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FESTINO - regia Emma Dante

Festino Festino Regia Emma Dante

Monologo scritto e diretto da Emma Dante
con Gaetano Bruno
luci: Antonio Zappala
Napoli, Nuovo teatro Nuovo, prima nazionale 28 marzo 2007
Milano, CRT Salone, dal 18 al 24 febbraio 2008

Corriere della Sera, 20 febbraio 2008
www.Sipario.it, 14 novembre 2007
Corriere della Sera, 20 aprile 2007
La Repubblica, 2 aprile 2007
Straordinario soliloquio firmato Emma Dante

Ancora una volta Emma Dante mette in scena la famiglia fonte di dolore e solitudine, la famiglia che tortura e annienta, e lo fa penetrandovi nelle viscere senza tenerezza. La storia di «Festino», un «soliloquio», recitato dal bravissimo Gaetano Bruno che con una straordinaria espressività corporea è sulla scena l' incarnazione di un angoscioso male di vivere, è quella di Paride, uomo-bambino di trentanove anni scosso da movimenti ingovernabili, dall' eloquio faticoso; un essere sghembo, assetato di affetto, nato sconfitto che il giorno del suo compleanno racconta in una sorta di agghiacciante festa la sua vita alle scope, uniche compagne delle lunghe giornate passate da ragazzo rinchiuso per punizione in uno sgabuzzino. Paride ha un gemello paraplegico Jacopo, un essere che ama profondamente, morto per una caduta che lui ha involontariamente provocato. La madre lo ha lasciato, il padre se ne è andato quando i fratelli avevano dieci anni e ora vorrebbe tornare per poter vivere sfruttando la pensione di invalidità del figlio. La vita di Paride è tutta qui, dolore e abbandono raccontati tra lucine colorate, festoni, palloncini e lingue di Menelik, tristi sfiatate trombette. E la squallida tragedia si amplifica in una forzata allegria. Uno spettacolo ben diretto, ben scritto e molto ben recitato, un racconto di ordinaria infelicità. Crt Salone, fino al 24 febbraio

Magda Poli

E' possibile ridere e al tempo stesso percepire una straziante tristezza? Sì è possibile, viene da rispondere dopo aver assistito a Il Festino di Emma Dante con un incredibile, toccante, poetico Gaetano Bruno, attore dell'anima e corpo di sofferenza. Il Festino è doloroso racconto della diversità negata, umiliata, della tragedia silenziosa e nascosta di un analfabetismo delle emozioni e degli affetti che è solo accidentalmente della Sicilia di Emma Dante. Il festino del titolo è la festa di compleanno di Paride che compie 39 anni. Paride ha un fratello, Iacopo. Gemelli omozigoti, uguali come due gocce d'acqua, racconta Paride con l'unica differenza che «io cammino e lui no. Io sono il corpo e mio fratello è la mente». Un lungo pacco di carta stagnola rossa è sullo sfondo della scena, è il regalo di papà: alcune scope con una lettera in cui si scusa di non essere alla festa e in cui chiede di inviargli parte dei soldi della pensione di invalidità di Iacopo. Ma Iacopo è morto e papà non lo sa; ma papà non sa molte altre cose dopo che ha lasciato moglie e figli... Il racconto di Paride svela pian piano a un interlocutore assente la storia di quei due fratelli gemelli, una storia narrata nello sgabuzzino in cui Paride veniva rinchiuso per punizione e che ha finito col divenire il suo rifugio, il luogo delle amicizie inventate con le scope rinchiuse come lui in quello spazio angusto, separato dal mondo e in cui Paride è finalmente il protagonista. Emma Dante accompagna lo spettatore all'interno di quello sgabuzzino, mostra Paride fra palloncini, trombette e una torta col ketchup che tanto piaceva a Iacopo. Paride racconta la sua solitudine, l'inscindibile rapporto con Iacopo a cui voleva insegnare a stare in piedi e che non si sa come un giorno gli scivolò dalle mani... Paride e Iacopo sono entrambi sulla scena, l'uno presente e l'altro evocato, evocazione che finisce poi col farsi di carne ed ossa. La parte narrata è affidata a Paride, una narrazione che Gaetano Bruno fa con tutto il corpo, con una tensione fisica che all'inizio angoscia, spazia, che pian piano fa sorgere un sorriso, un sorriso velato di tristezza e compassione, intendendo per compassione la volontà di soffrire insieme per condividere il dolore. La presenza di Iacopo è nel finale in cui a torso nudo Gaetano Bruno se ne sta dietro il pacco scintillante del regalo di papà con intorno quelle scope che hanno i nomi di Guendalina, Giangaspare, Vincenzo, Antonella e Sammy e festeggia il compleanno con vorace solitudine, accompagnato dal lamento delle trombette e dal rosso del ketchup in volto che sa di ferita dell'anima... Con Il Festino Emma Dante e il suo attore Gaetano Bruno danno vita ad un piccolo grande gioiello poetico, imprigionano il dolore e la solitudine nei colori sgargianti di una festa, che strazia il cuore e impone alla fine un abbraccio caloroso da rivolgere a Gaetano Bruno con sul volto e sul corpo ancora impresse le parole di dolore di quei gemelli, Paride e Iacopo che dal palcoscenico accusano la nostra avarizia emotiva, la fatica di vivere la diversità.

Nicola Arrigoni

Paride e suo fratello, due mezzi uomini in uno

Opus n.8, se non ho contato male (per difetto), «Il festino» in scena all' Ambra Jovinelli, non è per niente un testo minore, come s' era avuta l' impressione quando lo spettacolo di Emma Dante è andato in scena al Nuovo Teatro Nuovo di Napoli. È un semplice monologo, ma si situa con autorità nel main stream dell' autrice, intendo il main stream tematico, l' invivibilità della famiglia, la sua atrocità. In secondo luogo, non è un romanzo come, poniamo, «Cani di bancata»; è una novella, niente di più, ma una novella dalle cadenze precise, e con uno svolgimento perfetto, oscillante tra il realismo di fondo e l' onirismo cui perviene. Onirismo è un termine comodo. In ciò che questo straordinario attore, Gaetano Bruno, ci racconta, non vi è nulla di onirico, vi è però una costante deformazione della realtà, una piega della mente che insidia il suo equilibrio, una malattia di vivere così radicale da mettere in dubbio lo statuto stesso di ciò che chiamiamo realtà. Egli si presenta su una nuda scena vestito con un berretto di lana, una maglia bianca, un farfallino legato sul collo nudo, un paio di pantaloni celesti e scarpe senza calze. Si chiama Paride e si accinge a festeggiare il suo trentanovesimo compleanno. Ha appena ricevuto una lettera dal padre, fuggito via quando Paride e suo fratello Jacopo avevano dieci anni. È una lettera che annuncia il ritorno di cui né Paride né Jacopo sanno compiacersi. La mamma non c' è più; Paride (così, squittendo, dice: e che squittisce è lui stesso a dirlo) ha passato la vita in uno sgabuzzino, in compagnia dei manici di scopa, quelli che ora gli fanno compagnia, là sulla scena, tra le miserabili luminarie. Con lui c' era sempre il fratello, però quando i due erano nella pancia della mamma Paride schiacciò le vertebre di Jacopo e lo costrinse tutta la vita sulla sedia a rotelle. Il risultato è che Jacopo è un infermo, diremo oggi: un disabile; e Paride è, diremmo oggi, fuori di testa, un po' svitato, un po' schizofrenico - anzi, così schizofrenico che siamo assaliti dal dubbio se uno dei due fratelli, questi due mezzi uomini che non ne fanno uno, non sia un' invenzione dell' altro. Il prima drammatico, il ballo solitario di Paride-Jacopo con le sue scope, e poi tragico finale, la caduta in volo dalla finestra di Jacopo-Paride rivela tutto lo struggente talento di Emma Dante, una vera «bestia da stile» (nonostante questa volta scriva in italiano, non già in un qualche dialetto). Gaetano Bruno, che ora ha indossato una giacca celeste per essere adeguato alla sua festa, o festino, si inginocchia, soffia sulle candeline della torta, si impiastra il muso di ketch-up, soffia in una lingua di Menelik, si piega, o si chiude in se stesso - forse per ritrovare quel fratello che ha perduto, o che non ha mai avuto.

Franco Cordelli

L'impossibilità di essere normali

Non a caso il titolo è allegro, e del resto punta sul riso l'andamento dell'azione del Festino, primo monologo scritto e diretto da Emma Dante, che con più originalità lo chiama «soliloquio», tornando a quel filone del suo teatro che indaga le ossessioni e gli stadi di diversità più scomodi dell'esistenza con uno scavo nel mistero della naturalezza capace di rendere tollerabile all'umanità i più oscuri e estremi gradi di sofferenza. Così nella figura di Paride, un nome che irride a una mitica bellezza, c'è un bambino di 39 anni incapace di star fermo mentre si inceppa nel suo parlare a singhiozzo, il quale nasconde dentro di sé un gemello monozigote di nome Jacopo, «uno aggrappato in testa e l'altro nelle gambe» a causa di una gravidanza sconnessa; i due sono in qualche modo interdipendenti come i beckettiani Ham e Clov di "Finale di partita".

Ma Paride pretende che l'altro sia morto, anche se a tratti ne prende il posto e non si sa più chi dei due ci stia parlando, in questo giorno di compleanno in cui scadrà il termine della sua vita, ormai senza madre, con un padre che da lontano gli chiede soldi e ha pure inviato delle scope in dono. In preda ad una frenesia motoria che a tratti investe anche la zoppia delle parole, lo strepitoso Gaetano Bruno danza a ritmo di fischietto, mentre monta le scope, dà loro un nome, le accoppia dandogli la parola. Il mito della famiglia come prigione, che abbiamo visto esplodere nella poetica della Compagnia Sud Costa Occidentale, da Carnezzeria a Mishelle a Vita mia, si concentra nell'immagine di un unico personaggio ridotto a dire le sue ultime parole a un convegno di scope.

Franco Quadri

Ultima modifica il Venerdì, 30 Agosto 2013 09:02

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