lunedì, 22 ottobre, 2018
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FINALE DI PARTITA - regia Andrea Baracco

Glauco Mauri e Roberto Sturno in "Finale di partita", regia Andrea Baracco. Foto Manuela Giusto Glauco Mauri e Roberto Sturno in "Finale di partita", regia Andrea Baracco. Foto Manuela Giusto

di Samuel Beckett
con Glauco Mauri: Hamm
Roberto Sturno: Clov
Elisa Di Eusanio: Nell
Mauro Mandolini: Nagg
scene e costumi Marta Crisolini Malatesta
musiche Giacomo Vezzani
regia Andrea Baracco
produzione Compagnia Mauri Sturno

Firenze, Teatro della Pergola, dal 9 al 14 gennaio 2018

www.Sipario.it, 15 gennaio 2018

FIRENZE - Un confronto impietoso fra un uomo e la morte che si sta avvicinando, fra quello stesso uomo e il suo vissuto, fra l'umanità e il senso ultimo dell'esistenza. L'umanità di Beckett pare sopravvissuta all'Apocalisse, è vuota e smarrita, incapace di sentimenti, pietosa interprete di una macchina teatrale di cui le sfuggono i meccanismi. A sessant'anni dalla stesura, Finale di partita è quanto mai attuale e sorprendente, per quell'olimpica serenità con la quale riflette sull'insensatezza dell'esistenza. Scarna ed efficace la scena, che Mauri addobba di velate tinte shakespeariane: Hamm è giunto al termine della sua vita, minato da una malattia, e, ormai cieco, trascorre le sue giornate assiso su una sedia a rotelle che sembra un trono antico, così come il cupo ambiente in cui si trova, ricorda una sala delle udienze, di quelle dove Richard II o Enrico IV ricevevano i pari del regno. Suo "suddito", il bizzarro Clov, che da anni lo assiste ne sopporta il non facile carattere: fra i due, vige un rapporto controverso, di amore/odio, dove la conflittualità del presente non copre completamente la complicità degli anni passati, che affiora qua e là negli accenni di Clov. Il loro dialogo si sviluppa su una molteplicità di corde: dal drammatico al filosofico all'ironico, sfiorando ora le atmosfere di Amleto, ora quelle di Ionesco, ora quelle di Goldoni. Perché Clov (interpretato da Roberto Sturno) è la versione moderna del fedele Arlecchino della commedia dell'arte, e nonostante la tragica esistenza che conduce, conserva un certo spirito guascone e la condiscendenza verso il proprio "padrone", del quale sopporta con stoicismo la petulanza. E capace, nel finale, di abbandonare finalmente Hamm. Forse per un destino diverso dal suo, forse per morire allo stesso modo, quando sarà il suo momento.
In un angolo del palcoscenico, in due gabbie distinte (che potrebbero anche essere bidoni per i rifiuti), si trovano Nagg e Nell, padre e madre di Clov, entrambi amputati delle gambe in seguito a un incidente in tandem sulle Ardenne. A imprigionarli, probabilmente lo stesso Clov, che rimprovera in particolare al padre di averlo generato, di averlo esposto alle sofferenze dell'esistenza, e fra le righe riecheggia quel Sofocle per il quale "non venire mai alla luce può essere il più grande dei doni". Elisa Di Eusanio e Mauro Mandolini prestano il volto ai genitori, ultimi sognatori di un mondo in sfacelo: umiliati dal figlio, costretti a vivere in gabbia su una lettiera di sabbia, appaiono come bestie non domate che, a tratti si scambiano ricordi della loro vita precedente all'incidente, chiedendosi se una vita l'abbiano davvero vissuta, o se sia tutto frutto di un'illusione. E, potenza dell'istinto vitale, cercano persino di scambiarsi un bacio. Un istinto che nel figlio Hamm sembra del tutto scomparso. Hamm li teme, legge in loro un atto d'accusa alla sua spersonalizzazione, riconosce in loro quella libertà mentale che lui ha perduta.
Mauri (appena insignito alla carriera della Medaglia d'onore degli Accademici Immobili) regala al pubblico un'interpretazione efficace del dramma che si porta dentro: vuoto e noia. Prigioniero di se stesso, vessa Clov con le sue continue, contraddittorie richieste e domande, che hanno tutta l'aria di un semplice modo per passare il tempo (scandito a tratti da una sveglia che ne segna rumorosamente i secondi); Mauri si cala alla perfezione nei panni di un uomo che ormai non è nemmeno più tormentato, ma è indifferente a se stesso, soltanto in attesa della morte, che arriverà puntuale.
Se è vero che, per Primo Levi "dopo Auschwitz non può più esistere un Dio", per Beckett in quella metà del Novecento ad aver persa la sua credibilità è l'individuo, pesantemente provato dagli orrori del Novecento e in particolar modo dalla Seconda Guerra Mondiale, e a cui la società di massa assesta il proverbiale colpo di grazia. Con Finale di partita, Beckett s'interroga sulla monotonia dell'esistenza, sulla vuotezza spirituale che caratterizza l'umanità del secondo Novecento; esistenze condotte in attesa della morte, della "fine della partita", e ogni giornata scorre monotona, identica alla precedente, come se l'umanità avesse persa la capacità di sognare, di poetare, di andare oltre la realtà. L'umanità è appunto cieca e mutilata, non vede e non si muove, le sfugge il senso del quotidiano perché ha smarrita la capacità di riempire di autenticità quel medesimo quotidiano, ed è in caduta libera lungo quell'abisso già ipotizzato da Nietzsche.
"La Natura ci ha dimenticati". Lo esclama Hamm con rabbia e amarezza, richiamando la "Natura matrigna" di leopardiana memoria; al pari di Giacomo Leopardi, Samuel Beckett sviluppa una sue personale filosofia della disperazione, riconoscendo l'assurdità e la malvagità dell'esistenza. Tuttavia, avendo vissuti, per ovvie ragioni anagrafiche, le tragedie e gli orrori del Novecento, a differenza del recanatese Beckett non crede più nelle "care illusioni", bensì sembra rassegnarsi a un destino di grigiore. Certamente, Beckett è autore estremo, paradossale (la sua drammaturgia risente del Dadaismo e del Surrealismo, inserita però in un contesto socio-politico, benché non evidente) allegorico se vogliamo, eppure come gli antichi miti, contiene una larga parte di verità: in questo nostro "Medioevo tecnologico", dove il senso critico è anestetizzato da televisione&affini, dove la violenza sembra essere un modo per passare il tempo, dove i rapporti umani sembrano rarefarsi ogni giorno di più, dove il senso della bellezza e della poesia sembrano andare smarriti, Beckett è pienamente attuale. Meritati applausi per uno spettacolo intenso, drammatico e delicato insieme.

Niccolò Lucarelli

Ultima modifica il Lunedì, 15 Gennaio 2018 12:22

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