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BOTTEGA DEL CAFFE' (LA) - regia Ferdinando Bruni e Elio De Capitani

La bottega del caffè La bottega del caffè Luca Toracca. Regia Ferdinando Bruni e Elio De Capitani

di Rainer Werner Fassbinder da Goldoni
traduzione di Ferdinando Bruni
uno spettacolo di Ferdinando Bruni e Elio De Capitani
con Elio De Capitani, Alessandro Genovesi, Nicola Russo, Gabriele Calindri, Fabiano Fantini, Luca Toracca, Corinna Agustoni, Marina Remi, Cristina Crippa
scene e costumi di Carlo Sala
luci di Nando Frigerio, suono di Jean-Christophe Potvin
Milano, Teatro dell’Elfo e poi Pavia fino al 22 gennaio 2007

Il Giornale, 16 gennaio 2007

Venezia affonda tra ruffiani e cupi perdigiorno

Tra i capolavori di Carlo Goldoni pochi testi come La bottega del caffè godono tra i teatranti di una popolarità che spesso traligna in un'impressionante prodigalità di allestimenti. Dall'edizione del compianto Edmo Fenoglio con l'incomparabile Buazzelli (oggi restituitaci nella versione televisiva recuperata da RaiSat in occasione del tricentenario) fino alle versioni di Missiroli e, più di recente, alla rilettura in chiave di tangheide di Luca De Fusco, la sorprendente saga del pettegolo Don Marzio e degli esagitati scambi di persona sul palco improvvisato della mescita di Ridolfo, a ridosso della sala da gioco di Pandolfo, continua ad attrarre l'attenzione di noi contemporanei.
Tanto che persino Fassbinder a fine anni sessanta ne congegnò un revival ad esclusivo suo uso e consumo, reperibile in una registrazione televisiva che lo vide protagonista accanto alla Lisaura dell'incantevole Hanna Schygulla. In Italia il milanese Teatro dell'Elfo ne fece negli anni scorsi la sua bandiera grazie a un allestimento tutto giocato sulla fragile equivalenza acqua infida-terraferma instabile che ricalcava da vicino la scenografia originale prevista a suo tempo da Fassbinder. È un'edizione, quella di De Capitani e Bruni, particolarmente felice che viene gioiosamente riproposta dopo il nuovo collaudo avvenuto alla Biennale di Venezia. Nella quale, con giocosa immediatezza non esente da caute strizzatine d'occhio e colpi gobbi sferrati, ma con grazia, allo spettatore troppo spesso di memoria corta, il mondo variegato e più nero di quel che appare da una lettura superficiale del copione originario ci viene restituito, medium la discesa agli inferi di un autore maledetto come Fassbinder, nella sua immedicabile solitudine. Con la Placida di Cristina Crippa che, per riappropriarsi dello sparuto e spaurito Flaminio alias conte Leandro dello spiritato Gabriele Calindri che sembra uscito da una pagina di Balzac, si traveste da marinaretto nell'immacolata divisa dei seguaci di Querelle e col Ridolfo di Elio De Capitani che accentua, nel voluto grottesco del trucco allucinante e scoperto di un furfante da romanzo picaresco, il debito contratto dall'adattatore nei confronti del proprio mondo espressivo. Dove, occorrerà ricordarlo, tutto si uniforma al Diritto del più forte. Ed ogni membro dell'eletta società formata da ruffiani e perdigiorno si muove e si celebra all'ombra del bordello. Chiuso, a destra come a sinistra, dalle cupe paratie di una Venezia che affonda.

Enrico Groppali

Ultima modifica il Mercoledì, 07 Agosto 2013 12:07

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