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FINALE DI PARTITA - regia Massimo Castri

Finale di partita Finale di partita Regia Massimo Castri

di Samuel Beckett traduzione
di Carlo Fruttiero
regia di Massimo Castri
con Vittorio Franceschi, Milutin Dapcevic, Diana Hobel, Antonio Giuseppe Peligra
scene e costumi di Maurizio Balò, luci di Robert John Resteghini, suono di Franco Visioli
produzione Ert, Teatro di Roma, Teatro Metestatio Stabile della Toscana
al Teatro delle Passioni, Modena 2010

www.Sipario.it, 14 giugno 2010

Finale di partita di Samuel Beckett per Massimo Castri non è solo un classico della drammaturgia, ma è la chiusura di una riflessione sull'impossibilità del tragico a cui è condannata la società contemporanea. Finale di partita è la conclusione di un lungo discorso sull'infelicità, sul vuoto che attanaglia l'esistenza, discorso iniziato con Cechov e proseguito fino alla folgorante intuizione beckettiana racchiusa nella battuta: «Non c'è niente di più comico dell'infelicità». E' come se il drammaturgo russo e quello irlandese aprissero e chiudessero una riflessione sul senso inafferrabile e grottesco dell'esistenza che racchiude un mondo, un mondo che Castri immagina ormai definito nella sua forma e nella sua argomentazione, una rappresentazione conclusa e che per questo non chiede altro che essere mostrata, che essere testimonianza di un sentire che è passato e da cui ha origine la disperazione del nostro presente. Così Hamm (Vittorio Franceschi) e Clov (Milutin Dapcevic), Nell e Nagg (rispettivamente Diana Hobel e Antonio Giuseppe Peligra) nei loro bidoni sono colti in un ambiente borghese, disegnato con elegante sobrietà da Maurizio Balò. L'impressione è quella di stare in un salotto di fine Ottocento, uno di quegli ambienti borghesi in cui si svela l'assurdità di esistenze infrante, destinate ad esprimersi in una tragica comicità di atti mancati e rimorsi brucianti. Hamm è sulla sua sedia a rotelle in un elegante veste da camera così come il suo Clov in vestaglia, indaffarato a cercare una via di uscita impossibile dalla sua dipendenza da Hamm, ultimo padrone e patriarca in un'umanità dissolta di cui si percepiscono – forse sognate – solo le voci cristalline di bambini che filtrano dalle due finestre abbaini da cui scruta Clov. Costumi, pavimento e arredi richiamano l'alternanza di bianco e nero della scacchiera. La coerenza estetica dell'allestimento fa sì che la vicenda sull'orlo dell'abisso nucleare di Finale di partita assuma un'intimità piccolo borghese, si definisca in un'elegante contesto domestico che contribuisce al tempo stesso ad avvicinarci e a rendere più lontano quanto accade in scena. Non c'è livore, non c'è disperazione in Finale di partita di Castri, c'è la consapevolezza di un rito, di un parlare per esistere, di un dialogo che per quanto apparentemente assurdo è ancora possibile nel suo compiersi ripetitivo, nel suo muoversi sulla scacchiera della vita. In tutto ciò gli attori funzionano per coerenza e affiatamento, Vittorio Franceschi nel monologo finale fa venire le lacrime agli occhi, ma non sono da meno gli altri. Finale di partita di Castri è una definizione assoluta dell'inattualità di Beckett, è la sintesi di un disagio della civiltà che parte da Cechov e arriva alla forza desituante di Beckett.

Nicola Arrigoni

Ultima modifica il Lunedì, 12 Agosto 2013 09:28

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