Giorni felici Giorni felici
di Samuel Beckett
regia: Anna Marchesini
traduzione: Carlo Fruttero
con Anna Marchesini
Roma, Teatro Eliseo, dal 16 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009 (prima nazionale)

Marchesini rinasce con Beckett
All'Eliseo l'ex attrice comica conquista con «Giorni felici», testo poetico e profondo di cui è interprete e regista

Forse non c'è testo della letteratura teatrale che, quanto Giorni felici di Samuel Beckett, offra all'interprete già sulla pagina un caleidoscopio di tonalità, di sensi così cangiante da porlo di fronte a scelte radicali. Il copione è fitto di didascalie su gesti, pause, silenzi, eppure, dopo esperienze sceniche di vari decenni, con protagoniste di gran nome, questo dramma-monologo del 1961 resta come un libro aperto da decifrare. E Winnie, l'attempata signora infissa con le gambe nel rialzo di terra in un deserto lunare, ha ancora tanto da dirci. Sono considerazioni suggerite dall'ennesima new entry nel personaggio, quella di Anna Marchesini all'Eliseo di Roma, stimolante per vari aspetti, oltre che per la sua 'ma- schera' eccellente, affilata nel Trio televisivo con Lopez e Solenghi, come in un impegnativo Landolfi di anni fa.
La Marchesini, rispetto alle colleghe precedenti nel ruolo, fa di più rinunciando all'opera di un regista, autodirigendosi e assumendo l'intera responsabilità. Gli approcci possibili, abbiamo detto, erano molti. Winnie, parlando fra sé per ascoltarsi nel silenzio che la circonda – rotto appena dal marito Willie che vive quasi invisibile poco discosto – nella coazione a ripetersi mescola il sentimento cosmico dell'infelicità con l'amore per i piccoli oggetti femminili contenuti nella sua borsa, prega, ringrazia, malgrado tutto, per i 'giorni felici'. Questo Beckett suscita in una creatura buttata sull'ultima spiaggia da tutte le filosofie, che dimostra a se stessa di essere ancora viva . Finchè, al trillo del «campanello del sonno» la vediamo sprofondata, infissa fino alla testa nell'estremo buco. E cala il sipario. Domani forse sarà un altro giorno felice. E' l'invito all'ottimismo intravisto in Happy Days da Peter Brook contro il razionalismo illuminista.
Lo sguardo della Marchesini su Winnie è pietoso. Si china sulla sua condizione di 'relitto' cavando fuori di preferenza gli atteggiamenti grotteschi e l'ironia, senza forzature di registri, frenando anzi il proprio temperamento naturale e traducendo i ripiegamenti dell'anima in una mimica che nella fissità stralunata miscela riso e pianto, come il grande Marceau sapeva fare. Fedele alla storica traduzione einaudiana di Carlo Fruttero, la rappresentazione mantiene nel complesso una sapiente coerenza e iscrive la nostra attrice nel 'gotha' delle interpreti. Il pubblico della prima romana, attento per ottanta minuti di teatro non facile, l'ha festeggiata alla fine in piedi, sorpreso anche, chissà, nello scoprire in lei 'altre' virtù.

Toni Colotta

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