certo è saporoso entrare nel meccanismo delle prove di un collettivo teatrale che, dovendo produrre, entra nella classica crisi creativa per uscire dalla quale progetta le cose più strampalate; così ecco sopravvenire l'idea "geniale": portare con loro a Los Angeles la haters olandese di McCarthy, farla incontrare con l'artista e da quella situazione far scaturire lo spettacolo.

A Los Angeles, tra bagni in piscina, cocktail, insonnia, discussioni e prove (?), gli attori si scambiano mail sempre più preoccupate sull'esito del loro lavoro, e al limite del demenziale: vogliono andare a stanare McCarthy, costringerlo a un incontro con Inez, ma l'americano si oppone.

Nello scambio emergono vari temi, primo fra tutti quello sul senso dell'opera di McCarthy, e dell'arte in generale, quando si fa arte pubblica; la chiave dello spettacolo infatti sembra essere il rifiuto più volte affermato da Inez nei confronti del Santa Claus che staziona davanti a casa sua, e motivato con affermazioni del tipo: "cosa mi vuoi dire McCarthy, che viviamo in un mondo di consumismo sfrenato ecc?, lo so, conosco le contraddizioni dell'Occidente, ma non ho bisogno di un Santa Claus con in mano un dildo gigante che me lo ricordi ad ogni istante; io amo le cose belle della vita: il buon mangiare, gli amici, il mio gatto" (ci mancava...) ecc. Da un lato il ragionamento è chiarissimo e stimola nello spettatore una certa empatia. D'altra parte, e lo capiremo durante la terza e ultima parte dello spettacolo, il discorso di Inez è in fondo perfidamente ironico; tutta quella melensaggine da brava ragazza sembra proprio sia stata messa lì per essere beffardamente aggredita, più tardi, a schizzi di ketchup e maionese, insieme alla presunta realtà del personaggio Inez.

L'impronta quasi da reality meta-teatrale prosegue per tutta questa parte dello spettacolo: la trovata del regista incontra l'entusiasmo di tutti gli altri: una non-attrice che entra a far parte del progetto sull'artista americano per il solo fatto che ne odia l'opera! (McCarthy è stato veramente aggredito per le sue opere d'arte pubblica); così assistiamo alle crisi di Inez durante le prove, e per l'atteggiamento di rifiuto che le oppone l'altra attrice.

La prospettiva impostata in questa parte dello spettacolo salta completamente per aria quando, con un cortocircuito geniale, nel quale i tecnici tolgono letteralmente la sedia di sotto e il microfono di mano agli attori mentre il regista legge la scheda tecnica del lavoro che stanno per rappresentare al festival Tramedautore (la quale recita appunto che si debbano levare di mezzo sedie e microfoni), si passa alla terza e ultima parte del lavoro.

Ora l'incastellatura di tubi che avevamo scorto all'inizio prende rilievo: vediamo due letti installati in una sottile struttura a ponteggio e un water sulla destra, mentre entra in scena uno degli attori con una maschera da bugs bunny e due manone di gommapiuma.

Gli attori avevano accennato in chiusura della seconda parte del lavoro alla possibilità di uscire dall'impasse creativa ("manca un giorno al debutto!" avevano esclamato disperati in una delle mail) riprendendo una delle famose performance di McCarthy. Siamo andati a vederne qualcuna sul web: personaggi disneyani e attori con maschere da cartoni animati, semignomi, biancanevi, che si sparano addosso vernici che sembrano ketchup e maionesi o viceversa; che si ingozzano e rivomitano cibi trash in una reitarazione ossessiva che pare costringere in una micidiale sintesi l'essenza del sogno americano che vira in incubo: l'abbondanza che si fa crimine; il candore dell'infanzia messo a maschera della depravazione; l'impulso del sesso come bulimia nei confronti di tutto ciò che esiste; una voracità tanto estrema da annullare se stessa in un processo si direbbe di autofagia e insieme di rigetto di sé. Ingestione-rigetto-deiezione sono i termini entro cui si gioca tutto il perverso, ludico e lucido performare dell'artista.

Così il bugs bunny che vediamo ora in scena si siede sul water a chiappe scoperte dopo aver faticato non poco ad abbassarsi i boxer con quelle manone di gommapiuma, e rialzandosi lascia appiccicato, sull'orlo esterno della tazza, qualcosa che sembra inequivocabilmente cacca; da qui il goffo tentativo di asportarla non riuscendo a far altro che che spalmarla sulla porcellana bianca; l'altra attrice in mingonna e tacchi alti barcollando tiene a guinzaglio l'altra attrice in veste di coniglietta. La prima si versa addosso un liquido trasparente bevendo da una bottiglia di vodka, poi comincia a riempirsi la bocca di quella specie di cacca e la ingoia e risputa e se la spalma addosso; mentre l'altro attore si toglie i pantaloni e comincia a sventrare i letti che appaiono imbottiti con balle di fieno: paglia che egli si infila in bocca e la coniglietta biondina (la van Dam che non voleva fare l'attrice e che rivela il meccanismo finto autofinzionale nel quale siamo, credo, tutti cascati) si riempie gli slip di quella stessa paglia, finché l'americano con delle grandi orecchie attaccate alla testa entra con un carrello pieno di bottiglie di ketchup e maionese e coppe di spaghetti che comincia a spruzzare e lanciare addosso a tutti e tutti addosso a se stessi: in piena faccia, nelle parti intime, con successvi slinguamenti da parte di una delle due attrici della sostanza che cola in specie dallo sfintere del regista appeso a quattro zampe a una trave della struttura metallica. Lo shock iniziale, comprensibile e calcolato, lascia subito il posto a un senso di ludica anarchia gioiosa e pazza che ha un effetto dirompente sul pubblico: risate, "noooo" divertiti e increduli nei momenti più estremi. Lo spettacolo, adesso, è un pugno, che arriva con la dolcezza di un marshmallow, di quelli che l'attrice ingurgita da un vaso e sputa sul pavimento; con l'acume di un discorso ambivalente e ironico; con una consumata – anche se un po' furbetta – intelligenza teatrale.

Franco Acquaviva

Ultima modifica il Sabato, 30 Settembre 2017 06:42

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