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FALSTAFF. UN LABORATORIO NAPOLETANO - regia Mario Martone

Falstaff. Un laboratorio napoletano Falstaff. Un laboratorio napoletano Regia Mario Martone

condotto da Mario Martone
con la collaborazione di Renato Carpentieri, Raffaele Di Florio, Alberto Ferraro, Anna Redi
interpreti: Angelo Borruto, Nino Bruno, Rocco Caprano, Renato Carpentieri, Vittorio Cipollaro, Gino De Luca, Gennaro Di Gennaro, Vito Esposito, Lorenzo Gleijeses, Pasquale Ioffredo, Demi Licata, Alessio Paone, Anna Redi, Danilo Rovani, Michele Schiano Di Cola
brani scelti dai drammi di William Shakespeare Enrico IV e Enrico V e tradotti collettivamente nell'ambito del laboratorio; con un prologo dal Riccardo II nella traduzione di Enzo Moscato,
costumi Daniela Salernitano, luci Cesare Accetta
Napoli, 2008

La Stampa, 2 gennaio 2008
Il Mattino, 15 ottobre 2007
Il Falstaff di Martone fra mitra e pistole

Dall'esercitazione condotta da Mario Martone con attori professionisti e ragazzi del penitenziario minorile di Nisida è risultato uno spettacolo talmente interessante da far rimpiangere che non sia ancora migliore. Questo lo dico io, ma tutti coltivano le loro speranze, e la mia, sempre delusa, è quella di vedere prima o poi un degno allestimento del cosiddetto primo Enrico IV di Shakespeare, ossia di una delle più grandi commedie, storiche e non, mai scritte. Il guaio è che un suo personaggio, Falstaff, ebbe un tale successo da spingere l'autore a riproporlo in altri lavori che oggi spesso vengono in qualche modo accorpati per far campeggiare lo strabordante cavaliere, diventato nel frattempo l'incarnazione di una certa Inghilterra come Don Chisciotte lo è di una certa Spagna; ma così si sacrifica il contesto, per esempio qui la presentazione della guerra come affare privato dei nobili, denuncia articolata con una chiarezza che il teatro non avrebbe più ritrovato fino a Brecht.

Ineccepibilmente, Martone mi risponderà che il suo Falstaff, sottotitolato "un laboratorio napoletano", non voleva essere Enrico IV bensì, appunto, un workshop con una serie di occasioni per stimolare degli interpreti un po' particolari mettendoli in situazioni dove potessero calarsi più facilmente: donde il rilievo dato alle scene di taverna e di malavita, e l'impiego in queste di un napoletano molto contemporaneo, di dura periferia. Aggiungerà poi che non aveva sottomano un attore dell'età e del peso giusto per interpretare il sovrano, l'usurpatore Bolingbroke diviso tra i rimorsi di coscienza, la delusione per il figlio degenere e la necessità di avanzare lungo il suo percorso di potere.

Qui posso dire solo, peccato: perché due parti fondamentali le aveva invece coperte in maniera esemplare. Il Falstaff di Renato Carpentieri è l'incarnazione dell'ideale tanto ammirato da Harold Bloom, con la sua intelligenza e con la sua leggerezza, col suo cinismo ostentato come una maschera difensiva. E il principe Hal, ruolo sempre di difficile distribuzione, trova in Lorenzo Gleijeses un eccellente suggeritore dell'ambiguità e anche della crudeltà nascosta di questo cinico autentico, compagnone dei poveracci solo finché l'esperimento lo diverte e gli fa comodo.

Il testo assemblato da più traduzioni in gran parte poi partenopeizzate comincia con la tirata del giardiniere di Riccardo II sullo stato del regno, resa per me quasi incomprensibile dalla versione di Enzo Moscato, e continua con ampi stralci del primo Enrico IV (quasi solo l'osteria e la rapina, però, e la sollevazione dei nobili ridotta a un'unica breve scena tra malavitosi) terminando con una guerra a colpi di mitra dove Hotspur, ma ora non sappiamo quasi chi sia, è ucciso in un corpo a corpo. Poi altri stralci del secondo Enrico IV dànno soprattutto spazio ai bagordi con Doll Tearsheet (una spiritosa Demi Licata), e si finisce con Enrico V.

Due ore e mezza, quasi niente scenografia, tutto nero con qualche elemento mobile, jeans e consimili tenute da giungla urbana, piste di coca sniffata dal principe e dai suoi amici, rivoltelle e rumori di motori, sonorità sempre avvincenti di quello che una volta chiamavamo dialetto ma che sempre vince i confronti con la koinè; quasi impossibilità di seguire una storia data la frammentarietà degli episodi, ma vividezza dei momenti singoli, e disinvoltura dei quindici ragazzi, tra l'altro molto ben truccati. Insomma, tonica serata.

Masolino d'Amico

Falstaff camorrista nel laboratorio firmato da Martone

«Quel suo gran corpo, quella sua vecchia carne di peccatore, quella sua compiutissima esperienza di bettole, di lupanari, di mariuoli e di mariuolerie complica, ma non abolisce l'anima sua di fanciullo viziatissimo». È il giudizio di Croce su Falstaff. E possiamo azzardare un accostamento fra il celeberrimo personaggio di Shakespeare, così descritto, e la città - innocente e perversa insieme - che si chiama Napoli? Se lo azzardiamo, forse ci renderemo conto delle ragioni profonde che hanno spinto Mario Martone a centrare proprio su Falstaff il laboratorio condotto nell'ambito del «Prologo» al Teatro Festival Italia e presentato al San Ferdinando. Questo significa che bisogna partire dalla storia, a un tempo quella del Bardo e quella artistica del regista napoletano. Falstaff, lo sappiamo, vide la luce per l'appunto in un dramma storico, la prima parte dell'«Enrico IV» scritta sotto specie di seguito del «Riccardo II»; e tornò, Falstaff, anche nella seconda parte, l'«Enrico V», in cui il debordante (in tutti i sensi) ciccione muore fra le braccia di Mrs Quickly in quella stessa osteria che era stata teatro delle sue ribalde e comicissime imprese. Finché, per volontà di Elisabetta I, Shakespeare fu costretto a riesumarlo: ma la ricomparsa di Falstaff ne «Le allegre comari di Windsor» materializzò soltanto un fantasma stupido e sciatto. Martone, naturalmente, ha preso in considerazione solo l'«Enrico IV» e l'«Enrico V». E non è un caso, così come non è un caso che a far da prologo sia un brano del «Riccardo II» tradotto in napoletano. Qui veniamo, appunto, alla storia artistica del regista, giacché il protagonista del laboratorio era quel Renato Carpentieri che partecipò, nel '93, proprio all'allestimento del «Riccardo II» da parte di Martone. Ma ecco lo scarto, che è uno scarto temporale e politico-sociale insieme: allora il «Riccardo II» fu la convocazione degli stati generali e transgenerazionali dei teatranti napoletani, oggi al laboratorio di Martone hanno partecipato anche i ragazzi detenuti a Nisida. Non sto, quindi, a sprecare parole sui risultati, pur notevoli, del laboratorio in questione, che - com'era facile prevedere - ha trasportato le trame shakespeariane nei territori della camorra, fra sniffate di cocaina e stragi di clan. Conta il messaggio che Martone ha voluto inviarci. Il teatro, oggi, non può più concedersi il lusso di restare chiuso in se stesso, ma deve aprirsi alla società e ai suoi più brucianti problemi e bisogni. Il teatro, insomma, deve uscire dal suo specifico, per guardare alla Napoli lacerata che abbiamo (o dovremmo avere) davanti agli occhi e fare il possibile perché non si dimentichi della sua anima fanciulla.

en.fi.

Ultima modifica il Venerdì, 30 Agosto 2013 08:58

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