giovedì, 16 agosto, 2018
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BOTTEGA DEL CAFFÈ (LA) - regia Maurizio Scaparro

"La bottega del caffè", regia Maurizio Scaparro. Foto Filippo Manzini "La bottega del caffè", regia Maurizio Scaparro. Foto Filippo Manzini

di Carlo Goldoni
regia Maurizio Scaparro
adattamento drammaturgico Maurizio Scaparro e Ferdinando Ceriani
con
Don Marzio, gentiluomo napoletano Pino Micol
Ridolfo, il caffettiere Vittorio Viviani
Eugenio, mercante Manuele Morgese
Flaminio, sotto il nome di conte Leandro Ruben Rigillo
Placida, moglie di Flaminio, in abito da pellegrina Carla Ferraro
Vittoria, moglie di Eugenio Maria Angela Robustelli
Pandolfo, biscazziere Ezio Budini
Lisaura, ballerina Giulia Rupi
Trappola, garzone di Ridolfo Alessandro Scaretti
musiche Nicola Piovani
scene e costumi Lorenzo Cutuli
luci Maurizio Fabretti
produzione Fondazione Teatro della Toscana in collaborazione con Illy caffè
Milano, Piccolo Teatro Grassi dal 16 al 21 giugno 2015
Firenze, Teatro della Pergola dal 17 al 22 novembre, 2015

www.Sipario.it, 18 novembre 2015
www.Sipario.it, 17 giugno 2015
Scaparro e quella movimentata bottega del caffè

FIRENZE - La bottega del caffè, un luogo che nell'Italia del secondo Settecento, investita dal soffio dell'Illuminismo, andava acquistando ogni giorno di più un'importanza strategica. Era, il caffè, il luogo e la bevanda dei pensatori dell'epoca, dei vari Beccaria, Verri, Baretti, che dopo lunghi dialoghi e confronti, ideavano e scrivevano in quell'atmosfera le pagine dei primi giornali che contribuivano a formare un'opinione "nazionale". E con sagacia, Verri intitolò il suo giornale proprio Il Caffè. Non solo palestra degl'ingegni italiani dell'epoca, il caffè è anche e soprattutto luogo d'incontro, di dialogo, una sorta di palcoscenico dove la vita scorre nei suoi aspetti mondani, si esibisce la propria ricchezza, la propria arguzia, e, non di rado, anche la propria stupidità. Un microcosmo dai caratteri spiccatamente borghesi, in tono con l'ascesa di questa nuova classe dirigente, a partire dalla seconda metà del Settecento.
A Venezia, colta sfortunatamente in pieno declino politico, il caffè inteso come luogo d'azione, dovrà attendere fino ai moti rivoluzionari del '48, ma intanto si affermava come salotto per incontri galanti e affari d'ogni sorta.
A questo piccolo mondo che va cambiando il volto delle città, Carlo Goldoni s'ispira per la commedia La bottega del caffè, che scrisse nel 1750. È, la bottega, una sorta di microcosmo attorno al quale ruotano le vicende di nobili e servi, borghesi e parassiti. Il caffettiere Ridolfo s'interessa delle vicende del mercante Eugenio, che fingendosi Conte, gioca d'azzardo nella vicina bisca, e sta rischiando la bancarotta per debiti. Suo implacabile avversario, è quel Flaminio che, sotto il falso nome di Leandro, anch'egli si spaccia per nobile. In tempo di carnevale - quando appunto la commedia si svolge, nell'arco di una sola giornata -, la trovata diventa anche metafora dell'ambizione umana di essere chi non si è, di soggiogare gli altri con la parvenza del potere e del prestigio. Operazione che, fino a un certo segno, riesce a Don Marzio, nobile napoletano decaduto, ambiguo parassita che sguazza nei segreti altrui, giocando uno contro l'altro con la sua indiscrezione. A questo scenario, si aggiungono: Lisaura, la ballerina per la quale Leandro/Flaminio ha lasciata la moglie; Placida, appunto la moglie di questi, che giunge a Venezia da Torino sperando di ritrovare il marito; Vittoria, moglie di Eugenio, che mal sopporta il suo vizio del gioco, per il quale sta mettendo al rischio il patrimonio.
Ridolfo, il caffettiere, con il suo aplomb, appare un sorta di burattinaio "metafisico", leggibile su due livelli: sia come un omaggio goldoniano alle origini del teatro di strada, e al nonno paterno, marionettista dilettante; sia come un espediente drammaturgico di carattere sociologico, per rappresentare la metafora del gran teatro della vita in ottica meccanicistica. Vittorio Viviani si cala con partecipazione nelle vesti dell'assennato caffettiere, una sorta di Deus ex machina che lavora con discrezione, persuasione e buon senso, per cercare di trarre dai guai amici e conoscenti. Lo fa spassionatamente, con spirito filantropico, bastandogli di veder affermarsi la giustizia, l'onestà, la pudicizia di costumi. È lui la coscienza critica dello spettacolo, che salva Eugenio dal demone del gioco d'azzardo, e si adopra per salvare il suo matrimonio, così come quello di Leandro/Flaminio. A muoverlo, una convinzione mutuata da Vico, pensatore per il quale «Gli uomini, prima sentono senza avvertire; dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura» (da Scienza Nuova). Vico, un intellettuale che Goldoni orecchiò a Pavia, negli anni degli studi collegiali. A livello attoriale, godibilissimi i siparietti di riavvicinamento matrimoniale, dove la mimica facciale e gestuale giocano un ruolo importante, nello stile del più puro teatro di maschera, per il quale, in origine la commedia fu concepita. Comicamente rapidissimi i cambi d'atmosfera, dal sentimentalismo tragico alla divertita malizia.
Sua antitesi, quel Don Marzio costantemente interessato alle vite altrui, delle quali vorrebbe conoscere i minimi particolari, salvo poi non riuscire a mantenere i segreti delle confidenze ottenute. Goldoni lo forgia come bonaria parodia del rigidissimo Consiglio dei Dieci, organo supremo della Repubblica, autentica centrale di spionaggio contro il dissenso politico, che però, in quegli ultimi decenni della Serenissima, accusava lacune nell'efficienza. Ironia a parte, Goldoni stigmatizza il gusto della maldicenza, del parlare senza sapere, così tipico degli sfaccendati e dei parassiti, condizione che suo malgrado è propria di Don Marzio. Smascherato nel xx finale, in una suggestiva scena dove è solo sul palcoscenico, viene additato dall'alto delle finestre del primo piano da tutti gli altri personaggi - in una sorta di tribunale morale -, per la sua maldicenza e indiscrezione. Nella piazza tornata silenziosa e immersa nella luce lunare, Don Marzio si abbandona a un amaro monologo, paradossalmente restando convinto della sua buona fede nel parlare e nel giudicare, e scegliendo di lasciare la città, dove ha perso il suo credito.
Non si fermano qui le considerazioni dell'autore, che punta il dito contro la piaga del gioco d'azzardo, che assorbe le energie della nobiltà e della borghesia, e ne polverizza i patrimoni. Fu questa una piaga sociale di non poco conto, dovuta in parte al disorientamento politico seguito alle sconfitte militari della Serenissima a Candia e in Morea, cosicché intere classi sociali che avevano fornito i quadri dell'amministrazione e della marina, a un tratto persero la loro ragion d'essere. Dall'altra parte, il diffondersi del gioco d'azzardo, è indice dell'incapacità del governo di spingere quelle classi agiate alla conversione dell'attività, incentivando gli investimenti e le migliorie agricole nell'entroterra veneto. Questo mancò, e l'intraprendente nobiltà marinara, si trasformò in nobiltà parassita del latifondo, chiusa in ville splendide ma improduttive se non a livello di sussistenza. Ed ecco quindi il sedicente Conte Eugenio, assiduo della casa da gioco, personaggio che ricorda quei Barnabotti che poco onore rendevano a Venezia, ovvero i nobili rovinati dal gioco, che prendevano il nome dal Campo di San Barnaba, dove dimoravano.
Faccendiere dello spettacolo, al servizio imparziale di tutti, è l'agile Trappola, (un ispirato Alessandro Scaretti), servitore smaliziato, mutuato sullo Scapino di Molière, che resta, con ragione, l'autore di riferimento per il teatro europeo dell'epoca.
E poi, la grazia femminile di Vittoria, Lisaura e Placida, rispettivamente Maria Angela Robustelli, Giulia Rupi e Carla Ferrero, incantevoli negli abiti degli settecento veneziano, equamente divise fra civetteria e pudicizia.
Sullo sfondo, la Venezia dei giorni di carnevale, descritta dal memorialista De Brosses come uno sfavillante teatro a cielo aperto, scintillante delle splendide luci di una Serenissima ormai in piena decadenza politica, non più padrona dell'Adriatico.
Una commedia leggera, ma a tratti pungente, come una veduta del Guardi. Goldoni non ha la stoffa del drammaturgo; è infatti un buon commediografo e un discreto osservatore, che però resta in superficie, mai arrivando a ragionare sulle problematiche e le disfunzioni della società dei suoi tempi. I testi di Goldoni hanno i limiti del bozzetto, attenti, cioè, soltanto al carattere e ai costumi. Non alla coscienza. Tuttavia, dimostrandosi buon osservatore, Goldoni esprime amarezza per la decadenza che attanaglia la Serenissima e la sua storia quasi millenaria. Un declino fastoso, in un certo senso commovente nell'eroico sforzo di mascherare con le luci del piacere, la perdita del potere politico sull'Adriatico e in Oriente.
Scaparro confeziona una regia discreta, che asseconda il dipanarsi della trama, fra le meno briose di Goldoni, il quale, per questa volta, indugia su considerazioni fra l'amaro e il nostalgico, non tralasciando di moraleggiare contro l'imbolsimento dello spirito dei veneziani. La vena comica, pur non mancando momenti godibili, resta necessariamente in ombra, rispetto ad altre commedie dell'autore, vocate al teatro di maschera.
Suggestiva la scenografia, che riproduce una piazzetta veneziana sulla quale si affacciano la bisca, la locanda e la bottega del caffè. Per i toni in chiaroscuro molto vicina per atmosfera alla Venezia ricostruita da Mauro Bolognini nella pellicola Le avventure di Giacomo Casanova (1977).
In retrospettiva, solitamente del teatro goldoniano poco resta che possa prestarsi a raccontare la società contemporanea, eppure ne La bottega del caffè, ci s'imbatte con amarezza - forse maggiore di quella dell'autore -, nella piaga del gioco d'azzardo, che ai nostri giorni affligge i ceti più deboli. Così come, ancora attuale, quell'insano gusto per il pettegolezzo, che ancora alligna nella società televisiva dei salotti dei talk-show.

Niccolò Lucarelli

Intramontabile, fresca, moderna, briosa e incisiva La bottega del caffè è una divertente e conosciutissima commedia di sconcertante attualità scritta in lingua italiana dall'acuta, perspicace e prolifica penna di Carlo Goldoni (Venezia 1707 – Parigi 1793) - commediografo noto per la riforma operata nella commedia dell'arte - che nel felice e produttivo anno teatrale che va dal carnevale 1750 a quello del 1751 produce ben 16 fortunatissime commedie per onorare l'impegno assunto con la Compagnia di Girolamo Medebach, direttore del Teatro S. Angelo.

L'opera, che aveva una precedente versione (in dialetto e con alcune maschere dell'arte) andata perduta, è ambientata in un delizioso campiello della città lagunare dove la vita diversamente da oggi scorre vivace grazie alla presenza di numerose botteghe tra cui troneggia per la capacità di coagulare intorno a sé più persone quella del caffè (divenuto locale simbolo delle idee liberali e della diffusione della cultura) affollata dai clienti del barbiere e da quelli di una bisca, naturalmente clandestina, che soddisfa quell'attrazione al gioco connaturata ab immemorabili nei geni di tutte le classi sociali veneziane non formate a un sano e proficuo utilizzo dei redditi: i poveri giocavano sotto la colonna del leone di Piazzetta San Marco e i ricchi, invece, potevano scegliere tra i vari casini in cui ferveva la vita di società.

In questo microcosmo in cui si respira un'aura di decadenza della Serenissima, ormai dimentica dei suoi fasti, si dipanano varie vite che casualmente si aggrovigliano complici anche il periodo di carnevale con il suo carico di significati per Venezia e alcuni personaggi nullafacenti e presuntuosi come il pettegolo, maldicente e micragnoso don Marzio che, pur osservando con pregiudizio e ottusità fatti lontani, mostra tra le righe spiragli di un'apertura verso l'Europa e nostalgia per quella Napoli che Goldoni non ha mai conosciuto.

Se la figurina di don Marzio assurge a emblema dell'eterna tendenza dell'uomo a non guardare se stesso, a passare il proprio tempo a raccogliere chiacchiericci per costruire la realtà secondo il proprio uzzolo e a seminare zizzania rappresentando l'eterno e onnipresente esemplare di un'umanità ignorante e meschina - oggi dilatata in maniera esponenziale da una tendenza elefantiaca al gossip esaltato da nuove, moderne e sofisticate tecnologie dei mezzi di 'comunicazione' (termine che a volte risulta ironico) - è anche vero che il caffettiere Ridolfo, che propone la bevanda di moda dal sapore misterioso ed esotico da poco importata in Europa, rappresenta il suo alter ego in positivo per la disinteressata filantropia e adombra tra le righe lo stesso Goldoni consapevole dei rischi che si corrono camminando sul bordo della palude della maldicenza di cui le prime vittime sono le donne che all'epoca iniziano quel percorso verso una dignità, calpestata spesso anche ai nostri giorni.

La spontaneità con cui sorgono riflessioni e pensieri è legata alla convincente interpretazione -accompagnata da una piacevole musica - di tutti gli attori che forniscono uno spaccato vivace e incisivo di vizi e virtù di una società che come l'odierna è più legata all'apparire che all'essere. Straordinarie le interpretazioni di Vittorio Viviani nei panni di un misurato Ridolfo, saggio caffettiere ancorché attento al guadagno e impegnato nel tenere a freno le intemperanze del suo garzone Trappola, un equilibrato Alessandro Scaretti.
Una pièce da non perdere non solo perché esalta le virtù del caffè, tra le bevande corroboranti più diffuse al mondo, ma per la capacità di pennellare una società incorreggibile nei secoli.
(Sovratitoli in inglese per favorirne la visione agli stranieri)

Wanda Castenuovo

Ultima modifica il Venerdì, 27 Novembre 2015 22:37

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