mercoledì, 20 marzo, 2019
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DON GIOVANNI - regia Valerio Binasco

"Don Giovanni", regia Valerio Binasco "Don Giovanni", regia Valerio Binasco

di Molière
con Fabrizio Contri, Lucio De Francesco, Giordana Faggiano,
Elena Gigliotti, Gianluca Gobbi, Nicola Pannelli, Fulvio Pepe, Sergio Romano

e con Vittorio Camarota, Marta Cortellazzo Wiel,
regia Valerio Binasco,
scene Guido Fiorato,
luci Pasquale Mari,
costumi Sandra Cardini,
musiche Arturo Annecchino,
assistente regia Nicola Pannelli,
assistente scene Anna Varaldo,
assistente costumi Silvia Brero,
produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, visto
al Teatro Due di Parma, 2 marzo 2019

www.Sipario.it, 6 marzo 2019

«E adesso chi mi paga, chi mi paga, chi mi paga?» è l'ultima, disperata battuta di Sganarello in chiusura del Don Giovanni, spettacolo prodotto dallo Stabile di Torino. Si tratta di un'ammissione di impotenza, di un'impossibilità del servo di sopravvivere al suo padrone e signore, lui succube di Don Giovanni, che sogna di fuggire ma poi si sente spaesato alla morte del padrone. Valerio Binasco affronta il Don Giovanni di Molière portandolo in un contesto contemporaneo, o meglio atemporale in cui architetture di antichi palazzi andati in rovina, scantinati ammuffiti, statue di dei e madonne che sbirciano dai lati e una grande luna piena incombente contribuiscono a creare un'atmosfera di attesa, di resa dei conti, di apocalisse prossima ventura. Binasco con Don Giovanni sembra proseguire un discorso registico/esegetico dei grandi classici iniziato con La Tempesta e proseguito col Mercante di Venezia e Il bugiardo di Goldoni in cui la contemporaneità è affidata a un'umanità spesso allo sbando, marginale, in cui il sorriso - amaro e trasformato in ghigno - caratterizza la cifra di lettura del regista che sposta in avanti i testi e li fa a noi presenti in un contesto di tesa atemporalità.
C'è nel Don Giovanni di Binasco una tensione sotto traccia che inquieta e diverte, si respira un'aria livida, un'atmosfera sospesa che fa pensare ad un'apocalisse possibile, suggerita dall'apocalisse del pensiero,  messa in atto dal vivere e dal raccontare di Don Giovanni, seduttore prima che di donne, delle convenzioni e delle cecità del vivere. Don Giovanni è Gianluca Gobbi, un don Giovanni corpulento, estremamente fisico, in perenne e sulfurea eccitazione che nel suo eloquio ribalta ogni punto di vista con fare sofistico, sa essere cinico e violento fino al fastidio, mai arrendevole neppure alla statua del commendatore che irride con fotografie da turista dell'anima. Valerio Binasco concentra il suo sguardo sulla coppia Don Giovanni e Sganarello, mettendo in secondo piano non solo l'aspetto seduttivo ed erotico del personaggio, ma anche l'aspetto 'teologico' del dissertare del cavaliere, ponendo in secondo piano anche donna Elvira, suora sedotta e abbandonata, interpretata da Giordana Faggiano che finisce con l'essere poco più che una fuggevole comparsa, come gli altri personaggi, funzionali al pensiero del seduttore e libertino.
Don Giovanni è una sorta di anarcoide, un rivoluzionario del pensiero, un uomo di incontinente energia cerebrale che vive ai margini, che vive in una continua tensione a mettere alla prova ciò che il mondo dà per assodato e veritiero, in primis l'amore per una donna e l'esistenza di Dio. Sganarello è colui che a fatica vorrebbe riportarlo al pensiero convenzionale, che subisce le intemperanze del padrone, né è vittima ma è anche pungolo di realtà, in questo Sergio Romano è corpo teso, piegato e nervoso nel seguire in affanno il crinale del pensiero del suo signore e padrone. Il suo Sganarello non ha nulla di leggero, è costretto a equilibrismi di sopravvivenza in un clima da fine del mondo, in un mondo in cui la violenza è all'ordine del giorno, in un tempo in cui la luna incombe enorme, come nel film Melancholia di Lars von Trier.
Alla fine la richiesta della paga ha qualcosa di straziante, sollecita il riso, ma dice anche della condanna vera dell'uomo borghese e contemporaneo: la schiavitù del possedere e del denaro, lo strumento che si fa fine e che ci soggioga. Il pubblico si diverte, Valerio Binasco si conferma un regista raffinato e colto in grado di confezionare spettacoli di elegante fruibilità... Rimane la nostalgia per il Binasco che spiazza e fa vedere nuovi scenari che è più forse nella drammaturgia contemporanea, ai classici affida la sua mano di 'innovatore ma con garbo'. La platea apprezza ed applaude contente e soddisfatta.

Nicola Arrigoni

Ultima modifica il Mercoledì, 06 Marzo 2019 18:38

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