martedì, 25 settembre, 2018
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CASELLANTE (IL) - regia Giuseppe Dipasquale

"Il casellante", regia Giuseppe Dipasquale. Foto Antonio Parrinello "Il casellante", regia Giuseppe Dipasquale. Foto Antonio Parrinello

di Andrea Camilleri e Giuseppe Dipasquale dal romanzo omonimo di Camilleri
Interpreti: Moni Ovadia, Valeria Contadino, Mario Incudine,
Sergio Seminara, Giampaolo Romania
Musiche dal vivo: Antonio Vasta, Antonio Putzu
Musiche originali Mario Incudine con la collaborazione di Antonio Vasta
Scene: Giuseppe Dipasquale
Costumi :Elisa Savi
Luci: Gianni Grasso
La canzone "La crapa avi li corna" è di Antonio Vasta
Regia: Giuseppe Dipasquale
Produz.: Promo Music- Corvino Produzioni- Centro D'Arte Contempotanea Teatro Carcano- Comune di Caltanissetta

al Teatro ABC di Catania dall'8 all'11 marzo 2018

www.Sipario.it, 10 marzo 2018

Rispetto ai tanti commissari Montalbano frutto della sua prolifica fantasia, i romanzi di Andrea Camilleri, hanno spesso una radice storica, altre volte sono frutto di fatti e fatterelli che vecchi saggi della sua mitica Vigata gli hanno raccontato personalmente di persona o che lui ha ascoltato origliando qua e là per bettole e carruggi, come è il caso de Il casellante (2008), diventato poi uno spettacolo teatrale con lo zampino di Giuseppe Dipasquale, che ne ha curato una minuziosa regia, debuttando due anni fa al Teatro San Nicolò di Spoleto all'interno del 59°Festival dei due Mondi, approdato adesso, dopo varie tappe, al Teatro ABC di Catania per la stagione teatrale del Brancati. Uno spettacolo d'una Sicilia d'antan, quella del secondo dopoguerra, con scoppi di bombe e mitraglie, non si sa se degli americani o dei tedeschi, in cui risalta il lessico inventato da Camilleri sciorinato da coloro che vivono in Contrada Ninfa, subito dopo Vigata, e che ha per protagonisti una coppia di poveri cristi, il Nino di Mario Incudine, casellante addetto alla sorveglianza d'un tratto ferroviario e custode d'un passaggio a livello e la Minica di Valeria Contadino che desidera ardentemente, non riuscendoci, a rimanere ingravidata. La scena dello stesso Dipasquale ha un bel fondale materico alla maniera di Burri che assume vari colori a seconda degli stati d'animo dei protagonisti, mentre al centro campeggia un albero spoglio in stile beckettiano e un simil-carro ferroviario sopra il quale Antonio Vasta e Antonio Putzu suonano fisarmonica e clarinetto, Incudine la chitarra, Contadino un tamburo e Moni Ovadia fa finta di guidare il trabiccolo. Non è un musical anche se le musiche e le canzoni hanno un posto rilevante, semmai nuoce allo spettacolo, di due ore e mezza, il fatto che Ovadia veste sei personaggi (narratore, casellante sostituto, mammana del paese, fascista locale, barbiere, giudice), Giampaolo Romania ne assorbe cinque, Sergio Seminara oltre che il don Simone capomafia locale è pure il capo dei carabinieri Pintacuda e i due musici Vasta e Putzu sono due avventori e pure due carabinieri. Si dirà la causa è la crisi teatrale e che la produzione non può permettersi di scritturare molti attori - anche se a mia memoria è il solito refrain del Teatro in crisi, del Teatro che agonizza e degli esigui contributi statali del Fus (Fonfo Unico dello Spettascolo) etc..etc...- ma vedere Ovadia nel ruolo della fattucchiera Ciccina con tunica marrone e seni posticci che gli traballano sul davanti mentre massaggia il ventre di Minica e propina unguenti miracolosi a Nino, fa assumere allo spettacolo un'allure da filodrammatica. Tornando ai nostri due protagonisti, succede un giorno che il sostituto casellante Michele Barrafato (sempre Ovadia) fa la festa a Minica ammazzandola di botte e che la poverina con la pancia gonfia, finalmente in attesa d'un bambino, andrà via di testa perché lo perderà, cercando poi di metamorfosarsi in un albero, così come avverrà alla fine abbracciando un bimbo orfano di guerra, mentre Nino, con l'avallo di Don Simone sgozzerà quell'infame. Divertenti per i suoi paradossi sono i momenti in cui Romania e Incudine, cambiando i ritmi di alcune canzoni fasciste come Faccetta nera e Giovinezza giovinezza, finiscono in galera, così pure ilari appaiono le tirate in dialetto siciliano di Ovadia, lui Yddish di cultura, mentre un che di dannunziano hanno quelle posture dolenti della Contadino, quasi un'eroina di tragedie antiche.

Gigi Giacobbe

Ultima modifica il Sabato, 10 Marzo 2018 22:34

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