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HEDDA GABLER - regia Elena Bucci

Hedda Gabler Hedda Gabler Regia Elena Bucci

di Henrik Ibsen
regia di Elena Bucci, con la collaborazione di Marco Sgrosso
progetto ed elaborazione drammaturgica di Elena Bucci e Marco Sgrosso
con Elena Bucci, Maurizio Cardillo, Roberto Marinelli, Salvatore Ragusa, Giovanna Randi, Marco Sgrosso ed Elisabetta Vergani
disegno luci Maurizio Viani, costumi di Ursula Patzak
produzione Centro Teatrale Bresciano,
al teatro Sociale, Brescia, prima nazionale 2008

www.Sipario.it, 30 giugno 2008
Avvenire, 10 gennaio 2008
Corriere della Sera, 11 aprile 2008
www.Sipario.it, 1 aprile 2008

È forse il più enigmatico dei drammi di Ibsen, ove con più evidenza si allunga l’ombra inquietante di Kierkegaard, di quel pendolo della vita che oscilla fra la noia e l’angoscia. Hedda è una figura ad un tempo ammaliante e scostante, ed Elena Bucci, orchestrando con intelligenza i registri della propria fascinosa, atipica femminilità, è riuscita a costruire un personaggio che meglio non poteva restituirne le seducenti, ambigue sfumature.
Lo spettacolo si apre su un palcoscenico buio ove, da un ovattato, confuso bisbiglìo, a poco a poco divengono intelligibili le prime battute del testo, sovrapposte alla didascalia iniziale. I personaggi, seduti sul fondo, sono già tutti in scena, anche quelli non ancora previsti dal copione (e vi rimarranno per tutta la durata del dramma); fra questi, l’assente Hedda che, di spalle, con un seducente gioco plastico delle braccia nude (un raffinato contrappunto mimico e luministico che percorrerà l’intero spettacolo), anticipa la cifra fortemente figurativa e coreutica dell’allestimento.
Questa commistione di realismo borghese (il linguaggio verbale, i costumi vittoriani), e di astrattezza espressiva (la scenografia ridotta a sette sedie, un sapiente uso simbolico delle luci; la gestualità esasperata, a volte quasi burattinesca degli attori), costituisce una delle intuizioni più felici della regia e della drammaturgica della Bucci, che riesce, senza forzature né ammiccamenti, a esaltare l’attualità di un testo dichiaratamente ambientato nel 1890.
Bella l’invenzione, al posto della cameriera Berthe, di una sorta di estraneo ma incombente personaggio coro. Notevole l’uso della musica, che alterna frammenti di Sostakovic a brani settecenteschi, alle note di un tango, sempre con una loro pregnante funzione drammaturgica.
Nel finale, dopo aver compiuto la sua opera distruttiva, secondo copione, l’eroina si ucciderà con un colpo di pistola dietro le quinte. Ma qui Hedda è in scena, e lo sparo non si ode: è restituito, ancora una volta, da un bellissimo, muto taglio di luci sulle braccia e sulle mani della protagonista.

Claudio Facchinelli

Le Belle Bandiere dopo Goldoni e Shakespeare rileggono Ibsen col dramma di «Hedda Gabler»

Un modo di far teatro dinamico, quasi aggressivo, molto vicino alla sensibilità moderna: quello de Le Belle Bandiere. Gruppo che, diretto con mano salda da Elena Bucci e da Marco Sgrosso e specializzatosi nel rileggere i classici in maniera personalissima, è fra quelli emersi negli ultimi anni fra i più vitali e caratteristici. Eccellenti i risultati ottenuti con Goldoni e Shakespeare. La riprova ora a venire con altro classico non meno facile da affrontare. Quel padre nobile del teatro moderno che è Henrik Ibsen del quale a venir proposto o, meglio, riproposto dopo lunga assenza dalle nostre scene (a produrre il Centro Teatrale Bresciano) quello che è uno dei suoi lavori più aspri: Hedda Gabler.
Testo arduo e insidioso nel quale a ergersi a protagonista è una contradditoria figura femminile. Hedda Gabler appunto, personaggio già cavallo di battaglia di tante primedonne. Come una antica eroina, portatrice Hedda di una dannazione misteriosa, di una dolorosa esclusione dall'amore e della felicità. Dentro di lei, un groviglio di serpi quali possono attorcigliarsi in una donna inespressa e repressa, alla ricerca di una identità e di una affermazione. Una donna, campione qualcuno ha voluto vedere di certo protofemminismo, che si erge contro il maschio (ecco perché ha sposato un uomo debole, Jorgen Tesman, un piccolo studioso con la limitatezza dello specialista) che disistima e non ama, di cui non accetterà alcuna supremazia. Così come non accetterà la supremazia di Ejlort Lovborg, uomo di ben altro spessore culturale che già aveva amato e di cui si sente tradita. Uomo, Lovborg, che non l'ha capita e di cui vuole ora vendicarsi. Meritevole di punizione se non fosse che a essere sconfitta sarà lei stessa. Sconfitta Hedda dal combattimento con la società maschile ma anche dalla lotta con se stessa, con la propria introversa, orgogliosa, inesorabile natura. E dunque pronta a uscire di scena. Con quel colpo di pistola che sigillerà l'acre finale del dramma.
Un personaggio quello di Hedda, carico di fuoco, petrigno, suggestivo, come lo era quello di Lady Macbeth, che Elena Bucci assume possedendo i mezzi e le tonalità giuste (tra il realistico e l'estetizzante) per stabilirne l'arroventata personalità. La sua interpretazione a stare al centro di uno spettacolo che corre teso, veloce, senza divagazioni, sul filo di un grottesco leggero quanto feroce e che a tratti, anche per via dei giochi mimici (un po' forse in eccesso), ha la parvenza di un tragico balletto. Impaginato con molta raffinatezza dove nella scena volutamente vuota, nera e luttuosa, giocano bene le luci curate da Maurizio Viani e dove a imporsi è anche Marco Sgrosso che disegna assai finemente un Tesman ridicolo omuncolo e che con la Bucci ha collaborato all'allestimento.

Domenico Rigotti

Un mandala per dire Ibsen

Al tempo della memorabile Hedda Gabler di Massimo Castri, più di un quarto di secolo fa, due accaniti lettori di Ibsen si ritrovarono a Ferrara e cominciarono una loro disputa sul tema dell' incesto. Per Roberto Alonge, nella vita e nella morte di Hedda decisivo è il rapporto con il padre, il defunto generale Gabler. Per Paolo Puppa, l' incesto è metaforico, il padre di Hedda è il suo autore, è Ibsen. Molto più tardi, era il 1999, con il consueto understatement Carlo Cecchi sgombrò il terreno da ogni intralcio psicologico, o psichico, o inconscio: per lui Hedda non era, alla lettera, che una stronza. Il colpo di pistola con cui si toglie la vita appariva, in quella prospettiva, una liquidazione di merce avariata. Nella Hedda Gabler di Elena Bucci (con la compagnia Le belle bandiere), un nodo irrisolto persiste, Hedda è ancora degna di attenzione, ma il suo cruccio è di natura «estetica». Hedda è un' anima bella, che non sopporta né lo scandalo che un comportamento ribelle implicherebbe, né la volgarità della vita com' è, o come rimarrà se non vi sarà ribellione. Nello spettacolo della Bucci vi è, come ritorno del rimosso, un atto inconscio. La scena è vuota, si scorgono solo tre tipi di oggetti: otto sedie, per lo più disposte sul fondo e allineate; una quantità di bicchieri e le due pistole che porranno fine al dramma. Gli attori di questo dramma, offerto in forma di commedia mondana, si muovono, in (disegnate a terra) «forme di quadrati concentrici che diventano labirinti, schemi di gioco, traiettorie per pedine, corridoi spalancati su un esterno che non si ha la forza di affrontare». Quel disegno è quasi un mandala. Ne è una riprova la cruciale scena dell' infanticidio. Hedda, che è incinta, brucia il manoscritto di Lovborg, l' uomo che avrebbe potuto amare quando era ragazza e che ha ritrovato al ritorno dal viaggio di nozze con il giudice Tesman. Anche Lovborg è un' anima bella che non è diventato un' anima persa per merito di Thea, della sua generosa, infantile dedizione. Accanto a lei è riuscito a scrivere un libro, cioè a concepire, a dare un senso alla sua vita. Ma con il ritorno di Hedda l' antica inclinazione al disordine, o al piacere fuori misura, riprende il sopravvento. Lovborg perde il manoscritto, la propria creatura, e Hedda, l' invidiosa Hedda, la gelosa Hedda, ne farà giustizia. Ebbene, questo atto di distruzione totale avviene in silenzio, in una gestualità semi-rituale, con Hedda al centro del mandala: là è il punto esatto in cui, in termini junghiani, si compie il processo di individuazione. Hedda è Hedda nell' attimo del suo massimo malessere. Nessuna pulsione incestuosa. Solo l' oscuro desiderio di manovrare le vite altrui (è lei a consegnare a Lovborg la pistola che lo ucciderà) e, infine, la propria: per uccidere se stessa, uscirà dal labirinto o, meglio, dal mandala, da un' armonia a lei negata. Per Hedda, la creazione equivale alla distruzione. In quanto non inteso o (forse) inconscio, il mandala prima aveva consentito che non vi fosse che una satira del mondo cosiddetto borghese: movimenti meccanici, marionettistici, orizzontali. Troppo poco. O troppo squilibrio rispetto allo sviluppo degli eventi. Alla contenuta isteria di Hedda-Elena Bucci era contrapposta la lineare e convulsa gestualità dei suoi antagonisti Marco Sgrosso, Maurizio Cardillo, Roberto Marinelli, Salvatore Ragusa, Giovanna Randi, Elisbetta Vergani. Ma tutta l' ultima fase di questa Hedda Gabler ne riscatta i preliminari, in una crescita continua dell' intensità, ovvero della verticalità figurale.

Franco Cordelli

Hedda Gabler è una donna stritolata dal desiderio e dalle convenzioni borghesi, è donna che brucia di libertà e deve sottostare all’imperativo borghese: “Queste cose non si fanno”. Elena Bucci, interprete e regista di Hedda Gabler, prodotto dal Centro Teatrale Bresciano con la collaborazione di Belle bandiere, mette in scena un piccolo gioiello di intelligenza in cui la lettura del testo è lettura creativa, sa fare della pièce di Ibsen una sorta di parabola del desiderio che soffoca o meglio del soffocamento a cui può portare la rinuncia del desiderio. La Hedda Gabler di Elena Bucci cancella “visivamente” e “attoralmente”‚ ogni aspetto realistico e naturalistico. Le didascalie che descrivono l’interno borghese della casa di Hedda, neosposa di Tesman (Marco Sgrosso), sposato senza amore e per convenienza economica, vengono scandite all’aprirsi del sipario. In scena solo alcune seggiole e lo spazio disegnato dalle luci di Maurizio Viani. L’impressione fin dall’inizio è che tutto quanto accadrà sia il frutto della mente di Hedda Gabler, sconvolta dal ritorno di Løvborg, l’amante di un tempo, minacciato anni prima con una delle pistole del generale, padre di Hedda Gabler. E quell’atto mai concluso apre e chiude la vicenda, una vicenda in cui Ibsen mette a nudo le piccolezze borghesi, l’inquieto sentire della sua eroina, prigioniera del suo ruolo e della sua bellezza, apparentemente forte, ma in realtà stritolata dalle convenzioni della “buona società”.

Elena Bucci con la collaborazione registica di Marco Sgrosso epura il testo di ogni aspetto naturalistico e trasforma i personaggi di Ibsen in marionette in balia di un divenire che travolge tutto e tutti: travolge il ritorno alla vita di Løvborg, le speranze di gloria intellettuale di Tesman, i sogni d’amore di Hedda. La Hedda Gabler di Elena Bucci è un personaggio sospeso fra volontà e convenienza, fra libertà del cuore e schiavitù dell’interesse, marionettista e marionetta d’un vivere che non dà speranze, che avvizzisce i sogni. La messinscena vive di una raffinata eleganza, di un rigore attorale assoluto, condiviso dai membri di tutta la compagnia, oltre ai già citati Elena Bucci e Marco Sgrosso, anche Maurizio Cardillo, Roberto Marinelli, Salvatore Ragusa, Giovanna Randi, Elisabetta Vergani. Su tutto e tutti domina Elena Bucci fasciata in un abito nero, donna guidata dal proprio sentire, dalla passione inespressa, dall’amore sognato che la spinge a chiudere dietro di sé una vita di atti mancati.

Nicola Arrigoni

Ultima modifica il Domenica, 11 Agosto 2013 07:25

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