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HAMLET-ALBUM DI FAMIGLIA - regia Claudio Collovà

Hamlet - Album di famiglia Hamlet - Album di famiglia Regia Claudio Collovà

Uno spettacolo di Claudio Collovà da Shakespeare, Müller, Rilke, Majakovskij.
scenografia: Andrei Walsh
costumi: Velica Panduru
musica: Tom Brandus
con Constantin Lupescu (Amleto), Simona Popescu (Ofelia), Coca Bloos (Gertrude), Avram Birãu (Cladio), Michaela Rãdescu (Cãlãuza).
produzione: Coop. Teatrale Dioniso- Palermo; Teatrul Mic-Bucarest; Kals’art Festival 2006; Palermo Teatro Festival

www.Sipario.it, 2007

E’ la prima volta che un regista italiano dirige una compagnia rumena. Un onore per Claudio Collovà che s’è trovato davanti una cinquantina d’attori del Piccolo Teatro di Bucarest e che ne ha dovuto scegliere soltanto cinque per questo suo personalissimo Hamlet andato in scena nel Nuovo Montevergini di Palermo e che girerà almeno due anni in Italia e in Romania. Lo spettacolo poggia in particolare sull’Hamlet/Maschine di Heiner Müller dove la Danimarca è diventata una prigione, simile al bunker di Collovà dove il finestrone centrale appare all’inizio illuminato con colori rosso-magenta e fascia nera superiore rievocando quei dipinti astratti di Rothko. La tragedia s’è già consumata chissà quante volte e i quattro personaggi centrali che non sono sopravvissuti alla violenza (Amleto, Ofelia, Gertrude e Claudio) ripetono teatralmente quanto già hanno vissuto: giocano quasi a rimirarsi in questo Album di famiglia composto da tredici scene e che s’ispira all’opera fotografica del ceco Jan Saudek. La novità consiste nella presenza d’una quinta figura inventata di sana pianta dal visionario Collovà che si chiama Calauza (“traghettatore” potrebbe essere il suo significato) agghindata con bianca marsina quella di Michela Radescu: una sorta di Caronte al femminile o fool shakespeariano che funge da testimone o che s’aggira come un virus infettante il file di questa tragedia. E’ lei all’inizio che imbelletta Amleto da clown suggerendogli d’interpretare l’enigmatico personaggio che Müller ha tentato di distruggere, e sarà lei ad essere quasi sempre presente in questo puzzle teatrale. Sulle nere quinte si legge, a grandi lettere, una frase interrogativa che si ritrova nell’Amleto di Shakespeare: IF THE FATHER WHO HAS NOT ASON BE NOT A FATHER CAN THE SON WIT O HAS NOT A FATHER BE A SON? ( “ Se un padre che non ha un figlio non è un padre, può un figlio senza padre essere un figlio?”), mentre la scena di Andrei Walsh è tutta disseminata di libri e volumi di varie fogge che l’eroe del titolo avrebbe letto se la sua vita avrebbe preso un’altra china. Ma, come dice Umberto Eco, i libri non letti, solo toccati, guardati o spostati di poco, quando si prova a leggerli è come se uno li avessi già letti. Certamente è faticoso seguire lo spettacolo in una lingua (il rumeno) di cui non si capisce una sola parola, per giunta senza sottotitoli, ma con lieve sforzo e con l’aiuto d’una sinossi, si riesce a seguire la pièce che brilla per il rigore e la compostezza recitativa dei suoi protagonisti, per le musiche intimiste di Tom Brandus e per i costumi di Velica Panduru. Ecco adesso la Gertrude di Coca Bloos avanzare sulla scena tenendo fra le braccia il corpo del suo re e marito, ucciso dal suo nuovo sposo Claudio che festeggia scolandosi una bottiglia di vino nel giorno del suo matrimonio. Seguono adesso una serie di tentati suicidi da parte dell’Ofelia della brava Simona Popescu che è andata via di testa dopo il devastante rapporto con Amleto, anche lui certamente con qualche problema. Riecheggiano le parole di Rilke tratte da I quaderni di Malte Laurids Brigge: un modo per tornare alla poesia che è stata abbandonata mentre Calauza dirà a Gertrude che suo figlio è impazzito, ricevendo come risposta parole di fuoco ( “io sono la madre di un morto…e in questa casa la festa della morte non è ancora alla fine”). Segue il secondo tentativo di suicidio di Ofelia con una pistola, redarguita subito da Amleto con la nota frase esaltata da Carmelo Bene, “ và in convento”, avendo come risposta una battuta alla Woody Allen : “Oggi ho smesso di uccidermi”. Il corpo del re morto è sempre lì sul proscenio, non occorre che il suo fantasma aleggi in quella claustrofobica cella: Claudio è ormai alle corde e Gertrude carica di colpe e di collane vomiterà fiele. Adesso Ofelia tenta il suo terzo e ultimo suicidio agghindata di rosmarino al suono d’una canzone dei fiori e Amleto con le parole di Müller rinuncerà ad essere Amleto. E nel finale quell’angelo sterminatore di Calauza stenderà su tutto il palcoscenico un grandissimo lenzuolo rosso con i versi di Majakovskij tratti da La nuvola in calzoni: un modo, mentre la foto di famiglia si dissolverà fra le brume di Elsinore, per trasformare questo Hamlet di Collovà in una protesta contro l’orrrore del nostro tempo.

Gigi Giacobbe

Ultima modifica il Domenica, 11 Agosto 2013 07:11

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