martedì, 25 luglio, 2017
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LAIKA - regia Ascanio Celestini

"Laika", regia Ascanio Celestini "Laika", regia Ascanio Celestini

di Ascanio Celestini
Fisarmonica: Gianluca Casadei
Voce femminile: Alba Rohrwacher
Produzione Fabbrica, in co-produzione con Roma Europa Festival 2015
E con il Teatro Stabile dell'Umbria

Napoli, Teatro Nuovo 30 marzo 2017
Visto al Teatro Franco Parenti di Milano il 10 maggio 2017

www.Sipario.it, 15 maggio 2017
www.Sipario.it, 3 aprile 2017
Laika la cagnetta che va nello spazio e la volta celeste che sta lentamente scivolando via, anche se la scienza ancora non ne ha le prove...

E anche se la scienza le prove ancora non le ha (a meno che non le stiano fornendo ora le neuroscienze) su come faranno gli attori a farsi sentire e vedere, assorbire e assimilare e infine amare dal pubblico, quello che accade fin dalle prime parole pronunciate da questo affabulatore schivo e semplice, tuttavia adrenalinico nel suo darsi scenico, è proprio questo: ci si sente proprio risucchiare dentro al mondo che parola per parola, per suo mezzo, viene a costruirsi nella testa di ciascuno spettatore.

Nella testa, poiché la scena è vuota, e solo elementi poveri vi si collocano: che siano accessori di serie di quel mc donald's dell'arredamento che è Ikea - e sono quelle note, piccole abat-jour di plastica, qui posate per terra tre per lato; oppure cassette dell'acqua minerale, gialle azzurre rosse, (una con sopra il nome di Egeria - la ninfa...) anch'esse di plastica, di quelle che si vedono in abbondanza nei retrobottega di bar e ristoranti. C'è solo un unico elemento propriamente teatrale: un piccolo sipario rosso montato su una strutturina di metallo, privo della canonica mantovana a nasconderne il sostegno in ferro: un sipario nel sipario (aperto) della Sala Grande del Franco Parenti, che non pare un' allusione metateatrale voluta, ma sembra piuttosto il lascito di un'impostazione che potrebbe vedere lo spettacolo collocarsi in qualunque luogo non teatrale, esibendo il sipario come solo segno esteriore, testimonianza e indicazione allo spettatore distratto della strada che quello che sta per accadere ricade nell'orbita di ciò che chiamiamo comunemente teatro.

Teatro che è poi, qui, capacità della parola di proiettare frammenti di mondo a partire dal dettaglio delle situazioni più quotidiane, virate, deformate, da uno sguardo candido, buono, non investito di alcun cinismo (a parte un prologo quasi da cabaret satirico). E' lo humour di una certa innocenza invecchiata al sole della marginalità, che si scopre centrale perché da quella marginalità può guardare ancora con stupore il mondo, e dunque affermare viceversa la propria assoluta centralità di soggetto narrante rispetto al mondo.

La prospettiva di Celestini e dei suoi personaggi è questa dell'umile che conserva un forte afflato verso il fantastico, come via di fuga forse, ma ancora di più come forma di riscatto verso una realtà il più delle volte brutale. E brutale in fondo è la realtà vissuta da questi personaggi, che entrano nella narrazione uno appresso all'altro, quasi fondendosi l'uno con l'altro, e dove i segni della sutura drammaturgica che li tiene insieme sono così leggeri che spesso lo spettatore ci mette qualche secondo a capire che è cambiato il punto di vista ed ora a raccontare è un altro io narrante.

C'è uno che vive in un appartamento di 35 metri quadri "calpestabili", di fronte al supermercato dove lavorano facchini neri, con turni interminabili, e un addetto per la movimentazione delle merci al soldo di una cooperativa che impedisce qualsiasi forma di dignità e rispetto del lavoratore; una prostituta; una donna con la testa "impicciata", probabilmente affetta da demenza senile: in questo piccolo mondo di strada con il bar, il supermercato, il parcheggio, il magazzino, e il condominio dove vive il bevitore di sambuca, si susseguono frammenti di tranche de vie, piccole storie e situazioni che sembrano come preludere a qualcosa che non accade, a un evento miracoloso che le dovrebbe trasfigurare da un momento all'altro; e tutte danno il senso dello scorrere di un mondo di immagini che appaiono e scompaiono, si addensano e svaniscono, tenute insieme con il filo di una comicità tenera che muove al sorriso più che alla risata piena.

Tutto questo Celestini affida alla punta affilata del suo raccontare rotolante e rutilante; le parole si susseguono con una velocità che le mantiene tuttavia chiare all'orecchio, scorrenti in un ritmo-flusso (e sostenute talvolta dalla fisarmonica di Gianluca Casadei, anch'egli in scena), che le rende tumultuose come un fiotto di liquido organico, come un evento fisiologico; la rapidità dei tocchi di queste parole-scalpello fa venire in mente il picchio: il lavoro che fa sui tronchi quando batte con il suo becco lungo e produce quel tipico tamburellare, che echeggia dentro al tronco e nello spazio, risultandone amplificato e solennizzato quasi: è la solennità umile di quel lavorio in picchiettare e sagomare ogni immagine; artigianato del suono e del senso nell'urgenza sorgiva dell'evento.

E se pure il dettaglio sarà trascurabile, non ci sembra del tutto casuale che il nome della ninfa Egeria, probabilmente invece del tutto casualmente, compaia sulla cassetta che sta in scena; certo, sappiamo che si tratta di una nota marca d'acqua, ma è come si trattasse di un segnale da leggersi in chiave d'indizio, certamente accidentale, della linea del lavoro: il fantastico mitologico che si oggettivizza nel quotidiano più pervasivo e quasi banale; come non leggere questo piccolo segno nella prospettiva drammaturgica più generale, quel più articolato e manifesto discorso, in minore, su Dio, che intesse tutto lo spettacolo; con il barbone che rivolge al cielo una sua versione del "Padre nostro", sorta d'atto d'accusa per quella che viene sentita sostanzialmente come un'assenza di Dio? Oppure con il richiamo alla dimensione stellare del viaggio nello spazio, mentre il primo astronauta, per ironia della sorte, è una cagnetta, Laika, che in russo vuol dire semplicemente "che abbaia"? Alto e basso, quotidiano e divino...

La grandiosità dell'afflato verso un assoluto che si percepisce più vicino di quanto si creda e insieme la constatazione della propria miseria e piccolezza sembrano coesistere. Tuttavia, il riconoscimento di questa sproporzione non sembra condurre verso un'apertura al mistero proprio in virtù della presa di coscienza di questa sproporzione, all'inverso le prospettive dei personaggi e soprattutto del principale di essi, il bevitore di sambuca, si torcono verso un ulteriore rafforzamento della propria posizione di subalternità; il riscatto, se è immaginato, non è visto nei termini di una liberazione dell'ego dai condizionamenti del mondo, ma, al contrario, in quelli storici di una dialettica tra sfruttatori e oppressi che, sebbene realistica, porta il racconto, in certi punti chiave, ad avvitarsi intorno a una sorta di generico laicismo, piuttosto prevedibile: è il caso del già detto "Padre nostro", nel quale Dio è sempre troppo lontano dagli umili; e del finale, nel quale tutta l'energia del possibile riscatto personale si riversa nella decisione del bevitore di sambuca (detto il cieco perché porta sempre gli occhiali scuri) di buttarsi nella mischia degli scontri tra facchini neri in sciopero e polizia che carica; scena un po' retorica e un filino melodrammatica in verità, resa dal racconto che la prostituta fa a una signora del condominio barricata nel propro appartamento, che non vuole aprire e sentire la buona novella del cieco che si è buttato nella mischia per difendere gli operai di colore...

Franco Acquaviva

Una donna con la testa «impicciata», una prostituta, un'anziana che non ha il tempo di andare in chiesa, un gruppo di facchini extracomunitari e infine un barbone. Come se non bastasse, in questo coacervo c'è lui, finto cieco e dipendente da sambuca; un po' sciatto, ma in fondo (molto in fondo) impegnato. Nome: Gesù Cristo.
Avete capito bene: Ascanio Celestini interpreta Gesù e ci racconta cosa farebbe il redentore nel casino dei giorni nostri. Lo scapigliato ragazzaccio che parla romanesco, facendosi capire molto bene. Il "debosciato" che sotto la maglietta stropicciata nasconde un cuore di leone e una coscienza sempre vigile. Ecco chi è oggi Gesù, ovvero Ascanio Celestini, che fa tappa al Teatro Nuovo di Napoli con lo spettacolo Laika.
Un racconto tutto d'un fiato, come è nel suo stile. Una scossa lunga un'ora e quaranta. Una bella spinta, una strattonata, un ceffone dietro la nuca: una svegliata, per tornare a riflettere su temi che scottano. Non c'è spazio per la noia: è finito il tempo di sbadigliare e sbracarsi sulla poltroncina. Il teatro per Celestini non è certo un posto in cui si va per stare comodi: chi vuole svaccare rimane a casa a guardare la partita, o magari un talk show.
E così Gesù/Ascanio, in scena insieme al suo amico e coinquilino Pietro – Gianluca Casadei, che suona una struggente una fisarmonica e provocatoriamente parla in playback con la voce femminile di Alba Rohrwacher –, racconta una storia ambientata in un condominio romano. Una vicenda che, purtroppo, è attuale da due decenni almeno.
Roma, il caos; la città che, come poche altre in Italia, racchiude tutti i disagi le piaghe sociali. Che cos'hanno in comune una prostituta, una malata di alzheimer, un finto cieco dedito all'alcol e un'anziana donna che non crede in Dio? Prima risposta, la più ovvia: che abitano nello stesso condominio. Seconda risposta, un po' meno ovvia della precedente: che sono sole (vero in parte, dato che il finto cieco Celestini ha sempre Pietro a fargli compagnia). Terza risposta, l'inaspettata: tutte queste persone trovano il coraggio di scendere in strada per difendere i più deboli. Perché, forse è questo il vero prodigio, si accorgono che esistono persone più deboli.
La prostituta, emarginata da tutti i benpensanti, finita a battere (ancor giovane) dopo aver donato la propria onorabilità al ragazzo sbagliato; l'anziana che non crede in Dio e in ogni caso non avrebbe tempo di andare in chiesa e pregare, tutta presa dai propri problemi economici e di salute (oltre che da quelli di chi la circonda); la signora con la testa «impicciata», ovvero malata di alzheimer, che se non fosse per la sua anziana vicina non avrebbe nessuno con cui parlare (nessuno ad aiutarla a ricordare).
Queste persone - più il finto cieco, il "debosciato", "l'alcolizzato" Gesù/Celestini – si ritrovano giù in strada a difendere i facchini neri e infine il barbone, la figura più bassa e indifesa di tutte. Gli extracomunitari protestano, perché non ne possono più di fare ore di straordinario che non vengono retribuite; non resistono a sgobbare come muli, con la testa bassa e senza fiatare, osteggiati e isolati da tutti, crumiri compresi. La polizia li allontana a manganellate, li percuote e ci va di mezzo pure il barbone, che non ha colpe se non quella di offendere la pubblica decenza dormendo per la strada.
I protagonisti di Celestini sono soli e piuttosto afflitti, ma hanno il sangue nelle vene, sono vivi e per questo combattono. Seguono l'istinto e non se ne stanno comodi in casa, magari chiudendo gli scudi delle finestre; scendono, invece, a difendere gli ultimi perché è importante. Perché qualcuno deve farlo, anche chi meno ci si aspetta. In fondo, se è vero che Dio sta in cielo, la cagnetta Laika (lanciata dai russi nello spazio) a un certo punto è stata la creatura più vicina a lui. Chi se lo sarebbe immaginato mai di una quattro zampe?

Giovanni Luca Montanino

Ultima modifica il Lunedì, 15 Maggio 2017 23:22

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