mercoledì, 13 dicembre, 2017
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IO NON HO MANI CHE MI ACCAREZZINO IL VISO - regia Francesca Macrì

"Io non ho mani che mi accarezzino il viso", regia Francesca Macrì "Io non ho mani che mi accarezzino il viso", regia Francesca Macrì

di Francesca Macrì e Andrea Trapani
con Aida Talliente e Andrea Trapani
regia Francesca Macrì
costruzioni scene Teatro della Tosse
luci Gianni Staropoli
suono Umberto Fiore
produzione Teatro dell'Elfo, Fattore K, Fondazione Luzzati - Teatro della Tosse
in collaborazione con Armunia, Cie Twain Residenze, La Città del Teatro di Cascina, La Corte Ospitale, Teatri di Vetro
Teatro Elfo Puccini, Milano, dal 21 novembre al 3 dicembre 2017

www.Sipario.it, 30 novembre 2017

Al centro della scena una donna con le braccia alzate al cielo invocante la speranza. Su di lei cadono i fiocchi di una neve artificiale. E poi, in sottofondo, il forte rumore stridente e ascendente di un treno. È questo il finale suggestivo di "Io non ho mani che mi accarezzino il viso" di Francesca Macrì (anche regista) e Andrea Trapani. I due autori mischiano reale e immaginario, rappresentazione e vita, l'essere personaggi e l'essere attori. La fragilità umana è il filo rosso che tiene unite queste antinomie lungo una non storia in cui la speranza di un ribaltamento esistenziale, che eluda il male del mondo, resta, forse, l'unico appiglio a cui aggrapparsi. È su queste note drammaturgiche che scorre la recitazione di Aida Talliente e Andrea Trapani attraverso le loro emozioni private e intime, da un lato, e l'interpretazione dei personaggi di Santa Giovanna dei Macelli di Brecht e il Woyzeck di Büchner, dall'altro. Due attori e due personaggi che giocano alternativamente e in contrasto tra loro i ruoli di un'illusione benefica di un futuro migliore e quello deprimente di un cinismo che non lascia via di uscita all'immaginazione. I suoni indefiniti e le note di un pianoforte suonato da Andrea Trapani confondono le "acque" già agitate per l'impossibilità di raggiungere un equilibrio stabile per la vita degli attori e dei personaggi. Assistiamo alla messinscena di una frammentazione drammaturgica che fatica a produrre gli effetti voluti al di là del messaggio che ci vuole comunicare e che recepiamo. La recitazione è spesso troppo urlata e la sua conduzione non riesce, pienamente, a compensare l'eccesso. Sì, perché, forse è proprio l'eccesso a caratterizzare i messaggi offerti (troppo ripetuti) della drammaturgia, la recitazione troppo al di sopra delle righe e la regia che ci colpisce, del tutto, solo nella scena finale. È un eccesso disordinato fra parti che non trovano un equilibrio efficace e sembrano cadere sole come i fiocchi di neve che scendono nel finale. È uno spettacolo di cui abbiamo apprezzato i significati sottostanti, le intenzioni e meno le forme con cui si è voluto comunicarli.

Andrea Pietrantoni

Ultima modifica il Domenica, 03 Dicembre 2017 10:17

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