sabato, 22 settembre, 2018
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DON GIOVANNI - regia Alessandro Preziosi

"Don Giovanni" - regia Alessandro Preziosi "Don Giovanni" - regia Alessandro Preziosi

di Molière
traduzione e adattamento Tommaso Mattei
regia Alessandro Preziosi
scene Fabien Iliou, costumi Marta Crisolini Malatesta
musiche Andrea Farri, luci Valerio Tiberi
supervisione artistica Alessandro Maggi
con:
Don Giovanni Alessandro Preziosi
Sganarello Nando Paone
Donna Elvira Lucrezia Guidone
Gusman Roberto Manzi
Don Carlos Matteo Guma
Don Alonso Roberto Manzi
Don Luigi Alessandro Preziosi
Francisco Daniele Paoloni
Carlotta Barbara Giordano
Maturina Daniela Vitale
Pierino Daniele Paoloni
Violetta Daniela Vitale
Ragotin Matteo Guma
Il signor Domenica Roberto Manzi
Ramon Matteo Guma
Uno spettro Barbara Giordano
Produzione Khora.teatro e Teatro Stabile d'Abruzzo
Milano, Teatro Nuovo dal 3 al 15 febbraio 2015
Roma, Teatro Quirino di Roma dal 2 al 14 febbraio 2016

(Teatro Verdi di Salerno 18-21 febbraio Teatro Sociale di Trento 3-6 marzo)

www.Sipario.it, 16 febbraio 2016
www.Sipario.it, 6 febbraio 2015

Essendo peculiarità dei classici- loro primo requisito- sapersi (doversi?) rinnovare di linguaggio e di senso sull'onda lunga del fluire del tempo (storico, esistenziale), diremo subito che l'intrigante, scrupolosa edizione realizzata da Alessandro Preziosi, quasi a 'dimostrazione' di un talento attorale (e qui anche registico) più variegato della contingente notorietà cine-televisiva, mira a focalizzare alcuni lineamenti contemporanei (probabilmente 'evergreen') dell'archetipo molièriano-seicentesco, derivante come si sa dal misconosciuto "Burlador de Sevilla" di Tirso de Molina.
Pertanto, se l'ultimo nostro incontro con il 'seduttor narciso'- erroneamente accostato al 'casanovismo' dissipato e sincero amante dell'eterno femminino- risaliva alla compulsiva, ginnica (dadaista?) performance di Filippo Timi, due anni fa all'Argentina di Roma (a dimostrazione di un' 'entità' demenziale, fascinosa, ma socialmente perniciosa), il Don Giovanni di Preziosi si afferma, oggi, in tutta la sua foga antinaturalista, esclamativa, sopra le righe – a compimento di un 'superomismo' in cui, più che il 'piacere di fagocitar fanciulle', dirompe l'elemento di una sgargiante, barocca schizofrenia, il cui bersaglio preferito è l'ipocrisia, la doppia morale, il Giano bifronte di un'aristocrazia nullafacente, genuflessa al 'castigo di Dio', ma incurante, tracimante qualsiasi rispetto della altrui dignità (femminile o maschile, non importa).
Sino al compimento di una 'tragedia' dal gusto beffardo, pre-shakespaeriano (il 'redde rationem' con il Convitato di pietra, entità impalpabile, freudiana, punitiva di quel particolare peccato che è la vanagloria frammista alla egolatria), che conferisce all'opera di Molière struttura ed essenza atipiche rispetto alla vasta produzione del commediografo francese.
In linea con i canoni estetici dell'allestimento (cupi ma non funerei, salvo l'habitat cimiteriale del suo epilogo, ove si eccede di 'fiamme infernali' come horror di Dario Argento), il copione originario assume un carattere spiccatamente onirico, cinematografico (da incubo in bianco e nero) ove, a primeggiare, è un uso della lingua dialogante (adeguatamente tradotta), il cui gusto per l'intrattenimento, la divagazione, i 'filosofemi' del libertinismo asseconda (organicamente) una struttura di accadimenti in cui, come accennavamo, tragicommedia e iperbole su susseguono fluidamente e senza stacchi di timbro o espressività.
Una libertà creativa "apparentemente caotica"- annota il regista- che integra la sintesi compositiva dello spettacolo e la compatta struttura di una 'impaginazione' scenica, sfocianti in un "succedersi di quadri resi con vere e proprie ellissi filmiche" (mediante cangianti, mirabolanti scenografie proiettate con disegni elettronici). Le quali danno sostanza, forse più del 'messaggio' etico\esistenziale del nobile viandante (supportato e sopportato dallo strepitoso Sganarello di Nando Paone), all'empia illusione "di sublimare le fandonie della seduzione". Criminogene ed auto illusorie al solo fine di "acciuffare una chimera di dispotismo terreno", convivendo nella costante, plateale 'recitazione' (ostentazione) di ardori, sentimenti, emozioni: che Alessandro Preziosi (eclettico, robusto 'attor giovane e bello') smaschera- in ultima analisi- quale paradigma di comportamenti, "di attitudini sociali" consustanziali per ogni epoca di infingimenti e decadenti vessazioni. Ai danni dei creduloni, dei più deboli, dei 'bisognosi' di servilismo quale unica arma di sopravvivenza. Le 'donzelle del contado' – Molière lo sapeva- erano e restano 'arnesi' usa e getta del bisogno materiale, emissari del privilegio classista. Storicamente debellabile, ogni qual volta il vaso (delle arroganze) trabocca.

Angelo Pizzuto

Alessandro Preziosi consolida la sua fama con una rappresentazione classico-moderna del Don Giovanni - notissimo e leggendario personaggio del teatro e della letteratura europei - nell'immaginario comune impenitente donnaiolo e in realtà molto di più se si tiene conto com'è nato verso il 1630 quando compare per la prima volta per iscritto con il nome di Don Giovanni Tenorio ne L'ingannatore di Siviglia e il convitato di pietra (El Burlador de Sevilla y convidado de piedra), commedia attribuita a Tirso de Molina (pseudonimo di frate Gabriel Téllez) ispirata forse a racconti popolari utilizzati in clima controriformista dai Gesuiti durante gli spettacoli edificanti volti a costituire monito nei confronti dei trasgressori della morale.
Nei secoli l'aspetto religioso rappresentato dalla bianca immagine spettrale del Convitato di pietra si è man mano affievolita fin quasi a scomparire.

Il personaggio di Don Giovanni ha avuto una straordinaria fortuna testimoniata dalle numerosissime versioni (pare più di 4000): memorabili il Don Giovanni o Il convitato di pietra di Molière (pseudonimo di Jean Baptiste Poquelin) - commedia tragica in prosa in cinque atti ambientata in Sicilia, rappresentata al Palais-Royal nel 1665 - trasformato dalla sua perspicace penna in un elegante cortigiano cinico, scettico ed edonista e Il dissoluto punito ossia il Don Giovanni del 1787 di Wolfang Amadeus Mozart che lo inserisce in un contesto con sfumature meno cupe, più scherzose e venate di una certa misoginia.

Alessandro Preziosi - che di seduzione se ne intende per l'avvenenza, regalatagli da madre natura, di cui fa un uso intelligente coniugandola con uno spessore intellettuale percepibile quando parla del suo operare con la semplice umiltà di chi cerca contenuti - che si ispira a Molière, ha il grande merito di portare sulla scena un classico reso accetto, se non bramato dal pubblico grazie alla fama di cui gode come personaggio televisivo e cinematografico: sicuramente un grosso vantaggio per veicolare importanti classici, come ha già fatto con successo, riletti in chiave tradizionale e corretti con intelligenti innovazioni che non ne alterano però il rigore.

Accattivanti la messa in scena con i personaggi in primo piano che paiono usciti dalla rappresentazione parigina a corte del 1665 e la scenografia ultramoderna con proiezioni video in 3D in cui ciascuno dei personaggi recita la sua parte con un linguaggio condito di virgole di modernità e con estremo convincimento tanto che si può respirare il tedio di Don Giovanni vitalisticamente entusiasta solo quando riesce a superarlo duellando con le donne, i creditori, il padre, Dio e in primis con il servo.

E lo straordinario Nando Paone che riveste i panni del divertentissimo Sganarello, figlio del buon senso del popolo con tutte le sue contraddizioni, titubanze e reticenze nei rapporti con il padrone - uomo tanto colto da avere perso l'umanità divenendo vittima di se stesso, del suo sentirsi superuomo e della sua volontà di non utilizzare in positivo la sua intelligenza - finisce con entrare nel cuore del pubblico che si riconosce nelle sue debolezze e paure simpatizzando con lui.

Altrettanto deliziosi i quadretti in cui sono tratteggiate con pochi schizzi le psicologie delle giovani popolane, topolini femmine con cui il felino Don Giovanni gioca a rimpiattino incurante di doveri di riconoscenza o di qualsiasi concetto che contenga in sé sfumature di rispetto verso l'altro.

Uno spettacolo divertente con molto da leggere tra le righe.

Wanda Castelnuovo

Ultima modifica il Martedì, 16 Febbraio 2016 11:54

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