mercoledì, 29 marzo, 2017
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GIARDINO DEI CILIEGI (IL) - regia Roberto Bacci

"Il giardino dei ciliegi", regia Roberto Bacci. Foto Nicu Cherciu "Il giardino dei ciliegi", regia Roberto Bacci. Foto Nicu Cherciu

di Anton Pavlovič Čechov
traduzione Maria Rotar
drammaturgia Stefano Geraci
Ranevskaia Ljubov' Andreevna: Ramona Dumitrean
Ania: Alexandra Tarce
Varja: Anca Hanu
Gaev Leonid Andreevici: Ionuţ Caras
Lopachin Ermolaj Alekseevič: Sorin Leoveanu
Trofimov Piotr Sergheevici: Cristian Grosu
Simeonov-Piscik Boris Borisovici: Cătălin Herlo
Ŝarlotta Ivanovna: Irina Wintze
Epihodov Semion Panteleevici: Radu Lărgeanu
Duniașa: Patricia Brad
Firs: Cornel Răileanu
Jașa: Matei Rotaru
Ufficiale, vagabondo, lacchè: Miron Maxim 
musicisti: Pusztai Renato Aladar, Albert Gábor Balázs
scene e costumi Adrian Damian
direzione tecnica Doru Bodrea
luci Jenel Moldovan
suono Marius Rusu
assistenti luci Alexandru Corpodean, Mădălina Mânzat
assistente scenografia Florin Călbăjos
coordinatore numeri d'illusionismo Florin Suciu
suggeritrice Ana Maria Moldovan
foto di scena Nicu Cherciu
assistenti alla regia Maria Rotar e Francesco Puleo
regia Roberto Bacci
una produzione del Teatro Nazionale di Cluj-Napoca
Firenze, Teatro della Pergola, 23 e 24 febbraio 2016

www.Sipario.it, 25 febbraio 2016

FIRENZE - Il distacco dalle proprie radici storiche e familiari, e il non saper cogliere il nuovo che avanza, sono le tragedie di una società colta in un momento di trapasso storico, come fu quella della Russia di fine Ottocento, sospesa fra lo status quo dell'Impero, e le istanze socialiste che avanzavano con prepotenza. Con Il giardino dei ciliegi, Čechov esprime l'attenta analisi di una classe sociale, l'aristocrazia terriera, vissuta troppo a lungo su privilegi che non ha saputo capitalizzare, e senza provare aspirazioni di sorta.
Ljubov' Andreevna Ranevskaja, con la giovane figlia Anja e la governante Ŝarlotta Ivanovna, torna alla casa di famiglia dopo un lungo soggiorno a Parigi. Il ritorno a casa è un flusso inconscio di sensazioni ineffabili che si agitano per un attimo nella loro mente mentre che mormorano frasi stupite e commosse all'indirizzo di quella casa che ha vista la storia della loro vita, fatta di gioie e di miserie - ("Te la ricordi questa stanza?", "Dormivo là, quando ero bambina"), un tentativo, al limite della disperazione inconscia, di aggrapparsi al passato -, una casa il cui cuore è il giardino dove crescono i ciliegi, alberi dal fiore delicato e dalla breve fioritura, simbolo di fugacità della giovinezza e della vita. Un istante di felicità destinato a una breve durata: a casa ritrova il fratello Leonid Andreevič Gaev, e l'altra affezionata figlia adottiva Varja, il vecchio servitore Fils, che la informano sulla difficile situazione economica della famiglia, e la necessità di vendere la tenuta per far fronte ai debiti. Come annuncia l'affarista Lopachin, la proprietà sarà messa all'asta ma suggerisce che siano essi stessi a venderla a speculatori edilizi, e ricavare così dalla lottizzazione abbastanza denaro per pagare i debiti, e per continuare una vita di dissolutezza. Ljubov' e Leonid, Anja e Varja, rifiutano sdegnati la proposta, dimostrando profondo attaccamento a quella casa e a quel giardino, luoghi dove hanno vissuto essi stessi e i loro antenati. "Vicini e villeggianti, mi scusi ma è così banale". Questa la risposta di Ljubov' a Lopachin; con aristocratica delicatezza, rifiuta la prosaicità della vita, e pur non riuscendo ad arginare il franare del patrimonio, mantiene l'unico stile di vita che le si confà.
Lo spettacolo è uno splendido affresco sociale della Russia della fine dell'Ottocento, dove a un'aristocrazia ormai in piena decadenza, si va sostituendo una nuova classe sociale fatta di piccolo-borghesi avidi di denaro e affaristi, ovvero coloro che hanno sin lì vissuto nelle ristrettezze e che hanno imparato il valore del denaro sulla loro scorta della loro esperienza personale. Con la scena festosa in apertura di secondo tempo, al suono di violino e fisarmonica, Bacci fa luce sulla mentalità della nobiltà russa, che tenta costantemente di riflettere su sé stessa, sulle sue mancanze, sulla morale e sulla questione sociale; una buffa nobiltà che non produce niente, ma che è gradevole da guardare. Quello russo è un popolo teatrale, forse non nel senso più alto, ma sicuramente nel senso della commedia tragica. Brilla di un'eleganza non propria, si strugge di pietà e l'istante successivo si abbrutisce in collere malvagie e grottesche, è incline al fatalismo e alle nostalgie, spesso querulo nei suoi ceti più umili e malinconico in quelli più elevati. Ha voglia di vivere, nonostante tutto, e tutto gli sembra facile e divertente. Ma adesso il gioco è cambiato.
Ljubov' Andreevna Ranevskaja, splendidamente interpretata da Ramona Dumitrean, è un'aristocratica annoiata e infelice, che, in un certo senso, è stata costretta a trasferirsi a Parigi al seguito di un altro uomo, per dimenticare la tragica morte del figlio, annegato nel laghetto della tenuta. Dissipatrice di enormi somme di denaro, con vera signorilità insegue il piacere e il beau geste, incurante del baratro in cui sta precipitando. Ramona Dumitrean, che calca il palcoscenico con intensa, decadente femminilità. Una luminosa zarina, in un giardino di ciliegi ormai sfioriti.
Il fratello Leonid Andreevič Gaev, incarna il proprietario terriero in rovina, anch'egli incapace di amministrare il proprio patrimonio, ma abbastanza lucido e romantico da celebrarne l'elegia fra una partita a biliardo, e l'inutile, quanto generosa, estrema ricerca di denaro per pagare almeno gli interessi dell'ipoteca. Ionuţ Caras dà vita a un personaggio intellettualmente complesso, forse anche un po' ridicolo, nostalgico dell'idealismo della "generazione dell'Ottanta", e consumato da quella malinconia parigina tanto di moda nell'aristocrazia russa dell'epoca. Un ruolo non facile, che Caras affronta con grande senso del teatro.
Anca Hanu, è Varja, la figlia adottiva di Ljubov'. Sul suo volto si alternano, con rapidità impressionante, espressioni gioiose ed espressioni cupe, sospesa com'è fra la vita passata e l'incerto futuro che si profila. La complicità con la sorellastra Anja ricrea sul palcoscenico l'esuberanza delle jeunes filles russes, il romanticismo delle quali è stavolta venato di amarezza. Alexandra Tarce, nelle eleganti vesti di Anja, porta nel suo personaggio la disillusione di un'epoca, e accetta la dissolutezza della madre e dello zio Leonid, come aspetti necessari di un gioco frivolo e caotico, la vita, di cui Čechov ha saputo vedere il lato assurdo, cercando un'impossibile mediazione fra essere e tempo.
Sorin Leoveanu è un Lopachin affarista e pragmatico come è logico attendersi, eppure si rivela agli spettatori anche come un uomo ferito nell'orgoglio, desideroso di guadagnarsi la stima di quell'aristocrazia che ha sempre ammirato, sin da quando veniva frustato come servo della gleba. Il suo tentativo finale, estremo quanto inutile, di "fare la pace" con un ultimo brindisi, illumina per un attimo quell'infelicità che, come spiega lo stesso Čechov, è insita nel senso stesso dell'esistenza.
Cătălin Herloè Simeonov-Piscik, scapigliato proprietario terriero dei dintorni, eternamente alla ricerca di denaro, emblematico personaggio della Russia dell'epoca. Dunjasa e Jașa, rispettivamente Patricia Brad e Matei Rotaru, sono i due giovani camerieri uniti da una relazione ambigua ma energica, e duettano con efficacia sul palcoscenico, come già accaduto anche ne I Fratelli Karamazov.
Ŝarlotta Ivanovna, la governante, è un personaggio zingaresco, vestita in modo eccentrico ma non priva di fascino, una di quelle figure immancabili in quel microcosmo che era l'aristocrazia russa; sa fare numerosi giochi di prestigio, e parla tedesco. Irina Wintze porta sulla scena un personaggio disturbante, ammaliante, femminile e voluttuoso, che sarebbe a suo agio tanto in un vauxhall quanto in un bordello, ed è accostabile alla Zuleika Dobson dell'omonimo romanzo del londinese Max Beehrbom. Coscienza civile dello spettacolo, lo studente Petja Trofimov, imbevuto delle teorie socialiste di Herzen, e che lancia forti accuse a questa aristocrazia sterile, che non consoce progressi né scientifici, né tecnici, né artistici. Cristian Grosu interpreta il personaggio infondendogli la rabbia giovanile di una generazione che spera in tempi nuovi e migliori.
Alla fine, la casa e il giardino vengono venduti, e il nuovo proprietario Lopachin annuncia l'ormai prossimo inizio della lottizzazione e della speculazione. Tutto sarà distrutto, e del passato non rimarrà traccia alcuna.
L'addio dei proprietari è sentimentale, ma meno sofferto di quanto si potrebbe pensare. La vita, in fondo, continua. Ljubov' torna a Parigi, e Leonid ha accettato un impiego in banca. Nella vecchia casa, appena prima che cali il sipario, resta soltanto Firs - uno straordinario e commovente Cornel Răileanu -, il vecchio servitore e vero depositario del passato di quella casa dove ha lavorato fedelmente per decenni, senza di fatto ricevere nemmeno un ultimo ringraziamento.
La regia di Bacci segue fedelmente il testo originale, che per la sua universalità non necessita di particolari invenzioni. La stessa scenografia è spoglia, poeticamente bianca, a suggerire che il giardino è soprattutto un luogo dell'anima, simbolo di un'epoca ormai al tramonto.
Uno spettacolo costruito come un cerchio, dove la partenza finale ricorda la scena dell'arrivo, quando una leggera malinconia alita su coloro che tornano a casa. Il passato diventa una fuga musicale che, nella scena del ritorno a casa, giunge alla mente con la delicatezza di un adagio schubertiano, e poi, al momento dell'epilogo, della partenza, anch'esso se ne va di nuovo, come una fuga wagneriana, gettato dietro le spalle per guardare a un incerto futuro.
Quanto accade non è necessariamente un'ingiustizia, ma un triste evento cui Ljubov' e i suoi familiari vanno incontro per loro propria responsabilità, per l'incuria con la quale hanno amministrata la propria ricchezza, ma anche la loro stessa vita. Il testo di Čechov è un affresco di - e un'accusa a - l'aristocrazia zarista. Difficile non coglierne l'attualità, il parallelismo con un'Italia svenduta alle multinazionali straniere, e il suo splendido paesaggio devastato dall'inquinamento e dalla speculazione edilizia.

Niccolò Lucarelli

Ultima modifica il Venerdì, 26 Febbraio 2016 22:29

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