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FINE PENA: ORA - regia Mauro Avogadro

Sergio Leone e Paolo Pierobon in "Fine pena: ora", regia Mauro Avogadro. Foto Masiar Pasquali Sergio Leone e Paolo Pierobon in "Fine pena: ora", regia Mauro Avogadro. Foto Masiar Pasquali

di Paolo Giordano liberamente tratto dal libro di Elvio Fassone
regia: Mauro Avogadro
con Sergio Leone (il Giudice) e Paolo Pierobon (Salvatore)
scene: Marco Rosa
costumi: Gianluca Sbicca
luci: Claudio De Pace
musiche: Gioacchino Balistreri
Produzione: Piccolo Teatro di Milano – Teatro d'Europa
Milano, Piccolo Teatro Grassi dal 21 novembre al 22 dicembre 2017

www.Sipario.it, 2 dicembre 2017

Arduo e delicato argomento quello affrontato nella pièce in prima nazionale al Piccolo Teatro Grassi - che ne è anche produttore - da sempre sensibile e attento alle problematiche del vivere e quindi al sociale nelle sue svariate e variegate sfumature.

Questa volta il lavoro teatrale prende in esame uno tra i peggiori insuccessi: il fallimento da parte di molte famiglie e della società nella formazione di un individuo che venendo meno alle regole umane e sociali si macchia di numerose colpe fino all'efferata azione di togliere la vita ad altri uomini.
Un Caino delinquente e assassino che, mancando di giusti valori nel suo ambiente originario, trova appoggio, sostegno e credibilità in gruppi i quali mediante sopraffazione e violenza pensano di creare un loro 'ordine' che, invece, accresce e aggrava il vuoto già esistente. La società affida il colpevole alla giustizia perché sia sottoposto a un processo e gli sia comminata una giusta pena che tutti emozionalmente invocano esemplare affinché funzioni anche da deterrente.

La storia è reale e riguarda un estenuante e tesissimo maxiprocesso - tenutosi a Torino verso la metà degli anni '80 del secolo scorso - alla mafia catanese. Dopo 19 mesi di udienze, un mese di camera di consiglio per emanare la sentenza e tre ore per leggerla, 30 sono le condanne comminate di cui 25 ergastoli: tra questi quello a Salvatore, individuo particolarmente aggressivo, sfrontato e minaccioso (con una posizione di potere all'interno dell'organizzazione mafiosa malgrado la giovane età) che tuttavia lascia un segno nell'animo del giudice Elvio Fassone, Presidente di Corte d'Assise nel maxiprocesso. Il magistrato - a sua volta una persona non comune (ha fatto parte del CSM, è stato senatore della Repubblica per due legislature e ora è in pensione), coscienziosa, scrupolosa e attenta ai problemi processuali e penitenziari tanto da averli trattati in alcune pubblicazioni - non solo colpito dalla frase attraverso cui l'ergastolano gli fa notare che se fosse stato suo figlio sarebbe divenuto forse un avvocato e 'bravo', mentre la prole del giudice allevata in un ambiente degenerato avrebbe avuto ottime probabilità di scendere la china della delinquenza, ma intuita anche una fiammella di umanità in mezzo alla cenere del male alimentato da una buona intelligenza, prende un libro (Siddharta di Hermann Hesse) della sua biblioteca e glielo invia insieme a una lettera, incerto su un'eventuale risposta.

Questa, tuttavia, arriva: il nostro ergastolano non si lascia sfuggire l'eccezionale occasione di tenere un sottile ma sempre più consistente legame con quella vita esterna al carcere preclusagli per sempre da una pena destinata a non terminare mai, se non con l'interruzione della vita, e inizia una lunga corrispondenza in cui il giudice diviene un'entità complessa (padre, padre spirituale, formatore, consolatore...) vista anche la disparità sociale e soprattutto culturale; carteggio che ha rischiato di terminare in modo tragico, ma che non si è spezzato... due vite parallele legate da chilometri di scrittura.

E ventisei anni di lettere sono trasformate da parte del giudice nel libro Fine pena: ora (edito da Sellerio, 2015) in cui non sono pubblicate solo le lettere, ma si dipana anche una lunga riflessione - filtrata da Fassone quale voce narrante - su varie problematiche umane e penitenziarie a cominciare dal giusto e santo dubbio sull'utilità di una condanna a vita che collide con il fine riabilitativo della carcerazione.

Impegno improbo, quindi, quello del drammaturgo Paolo Giordano (fisico e letterato) trasformare il libro e le lettere di Salvatore (consegnategli dal magistrato) in un dialogo epistolare: impegno splendidamente riuscito grazie alla straordinaria sinergia con l'ottima regia di Mauro Avogadro - che ha dato al lavoro un'impostazione a inquadrature (quasi cinematografica) ben rendendo il continuo fluire da una vita all'altra con effetti di una certa atemporalità (dalla prigione a sbarre in cui vive Salvatore a quella senza sbarre in cui il magistrato è prigioniero del proprio io con i suoi assillanti dubbi, dettati da un profondo e umanissimo rigore morale) - e l'eccezionale perizia attoriale di Sergio Leone e Paolo Pierobon nel rendere i diversi caratteri dei due personaggi connotati da lieve e ironica profondità.

Non bisogna correre il rischio di simpatizzare troppo con il condannato per la sua impulsiva e colorata istintività, anzi è necessario sottolineare anche l'abilità di Sergio Leone nel ritrarre l'umanità composta e sofferta del giudice in un godibilissimo lavoro che tiene desta l'attenzione, fa riflettere e lascia nello spettatore la giusta dose di curiositas e la speranza che la formazione dell'uomo avvenga attraverso canali naturali (famiglia, scuola...) non deviati, ma non è così facile educare traendo fuori da ciascuno il suo vero io.

Wanda Castelnuovo

Ultima modifica il Domenica, 03 Dicembre 2017 09:31

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