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PENITENTE (IL) - regia Luca Barbareschi

"Il penitente", regia Luca Barbareschi. Foto Bepi Caroli "Il penitente", regia Luca Barbareschi. Foto Bepi Caroli

di David Mamet
Con: Luca Barbareschi, Lunetta Savino e Massimo Reale
e con Duccio Camerini
Traduzione e regia: Luca Barbareschi 

Roma, Teatro Eliseo dal 07 al 26 novembre 2017

www.Sipario.it, 13 novembre 2017

In scena in questi giorni all'Eliseo di Roma per la regia di Luca Barbereschi, da lui interpretato insieme con Lunetta Savino, Il penitente – ultimo lavoro del drammaturgo statunitense David Mamet – ci ripropone la sempiterna diatriba fra la supremazia delle leggi scritte dagli uomini, o quelle non scritte ma dettate dagli dèi. Questo lacerante dubbio, l'autore lo staglia sullo sfondo contemporaneo dei mass-media, che tutto livellano e rendono mediocre, fin quasi a confondere e ottundere quale sia la vera realtà dei fatti.
Nell'impostazione data da Barbareschi, lo spettacolo inizia fin dall'ingresso in platea. Niente sipario. Sul palco vi è un tavolo con delle sedie. Sopra: due parallelepipedi concentrici. Già in scena, di spalle al pubblico e con una kippah sulla testa, Barbareschi è assorto a leggere un giornale e a guardare un'agendina con su scritti degli appunti. Intanto, su degli schermi laterali, vanno in onda a ripetizione filmati che rammentano clamorosi casi giudiziari, resi eclatanti e snaturati dal chiacchierio giornalistico e televisivo. Di sottofondo, una musica che comunica senso di inquietudine e spaesamento.
Con l'ingresso della Savino in scena, inizia il dramma di un noto psichiatra – Charles-Barbareschi – , e di sua moglie Kath – interpretata dalla Savino –, messo alla berlina dai mass-media perché un suo paziente ha commesso un pluriomicidio. Gli si chiede di testimoniare in tribunale, di esibire ai giudici gli appunti presi sul suo paziente assassino. Ma Charles si rifiuta. Tutela la riservatezza di quanto detto nel corso delle sedute. Si appella al giuramento di Ippocrate. Per i giornali, diviene lui il vero colpevole, reso ancor più sospetto dalla sua tardiva conversione all'Ebraismo e dal fatto che il suo paziente, dichiarandosi omosessuale, avrebbe insinuato che il noto psichiatra lo disprezzasse e di già condannasse per questa sola ragione. È l'inizio della fine. Per Charles, la sua carriera e per il rapporto con Kath. Tutto per un sospetto, offerto alla comunità con disinvolta nonchalance dai giornali.
La recitazione dei protagonisti è rapida, tesa. La Savino rende con giusta aggressività lo sconcerto di Kath, la sua ingenuità di fronte a quanto sta avvenendo. Il Charles di Barbareschi è rassegnato ma vigoroso. Ha la giusta forza di colui che agisce in nome d'un principio che crede sano. Forse lo stesso che lo ha indotto a restituire la pistola al suo paziente, pur sapendo – su ammissione di quest'ultimo – che avrebbe compiuto una strage?
Insoluta la domanda in Mamet, così come nella regia di Barbareschi, che ha apportato lievi modifiche sottolineando l'ingiusta invadenza massmediatica nelle vite degli individui (aspetto comunque presente nel testo).
Molto bravi anche gli attori che han recitato il ruolo di Richard – Massimo Reale – e di un Avvocato – Duccio Camerini: ovvero, il mondo esterno a quello di Charles e Kath. Falso anch'esso? O più vero? Dove, allora, è la verità? Nelle leggi?
Si riaccendono le luci in sala.

Pierluigi Pietricola

Ultima modifica il Lunedì, 13 Novembre 2017 18:30

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