lunedì, 20 novembre, 2017
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INQUILINO (L') - regia Claudio Autelli

"L'inquilino", regia Claudio Autelli "L'inquilino", regia Claudio Autelli

tratto dal romanzo "L'inquilino del terzo piano" di Roland Topor
con Alice Conti, Giacomo Ferraù, Michele Di Giacomo, Marcello Mocchi
adattamento e regia Claudio Autelli
scene Maria Paola Di Francesco
luci Giuliano Bottacin
suono Fabio Cinicola
assistente alla regia Lorenzo Ponte
organizzazione Monica Giacchetto, Carolina Pedrizzetti
comunicazione e promozione Cristina Pileggi
produzione LAB 121
in coproduzione con Fondazione Campania dei Festival
In collaborazione con il Teatro del Cerchio di Parma
Teatro Litta, Milano, dal 24 al 29 ottobre 2017

www.Sipario.it, 31 ottobre 2017

L'inquilino di Roland Topor nella versione di Claudio Autelli

Il giovane Trelkowsky affitta un appartamento nel condominio del signor Zy, subentrando alla precedente inquilina suicida, la Signorina Choule. Tra una festa e qualche rumore di troppo, ha inizio una serie di battibecchi fra il nuovo venuto e gli altri condomini. Le regole della buona convivenza sono rotte per sempre. La situazione degenera quando Trelkowsky si crede al centro di un complotto finalizzato a fargli fare la fine della Signorina Choule. In una sorta di psicosi persecutoria, la follia diventerà protagonista della scena in un crescendo di emozioni che porteranno il protagonista lungo il crinale verso un'autodistruzione dal sapore kafkiano.
È questa la storia del romanzo "L'inquilino del terzo piano" di Roland Topor nel riadattamento scenico di Claudio Autelli. Il giovane regista ci introduce nel pensiero dello scrittore francese scegliendo una scenografia scarna. Un tavolo con una sedia, un letto e una porta bianca al centro del palcoscenico sono tre oggetti ricchi di significato simbolico attraverso i quali si snodano le principali tappe narrative dello spettacolo. Il tavolo e la sedia segnano la contrattazione (un po' troppo lunga) fra Trelkowsky e il signor Zy per l'affitto dell'appartamento, il letto rappresenta il fantasma persecutorio che piano piano si annida nella mente del protagonista e la porta offre una temporanea e poi definitiva via di fuga dei personaggi in conflitto fra loro. Su tutto pervade un'atmosfera cupa per l'intera durata dello spettacolo. Le luci basse e i personaggi mascherati da animali inquietanti ne sono i tratti più significativi, sottolineando bene la personalità complessa di Topor, secondo cui la realtà in sé è orribile, fonte di asma e insopportabile senza gioco. È in questo quadro dalle tinte malinconiche e dai richiami kantoriani (Topor era di origini polacche) che prende vita il riadattamento del romanzo, tra personaggi che in parte vivono gli eventi, in parte li raccontano. Il risultato ottenuto è frutto di un'operazione drammaturgica, non solo registica, coraggiosa, difficile che, per sua natura, contiene in sé fin dall'inizio alcuni ostacoli di difficile soluzione. Noi abbiamo assistito a un intreccio di quadri narrativi, costruiti con precisione, non sempre in armonia fra loro, che faticano a trovare una coerenza risolta e in cui ne è coinvolto anche il ritmo (si salta troppo velocemente dalla lentezza del ritmo iniziale alla velocità di quello segnato dalla follia del protagonista). La precisione registica l'abbiamo ritrovata anche nella recitazione degli attori, perfetta, puntuale come lo scorrere delle lancette di un orologio svizzero, ai limiti di una meccanicità in cui l'emozione fatica a trovare spazio. Sono queste le note di uno spettacolo che non ci ha convinto fino in fondo.

Andrea Pietrantoni

Ultima modifica il Mercoledì, 01 Novembre 2017 11:32

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