giovedì, 22 agosto, 2019
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ENRICO IV - regia Carlo Cecchi

"Enrico IV", adattamento e regia Carlo Cecchi. Foto Matteo Delbó "Enrico IV", adattamento e regia Carlo Cecchi. Foto Matteo Delbó

da Luigi Pirandello  
adattamento e regia Carlo Cecchi
con Carlo Cecchi, Angelica Ippolito, Gigio Morra, Roberto Trifirò,
Chiara Mancuso, Remo Stella, Vincenzo Ferrera, Dario Caccuri, Edoardo Coen, Davide Giordano
scene Sergio Tramonti – costumi Nanà Cecchi – luci Camilla Piccioni
Produzione Marche Teatro
Teatro Argentina di Roma dal 13 al 24 febbraio 2019
26 febbraio/3 marzo 2019, Napoli Teatro Mercadante

5 marzo 2019, Sassari Teatro Comunale

6/10 marzo 2019 Cagliari Teatro Massimo

www.Sipario.it, 23 febbraio 2019

LE "NECESSITA' " DELLA FOLLIA
Tedio d'attore e tedio di maschera. Raramente  il limite e la qualità di uno spettacolo coincidono come nel pirandelliano "Enrico IV".  Con il quale Carlo Cecchi "torna a Canossa", a quasi due anni di distanza dalla prima edizione di questo perfido (finto-patologico, macabro scherzo) dramma in costume.
Geniale abilità di una  sintesi espositiva  ufficiata con  sapiente sciatteria di ambienti e interpretazione, quasi fosse la  serale (o pomeridiana) penitenza da espletare senza fronzoli e artefici melodrammatici, al prezzo di rendere criptico, spiazzante sberleffo, per i neofiti della platea, il geniale lavoro dell'interprete\regista. Ad alcuni dei quali (neofiti), ci è capitato, a fine spettacolo, di consigliare -tramite home video o you tube- di sintonizzarsi con le "lectio magistralis" di Romolo Valli e Salvo Randone (cui, per l'antiretorica di toni, accenti, espressività aggiungerei il Franco Branciaroli degli Incamminati) al semplice, essenziale fine di operare un confronto con ciò che Cecchi aveva appena destrutturato, "onorato" e raso al suolo.
Reiterata ed intatta resta infatti la "situazione debitoria" dell' ineffabile  toscan-partenopeo  rispetto ai copioni classici, specie a far data da "L'uomo, la bestia, la virtù" e, ancor prima da "Woyzeck" di Buchner e dalla shakespeariana "Tempesta" (pur se l'irruzione più strepitosa fu quella sui "Sei personaggi" verso i quali constatava a scena aperta "più che un dramma a me pare un troiaio"). E poiché la "famigerata" dissacrazione\ profanazioni non  lambiva e non lambisce (nell'intima sostanza) l' opera di Pirandello – di cui  pure Cecchi avverte squisitezza d' intelletto e 'speculazione' dialogica nel 'vero sentire' –  quanto le minuzie del suo "ragionar per capzioso capestro" verso un eccesso di  sacralità,  di relativismo  paradigmatico  reverenziati e resi inalterabili dai posteri dell'immobilismo e classicità accademica.
Proprio mentre l'attore, osservato a media distanza di platea "celebra", consapevole o meno, un ulteriore, inaspettato omaggio al   maestro della sua fanciullezza, nella postura di uno ieratico, flemmatico Totò,  "sull'orlo del tracollo" (così lo 'dipinse' Pasolini): non tanto per fatica di vivere quanto per usura di piazze, macchiette e  palcoscenici:  ovvero del "lavorare stanca", ma distrae da guai peggiori.  Del resto, più Carlo Cecchi   "indugia" (compiacendosi)  nel suo detestare il mito del grande attore, più è palese  che non lo disturba  essere tale: di tipo particolare, è ovvio, dodecafonico, sibillino, atrabiliare  come lo furono (amati o rifiutati, senza mezze misure) Leo De  Barardinis  e Carmelo Bene, "artefici di teatro" più insigni, ardimentosi , "decadenti"  del secondo 900.
Approfittando noi ricordare che –per l'"Enrico IV"- fu, in fondo, Marco Bellocchio a fissare la data (1984) in cui l'opera smise di essere dramma naturalista e iniziò a rivelare (grazie alle spontanee ambiguità di Mastroianni)  la sua natura "subdola, eversiva": di rivalsa della follia rispetto all' inganno dei sentimenti, dei ruoli e le patologie che la 'socialita' sancisce ai danni dell'individualità deviante.  Non per "vendetta", ma per meglio chiarire che non esiste confine tra normalità e follia che non risponda a un disegno o copione premeditato, dannato  e ineludibile.
Tutto ciò nell'allestimento di Cecchi è appena accennato. Ad emergere è – fin dalla prima scena – il dietro le quinte, l'aspetto meta-teatrale della rappresentazione, anzi il tormentone  che "ciò che si fa.. s'ha da fare ..per campare" e assurgere, anche l'attore, a una civica identità.  Fatica e routine dell'ennesimo teatro-nel- teatro  che un giovane drappello di giovani apprendisti di retropalco   sostiene ogni giorno "chiedendo agli scritturati, esausti anch'essi" di calarsi nei panni di abati, monaci e personaggi legati all'imperatore che cadde da cavallo e divenne teatral-penitente: della propria credulità in amore.
Copione alla mano, seguono suggerimenti su come districarsi tra realtà e finzione (altra, risaputa seccatura), devote citazioni d'imbarazzo eduardiano (che mandano in solluchero gli spettatori 'paganti') , frasi farfugliate e pantomime smozzicate,  prima che  l'arrivo – non da personaggi ma da 'funzioni' drammaturgiche- della Marchesa Matilde Spina (vanamente amata in gioventù), della figlia Frida(due gocce d'acqua), più rivali di un tempo e psichiatra in abito da fratacchione, sancisca una distanza, "una sferzante separatezza" fra ciò che potrebbe accadere (piantare quella sceneggiata!) e quello che invece servirà portare a compimento: come da contratto.  Avendo cura  di intimare al morituro competitore "sositi..che domani si replica...!"
Per Gloria o per Martirio? O per la paga? Di tutto un po'...

Angelo Pizzuto

Ultima modifica il Domenica, 24 Febbraio 2019 10:19

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