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IO SONO MISIA. L'APE REGINA DEI GENI - regia Francesco Zecca

Lucrezia Lante Della Rovere in "Io sono Misia. L'ape Regina dei geni", regia Francesco Zecca Lucrezia Lante Della Rovere in "Io sono Misia. L'ape Regina dei geni", regia Francesco Zecca

di Vittorio Cielo

regia Francesco Zecca

con Lucrezia Lante della Rovere
scene Gianluca Amodio 

costumi Alessandro Lai

luci Pasquale Mari 

musiche Diego Buongiorno

produzione Pierfrancesco Pisani, Progetto Goldstein in co - produzione Fondazione Devlata, DoppioSogno
Roma, Teatro India di Roma, dall'8 al 13 marzo 2016

www.Sipario.it, 9 marzo 2016

ROMA - Una vita spesa nel nome dell'amore per l'arte, la letteratura, il piacere, la civetteria, la mondanità. È questa l'essenza di Marie Sophie Olga Zenaïde Godebska (1872-1950), meglio nota come Misia Sert - dal cognome del terzo marito, il pittore spagnolo José-Maria Sert cui si unì nel 1914 -, regina dei salotti intellettuali parigini a cavallo fra ottocento e Novecento.
Alla sua figura di donna emancipata e amante dell'arte, rende omaggio Lucrezia Lante della Rovere con il monologo Io sono Misia. L'ape Regina dei geni, scritto dal poeta Vittorio Cielo (che si è liberamente ispirato alle memorie della stessa Misia), per la regia di Francesco Zecca. Lo spettacolo si avvale di una scenografia semplice e suggestiva insieme, ovvero un grande trono dall'altissimo, monumentale schienale, foderato di damasco verde a motivi floreali, dal vago sapore preraffaellita o simbolista, sul genere della pittura di Franz von Stuck. Alla destra dl trono, un tavolo alto con un bottiglia di champagne, quel "nettare degli dèi" che accompagnava le notti di Misia. Alla quale presta il corpo Lucrezia Lante della Rovere, elegantissima in abito di frusciante seta verde che ricorda la moda parigina degli anni Venti, quella di Paquin e dell'esordiente Coco Chanel. Amica, nemmeno a dirlo, di Misia.
Senza ricostruirne la biografia, lo spettacolo tratteggia in maniera comunque efficace le passioni e le irrequietezze di una donna che ebbe tre mariti, sin da giovanissima (allieva del pianista Gabriel Fauré), per le movimentate vicissitudini familiari viaggiò molto nell'Europa del Nord, e dopo il primo matrimonio, nel 1893 aprì in Rue Sainte Florentine a Parigi il suo salotto dove si davano convegno, fra gli altri, Marcel Proust, Pierre-Auguste Renoir, Odilon Redon, Henri de Toulouse-Lautrec, Sergej Pavlovič Djagilev, Claude Debussy, Stéphane Mallarmé, e André Gide. Risposatasi nel 1905, e ancora nel 1914 con Sert, continuò ad ospitare il mondo intellettuale parigino, stringendo con molti dei suoi esponenti amicizie profonde, in particolare quelle con Djagilev, Proust, e Coco Chanel, che conobbe nel 1917 e che sempre incoraggiò nella sua attività di creatrice di moda. Marcel Proust, che s'ispirò a lei per il personaggi di Madame Verdurin, la definì «un monumento di storia, collocata nell'asse del gusto francese come l'obelisco di Luxor nell'asse degli Champs Èlysées».
Costruito come un monologo sul filo dei ricordi, il testo di Cielo ha forse il torto di non raccontare al pubblico la figura di Misia, ma il anche il merito artistico di lasciarla intuire attraverso una serie di flash-back, citazioni, nostalgie, brevi aneddoti, che la Lante della Rovere interpreta comunque con pathos dionisiaco, a rendere la vita della Sert una fiaba affogata nell'assenzio, nell'oppio e nella morfina, una favola raccontata con il coraggio di mettere a nudo un'anima complessa, desiderosa di dominare quanto di essere dominata, una farfalla impaziente di farsi bruciare le ali. Elegantemente vestita, non ci è difficile immaginarla muoversi e conversare nel suo lussuoso salotto, che ascolta brani di prosa e poesie declamati per lei, che dispensa consigli all'amico Djagilev, che incanta e si lascia incantare. A costruire quest'atmosfera a metà fra il nostalgico e l'onirico, oltre alla scenografia, anche il sapiente uso delle luci, a creare suggestive zone d'ombra. Quelle stesse che oscuravano di quando in quando l'anima di Misia, che non riuscì ad appagare pienamente il suo desiderio di vivere sopra le righe, attraverso esperienze che la scuotessero in ogni sua fibra. Di grande effetto anche la voluminosa pettinatura, che non sarebbe dispiaciuta alla Marchesa Casati, una morbida chioma leonina che riprende quella della vera Misia. Tutto, dagli abiti, alle mani curate, dallo sguardo alle movenze, in lei era fatto per far innamorare gli uomini, artisti o intellettuali che fossero, cui mai però si concedeva interamente. Eppure, anche questa regina dei salotti soffrì per amore, e per non perdere il terzo marito, si rassegnò, pur con gelosia, a sopportare un ménage à trois con la giovane Roussy, una principessa di origine russa, che appunto era entrata nelle grazie di Sert. Lo racconta sul palco la stessa protagonista, con un furore di bestia ferita nell'orgoglio. Toccante anche il ricordo dell'amica Coco Chanel, che sempre le regalava un cappellino o un nuovo modello di abito.
Nel complesso, Lucrezia Lante della Rovere regala un'intensa prova attoriale, nel non facile compito di tratteggiare una personalità complessa e tormentata come Misia Sert, in un atipico monologo in continuo movimento, come una melodia di Debussy.

Niccolò Lucarelli

Ultima modifica il Mercoledì, 09 Marzo 2016 20:58

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