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FIABE ITALIANE (ITALIAN FOLKTALES) - regia John Turturro

Fiabe italiane (Italian Folktales) Fiabe italiane (Italian Folktales) Regia John Turturro

liberamente ispirato alle Fiabe italiane
di Italo Calvino e alle favole di Giambattista Basile e Giuseppe Pitrè
scritto da Katherine Borowitz, Carl Capotorto, Max Casella e John Turturro
con Jess Barbagallo, Katherine Borowitz, Max Casella, Richard Easton, Erika La Ragione, Aurora Quattrocchi, Giuliano Scarpinato, Aida Turturro, Diego Turturro, John Turturro
regia John Turturro
Torino, Teatro Carignano, dal 19 al 31 gennaio 2010

Il Messaggero, 23 gennaio 2010
Corriere della Sera, 24 gennaio 2010
C'era una volta l'Italia

Chissà se John Turturro ha mai sentito parlare, o magari visto (foto, filmati, tv), i Giganti della montagna con la regia di Strehler, certi spettacoli di Jerôme Savary e di Roberto De Simone, oppure la versione teatrale che Maurizio Scaparro ci ha dato, un paio di volte, de Le mille e una notte. Molto più probabilmente, da fan del "continente Italia", al quale appartiene per origini paterne e materne, possiede da sempre l'immaginario arcaico del Bel Paese. E avendo letto anni fa le Fiabe italiane di Italo Calvino, vi ha con ragione riconosciuto antichi mondi familiari di cui patisce la suggestione. Da qui la lettura teatrale che dell'opera, intrecciandola con materiali di Giambattista Basile e di Giuseppe Pitrè, ha messo a punto per lo Stabile di Torino, in coproduzione con lo Stabile di Napoli e con il Ministero per i Beni e le Attività culturali (è funzionata la sinergia fra il vulcanico direttore di Torino, Evelina Christillin, e il sapiente direttore generale dello Spettacolo, Salvo Nastasi). Il debutto assoluto l'altra sera, al Carignano di Torino. Della drammaturgia Turturro si è occupato personalmete, assieme alla moglie, Katherine Borowitz, a Carl Capotorto e a Max Casella. Quanto all'opera di Calvino, va ricordato che le Fiabe risalgono al 1956. Lo scrittore raccolse in quegli anni testi di ogni parte d'Italia, rifacendosi alla tradizione orale e alle sue fonti più autentiche, fino ad ottenere l'affresco pieno di colori di un mondo arcaico, regolato da leggi primarie, ancora nutrito di purezza, trasporti e terrori archetipici. Fra pagina e pagina, il respiro di un'Italia antica, fascinosa, estremamente varia, del tutto veritiera. Cosa, di tutto questo, Turturro mette in palcoscenico? Con l'ausilio delle scene di Carmelo Giammello, che ha costruito una landa rocciosa in riva al mare, qua e là fiorita di piante grasse, segnata da mucchi di reti, nonché dalla parte finale dell'albero di un peschereccio con la coffa intatta, lavora con i suoi in quest'unico ambiente adatto ai sussurri, agli incanti, all'epifania del mistero, e capace di sintetizzare luoghi, accogliere voci, evocare atmosfere. L'ossatura drammaturgica sono due racconti, Ari-ari, ciuco mio, butta danari! e Salta nel mio sacco!: il primo narra il duro svezzamento di Antonio dal mondo di sogni in cui è immerso; il secondo parla dell'uso diverso che una coppia di fratelli fa dei doni fatati ricevuti in sorte. Minimo comune denominatore, il viaggio. Del quale, con scelta sempre opportuna, entrano via via a far parte altri canovacci, altre figure compatibili. Il resto è Attore. Turturro ama sentirsi prologo (entra in abito scuro, ad inizio spettacolo, dalla platea, spiegando il senso dell'operazione, quindi assume i personaggi del principe Granchio, dell'oste ladrone e del Bel principe) nonché mentore costante della rappresentazione. Incarna lo spirito comico, la risata grassoccia che agita i paesani di fronte a un culo poderoso e a un gran paio di tette, lo sberleffo, l'esorcismo gaglioffo, la capacità di rigenerazione di fronte all'ennesimo figlio, la naïvete al di sopra d'ogni peccato, la fantasia nutriente che abita negli umili. Infine c'è l'uso affettuoso dell'ironia, quella stessa che certa America d'immigrazione riesce a maturare, trasformandola in bonaria superiorità, nei confronti di usi e costumi tipici della terra d'origine. Che diventano, insieme, leggenda e stereotipo. Del tutto libero d'essere solo interprete, Richard Easton (il Vecchio, l'Orco, il Drago e l'Ubriaco) risulta magnifico, lucida dizione shakespeariana, sfumature, un fagotto di poesia costantemente sulle spalle. Il vibrante finale è tutto suo: il Vecchio si lascia andare a signora Morte con la mitezza e l'orgoglio del giusto, avendo sistemato i propri conti con il mondo naturale e con quello soprannaturale. Aurora Quattrocchi, siciliana purosangue, è Nonna e Fata con filosofia ed energia, canta, balla, semina in palcoscenico (al pari di Giuliano Scarpinato, bel Diavolo) una presenza "autentica" di cui lo spettacolo si giova. Bene anche gli altri, a cominciare da Aida Turturro (fatona carismatica), Diego Turturro, Katherine Borowitz (Mamma e Megera con duttilità ed entusiasmo), Jess Barbagallo, Max Casella, Erika La Ragione e lo spiritosissimo Gianni Murru nella parte dell'asino che dispensa pietre preziose al posto dello sterco. Particolarmente suggestivi gli oggetti di scena di Daniela Dal Cin, autrice anche dei costumi. La gente tutto comprende, aiutata sia dal gramelot italo-inglese usato dagli attori, sia dai sopratitoli luminosi. E si diverte, acchiappa il senso dell'evento, gusta senza complessi questo Calvino in salsa americana non tradito, in alcuni momenti addomesticato, in altri innervato di uno spirito teatrale bellissimo, degno delle sue "visioni".

Rita Sala

Fiabe di Turturro, paesaggio vecchiotto

Popper ha parlato delle fiabe popolari come di un organismo vivente dalle origini perse nella notte del tempo, custodi di un nucleo antichissimo di rituali di iniziazione alla vita adulta. Nate nell' anonimato da sempre hanno fornito modelli per invenzioni «colte», nel 1956 Italo Calvino pubblica Fiabe italiane una raccolta, realizzata con la consueta lievità, del nostro tesoro favolistico in un linguaggio preciso e concreto, né troppo popolare né troppo sbiadito. Rifacendosi a 5 favole di Calvino a due del seicentesco Giambattista Basile e a Giuseppe Pitrè, il bravo attore americano John Turturro e la sua valida compagnia hanno dato vita ad uno spettacolo Fiabe italiane (Italian Folktales), scritto dallo stesso Turturro, da Katherine Borowitz, Carl Capotorto, Max Casella, che stupisce per il folclorismo oleografico di cui è impregnato. Su di una spiaggia del sud, reti e panni stesi al sole, cesti che calano dall' alto e personaggi che raccontano le loro storie sagge e fantastiche su un tappeto musicale che unisce mandolini a scacciapensieri, canti tradizionali, pizzica, tammuriata a Domenico Modugno. La scena è di Carmelo Giammello, i fantasiosi oggetti e i costumi di Daniela Dal Cin. Un intreccio di racconti, personaggi, canti, in una sorta di commedia con musiche nel quale vivono il ciuco che «butta» denari, orchi, principi granchi, nonne, piante di cicoria, giovani ingenui, vecchi furbastri e una povera umanità in cerca di speranza e allegria. Ma è la cifra stilistica che difetta, il semplice diventa semplicismo, il folclore folclorismo e si ha l' impressione che il volto delle fiabe, nutrite di magie e di incantesimi, testimoni di un tempo arcaico nel quale reale e l' irreale si fondevano in una inquietante dimensione, poggiate su archetipi che hanno attraversato i secoli, si rifletta in una cartolina dal paesaggio un po' vecchiotto e banale.

Magda Poli

Ultima modifica il Venerdì, 30 Agosto 2013 08:12

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