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GIORNI FELICI - regia Christian Schwochow

"Giorni felici", regia Christian Schwochow. Foto Arno Declair "Giorni felici", regia Christian Schwochow. Foto Arno Declair

di Samuel Beckett
Regia: Christian Schwochow
Con: Dagmar Manzel / Jörg Pose
Scena: Anne Ehrlich
Costumi: Aslı Bakkallar
Luci: Cornelia Gloth
Drammaturgia: John von Düffel
Deutsches Theater di Berlino, dal 22 aprile 2017

www.Sipario.it, 30 maggio 2017

Con un golf di lana indosso e un fermaglio fuori moda sui capelli, Winnie (Dagmar Manzel) è una donna attempata che passa le giornate replicando continuamente i medesimi rituali e borbottando tra sé e sé riflessioni, espressioni e ricordi sempre uguali. Diversamente dal dramma di Samuel Beckett, in cui Winnie appare sepolta fino alla vita in un cumulo di sabbia, nella messa in scena del regista Christian Schwochow al Deutsches Theater di Berlino la protagonista è seduta su una sedia con la schiena rivolta a una parete di specchi. I suoi piedi sono avvinghiati alle gambe della sedia tant'è che soltanto la parte superiore del suo corpo può muoversi liberamente. Poco più in là, ma dall'altro lato della parete e dunque solo parzialmente visibile al pubblico attraverso una porta spalancata, vive Willie (Jörg Pose), marito della protagonista, che risponde a malapena all'incessante chiacchierio della moglie e trascorre le sue giornate limitandosi a leggere il giornale e citandone qualche passo, giusto per far credere a Winnie di ascoltarla.

Winnie e Willie sono due personaggi prigionieri della propria condizione esistenziale. La vita che conducono è vuota, riempita soltanto dall'inutile ma ininterrotto borbottio di Winnie. Parlare sembra essere l'unica cosa che le resta per ricordarsi di essere viva, di non lasciarsi andare. Winnie è convinta che anche quello che sta trascorrendo sarà alla fin fine un giorno felice, convinzione che adotta come una sorta di motto e che ripete senza sosta. Ma la svolta non arriva mai: "Né peggio né meglio, nessun cambiamento" è un'altra delle frasi che Winnie va enunciando, emblematica della sua triste condizione e del teatro beckettiano. La donna dà vita al suo monologo e lo spettatore la osserva mentre si lava i denti, si pettina e si trucca e ancora quando cerca di leggere un'etichetta con l'ausilio di una lente d'ingrandimento o prende in esame una pistola che però non intende usare. Invano la protagonista cerca di continuo il contatto e il dialogo con il marito, ma non si dà mai per vinta. Le azioni e il monologo appaiono esagerati, iperbolici, nevrotici. Questa costante tensione verso un estremo e il repentino ribaltamento nel suo contrario lasciano percepire la disperata condizione della coppia.

Dagmar Manzel nel ruolo di Winnie dà prova della sua eccellenza recitativa, ma il monologo sembra a volte prendere derive comiche che smorzano troppo il dramma che si nasconde sotto la superficie. In alcuni passaggi si stenta a percepire la tragicità della condizione della protagonista. La messa in scena si conclude con Willie che esce dal suo nascondiglio e strisciando si avvicina alla moglie e la guarda dal basso in alto con l'aria di chi sta chiedendo perdono. La giornata volge al termine, il silenzio sta per sopraggiungere ed ecco che Winnie, paga della riconciliazione con il marito e pronta ad affrontare la fine, canta a gran voce le prime strofe della Vedova allegra di Franz Lehár: "Tace il labbro / 'L'amo' dice il violin / le sue note dicon tutte /'M'hai da amar".

Gloria Reményi

Ultima modifica il Martedì, 30 Maggio 2017 12:35

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