martedì, 20 agosto, 2019
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IMITATIONOFDEATH - regia Stefano Ricci

Imitationofdeath Imitationofdeath Regia Stefano Ricci

drammaturgia Ricci/Forte
con Giuseppe Sartori, Pierre Lucat, Andrea Pizzalis, Fabio Gomiero, Blanche Konrad, Piersten Leirom, Cinzia Brugnola, Michela Bruni, Barbara Caridi, Chiara Casali, Ramona Genna, Liliana Laera, Mattia Mele, Silvia Pietta, Claudia Salvatore, Simon Waldvogel
movimenti Marco Angelilli, direzione tecnica Davide Confetto
regia Stefano Ricci
produzione ricci/forte in coproduzione con Romaeuropa Festival, CSS Teatro stabile di innovazione del FVG, Festival delle Colline Torinesi, Centrale Fies
Piccolo Teatro Studio, Milano dal 13 al 18 novembre 2012
Parigi, Maison de Culture 93, Salle Oleg Efremov di Bobigny dal 14 novembre al 1 dicembre 2013

www.Sipario.it, 3 dicembre 2013
www.Sipario.it, 20 novembre 2012
Ricci/Forte conquistano Parigi con Imitationofdeath.
Ovvero Scoprire la morte per sentirsi vivi

Ci vorrebbe un saggio fiume per entrare nei gangli creativi della coppia Ricci/Forte, tante sono le cose, i segni, i sentimenti positivi e negativi, le intenzioni e la simbologia della scrittura, che bisognerebbe sezionare punto per punto, decodificare, classificare, per capire il loro "progetto teatrale", che molto successo ha dal 2006, anno del primo loro debutto con Troia's Discount; e che, anno dopo anno, ha raccolto una sentina d'importanti premi, riconoscimenti, tournée all'estero, critiche alte e basse, consensi e dinieghi, richieste per il futuro.
Comunque lo si voglia classificare, il loro teatro, per noi, è, e rimane, un teatro di narrazione, affidato ai linguaggi comunicanti dell'essere umano: voci, immagini, azioni pantomimiche; ma, soprattutto, dando la preferenza, più che alla parola, al linguaggio corporeo singolo e collettivo: corpi che si liberano, vibrano, si esibiscono senza tabù, senza complessi, entrano in relazione tra loro; e sprigionano una anima collettiva, che emana una intima energia, una forza coinvolgente a qualsiasi latitudine, per qualsiasi spettatore; ma questi corpi che interagiscono tra loro sono anche sostenuti, in maniera determinante, dominante e principale, da musica e canzoni, in un rapporto dialettico con le azioni che si dipanano in scena, in uno spazio-palcoscenico aperto; meglio una scatola nera spoglia per dare neutralità al succedersi delle sequenze, poiché il procedere della narrazione è per quadri rapsodici, il cui nerbo, spina dorsale, filo conduttore è il tema proposto, tutto poi avvolto in una luce di scena riorganizzata, fuori dagli schemi di illuminotecnica del teatro tradizionale, una illuminazione di atmosfera, giusta per una narrazione, per un teatro epico.
Ammesso che il teatro non ha limiti espressivi; può contenere tutto: si possono intrecciare, amalgamare, miscelare sapientemente ciò che la creatività, la fantasia, l'immaginario umano, gli oggetti possono suggerire, dettare, imporre.
Tutto ciò lo si può riscontrare in questo spettacolo Imitationofdeath, che, in ultima replica, dopo quindici, abbiamo voluto vedere e vivere intensamente al teatro della Maison de Culture 93, Salle Oleg Efremov di Bobigny, un bel teatro periferico, in un contesto urbano un po' triste e poco animato,
la cui politica, lo diciamo subito, è da rivedere nella strategia dei prezzi,
che sono alti e in contrasto con la sua funzione culturale e di servizio sociale finanziata da enti pubblici. In compenso, abbiamo saputo che il direttore Patrick Sommier è assai attento all'accoglienza degli artisti.
Cosa narra questa "imitazione della morte"?
Immaginate di vedere su un grande pavimento nero, circoscritto da sei lunghe candele al neon ai lati, utili per illuminare e "recintare" lo spettacolo e come punti focali per i cambiamenti degli attori, una gigantesca parete-lavagna, anch'essa nera, sul fondo; un nastro con divieto di accesso come si usa mettere sulla strada quando ci sono "lavori in corso"; il tutto davanti alla platea; ora, immaginate sedici corpi umani sdraiati stanno spirando l'ultimo respiro, visibile attraverso un sacchetto sulla bocca, appena illuminati da altre due candele sul fondo al neon verdastre; ascoltare l'ansimare che cresce fino a determinare la morte di ciascun corpo; le salme, poi, come fantasmi, si animano e si fanno nuovo corpo, (mondo degli accessori che ormai fissiamo su di noi per dare volto alla nostra estetica); i sedici fantasmi-corpi nello spazio- riprendono vita; cominciano a rapportarsi col pubblico con intensi sguardi e atteggiamenti in segno di sfida, di rabbia. Immaginate poi che questi 16 nuovi esseri si fanno coppie variegate, per iniziare il loro viaggio di denuncia, smascherando tutti gli atti quotidiani che sono già l'anticamera di una non vita, un inganno.
La coppia Ricci/Forte (il primo che opera sul tessuto poetico delle parole, frammenti di pensieri, il secondo sulla tavolozza dei corpi) ha messo in piedi sapientemente, a volte con sofferenza, a volte con ironia, a volte in maniera grottesca, la nostra società che vive un culto di morte più che di vita. Difficile fare una sintesi: lo spettacolo è la somma di tanti momenti narrativi che si fondono per dare una suggestione unitaria, comune.
Il loro progetto teatrale può vivere solo con la presenza di giovani attori, disponibili a rinunciare al proprio ego, per farsi strumenti totali, ma con ampi margini di libertà creativa, performativa, dentro un preciso spartito di tempi, ritmi, per scrivere canoni teatrali che puntano alla emotività dello spettatore, la cui traccia possa poi arrivare alla mente dello spettatore per farsi riflessione.
Attori e attrici che si offrono anima e corpo, spinti dal convincimento di avere una funzione sociale, umana, di responsabilità; anche se non avranno poi un riconoscimento pubblico individuale, visto che emerge solo il valore del gruppo, animato, diretto, disciplinato dalla coppia creatrice, meritano di essere non solo menzionati ma anche ringraziati; e sono: Marco Angelilli, Michela Bruni, Chiara Casali, Ramona Genna, Désirée Giorgetti, Fabio Gomerio, Blanche Konrad, Liliana Laera, Piersten Leirom, Mattia Mele, Silvia Pietta, Claudia Salvatore, Giuseppe Sartori, Francesco Scolletta, Simon Waldvogel.

Mario Mattia Giorgetti

Se la gente pensa che stai morendo ti presta tutta la sua attenzione. Se questa può essere l'ultima volta che ti vedono, ti vedono davvero, la gente ti ascolta invece di aspettare il suo turno per parlare. Chuck Palahniuk

Sedersi e cominciare a guardare sedici corpi, a terra, il volto coperto da sacchetti di carta, respirare piano in attesa, è l'avvertimento: Il modo più facile per evitare di vivere è stare a guardare (C.P.) Ma il respiro è contagio e la fame d'aria non verrà placata facilmente: è impulso, quel lieve battito che diventa l'unico appiglio per riemergere. I corpi si rianimano, rigettano quel sacchetto, quel piccolo espediente per tenere a bada il panico, ed intraprendono la loro estenuante lotta contro il peso schiacciate del non essere, dell'essere sotto controllo, dell'accettare la morte. Elevarsi e schiantarsi, ogni centimetro che il corpo riesce a staccare dal suolo e a conquistare nello spazio a dispetto di un quotidiano annientamento, è vittoria, è vita. Eravamo ancora vivi e volevamo sapere fin dove saremmo potuti arrivare restando vivi. (C.P.)
Questi corpi, rinati dalle macerie di un'umanità estinta, eroi senza armatura, avanzano nonostante la vertiginosa instabilità delle loro propaggini, ci guardano e ci mostrano i passaggi di una vita, la nostra.
In principio una voce: "In verità, in verità vi dico: questa notte uno di voi mi tradirà." E' una donna. Impugna un microfono e viene frustata dai suoi simili armati di jeans. Ad ogni sferzata un ricordo: un amplesso, un contatto sessuale. Una gang-bang lunga una vita. Una collezione di particolari che a poco a poco genera un sottile disgusto, un amaro latente, un velato disagio che una mazurka di sorrisi non può che amplificare. Sorrisi che ad ogni giro appaiono sempre più smorfie grottesche, una danza di labbra e denti. Svelare la finzione. Così familiare. Così simile a ciò che conosciamo. Da qui l'esigenza: la macchina di corpi avanza e si strappa di dosso quei coturni che li aveva resi distanti, mitologici. Gli dei diventano uomini e nell'assomigliare a noi si mascherano: Halloween. I morti e i vivi che si confondono. I vivi che si travestono da morti per sentirsi vivi. Eppur son morti. Siamo morti. Siamo lì seduti a guardare e a rifletterci in quella schiera di maschere che pare essere uno specchio, distorcente e fedele.
"I vivi sono vivi. I defunti defunti,
provate a guardare chi vi sta accanto
non ci sono differenze
la morte del corpo è la cosa più semplice,
nessuno vede l'inumazione dell' identità."
E con questa l'evaporazione dei contenuti, lo svanire dei contatti umani: coppie che tentano di comunicare ma che emettono solo fumo/ asfissia/coppie che precipitano a terra come bombe/il sesso non è sufficiente a tenerci in vita, basta che l'altro ci lasci un attimo per crollare rovinosamente, scompostamente, fantocci anonimi dipendenti. Vaghiamo nel buio, rifuggiamo la luce che brucia la pelle quando ci coglie nell'espressione della pochezza del nostro essere, troppo impegnati a sbranare brandelli di cosa?, a dividerci i resti di una dignità che releghiamo per poco ad un mito, una star che pare poter ridare gioia e frenesia ma che in realtà è fama che genera bramosia, fame e possesso. E il mito viene fagocitato, consumato e poi dimenticato.
I supereroi non hanno più superpoteri, i supereroi sono super solo perché riescono ad essere più normali, più normali di noi. Noi che vinciamo l'Oscar per il ruolo che interpretiamo ogni giorno, quel ruolo che ci definisce, ci ingabbia, ci distanzia da noi stessi e dai nostri bisogni primari, noi costretti a districarci in una foresta di ostacoli che ci separa da un obiettivo che se riusciamo a raggiungere presto non ricordiamo perché l'abbiamo voluto.
E allora cosa resta? Cosa resta di noi se non sappiamo più condividere? Se l'unico modo che abbiamo di parlare è mentire? I nostri pensieri sono talmente compressi, stipati nella nostra mente che chi cerca di leggerli, di liberarli, ne subisce l'irruenza, ne viene travolto. La rottura dell'argine è dirompente. Cortocircuito.
Dopo la morte quel che resta è ciò che abbiamo seminato: una lunga sequenza di oggetti senza valore alcuno, se non per noi che non ci siamo più.
Quando abbiamo smesso di sognare?
Quando abbiamo smesso di crescere?
Le tacche sulle pareti che segnano una data importante, la misura di un evento che ci ha cambiato è da dove si parte, ma le proiezioni di quello che vorremmo nel futuro sono voci che si perdono nel vuoto. Non c'è ritorno. È una lenta rassegnazione. È l'assistere ammutoliti al funerale delle nostre aspettative.
Perdere ogni speranza era la libertà (C.P.)
Quanto meno è il passaggio prima di potere mettere in evidenza lo scheletro dei nostri quesiti irrisolti, quei perché che ci accompagnano da sempre.
Il modo più rapido per chiudere una porta sul passato è seppellirsi nei dettagli (C.P.)
Trascinare il proprio mondo nello spazio, trovare rifugio negli oggetti che ci rappresentano, circondarsi delle proprie ossessioni, è questo il conforto? È isolamento. Ora che il viaggio è stato intrapreso non si può tornare indietro. Le cose che una volta possedevi ora possiedono te. (C.P.)
E ti ritrovi intrappolato. Ancora una volta. Ancora nell'ennesima imitazione della morte.
Dice Palahniuk : "La mia volontà di vivere mi stupisce. è stato meglio della vita vera. è il tuo solo momento perfetto e non durerà per sempre."

Imitationofdeath non è una storia. Imitationofdeath non è un percorso guidato in una trama che prevede inizio-svolgimento-fine. Imitationofdeath non è la trasposizione teatrale di un'opera di Palahniuk. Ne è essenza. È come l'universo di questo autore riverbera nel mondo di ognuno di noi.
In scena, mai come in questo caso, sedici performers (Giuseppe Sartori, Pierre Lucat, Andrea Pizzalis, Fabio Gomiero, Blanche Konrad, Piersten Leirom, Cinzia Brugnola, Michela Bruni, Barbara Caridi, Chiara Casali, Ramona Genna, Liliana Laera, Mattia Mele, Silvia Pietta, Claudia Salvatore, Simon Waldvogel), con generosità disarmante mettono a nudo dettagli di sé, del loro vissuto e li passano attraverso il filtro del linguaggio di Palahniuk.
Ancora una volta chi guarda viene sollecitato, spronato ad un'attività di interpretazione.
L'intento è estremamente vitale. È propulsivo.
Ricci/Forte, coadiuvati dalla cura meticolosa con cui Marco Angelilli ha seguito i movimenti scenici, denunciano con questo lavoro un ammirevole coraggio e un'inusitata fiducia: i sedici performers sono inseriti all'interno di una costruzione scenica precisa e strutturata la cui distribuzione cambia, però, di sera in sera: poco prima della replica viene comunicata la formazione, quindi ripercorsi i passaggi di un viaggio in cui, alcuni punti salienti, sono affidati all'improvvisazione, all'eruzione di un presente mai così vivo e necessario. Impossibile mantenere una distanza emotiva. Con qualunque disposizione ci si appresti a seguire. Imitation, qualcosa, innegabilmente, si deposita in un substrato del corpo, corpo che diventa espressione del non dicibile per chi agisce, ma anche per chi guarda e accoglie la contaminazione.

D.G.

Ultima modifica il Martedì, 03 Dicembre 2013 18:44

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