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BERRETTO A SONAGLI (IL) - regia Giuseppe Dipasquale

Il berretto a sonagli Il berretto a sonagli Regia Giuseppe Dipasquale

di Luigi Pirandello
regia Giuseppe Dipasquale
con: Pino Caruso, Magda Mercatali, Loredana Solfizi, Dely De Majo, Giovanni Guardiano, Emanuela Muni, Enzo Gambino, Giada Colonna
scene Antonio Fiorentino, costumi Elena Mannini
musiche Gustav Mahler, luci Franco Buzzanca
Produzione Teatro Stabile di Catania e Teatro Biondo Stabile di Palermo
13 gennaio 2011 Teatro Garibaldi, Enna

www.Sipario.it, 7 marzo 2011

Dire che misurarsi con i grandi classici è impresa ardua, potrebbe sembrare luogo comune abbastanza scontato, ma quando il testo in questione è stato cavallo di battaglia di attori che, per statura artistica, hanno fatto la storia del nostro teatro, diventa un necessario punto di partenza.

Il testo, "nata e non fatta", come ebbe a dire Pirandello stesso, alludendo all'urgenza con cui il testo sembrava essersi versato sui fogli in soli sette giorni, fu rappresentata nel 1916 da Angelo Musco. Già dal rapporto travagliato fra i due ricaviamo come il personaggio di Ciampa riverbera in teatro il cuore della drammaturgia pirandelliana, scissa tra realtà ed estraniazione, fra verità e menzogna, volto e maschera, tra l'essere ed il dover essere, apparenza e realtà, tra ciò che appare ed il vero.

E il rapporto tra la scrittura e la sua interpretazione è il punctum da cui da staccare una riflessione su una regia, quella di Dipasquale, direttore dello Stabile di Catania, che, nulla aggiunge e nulla toglie, se non il merito di avere ravvisato in Pino Caruso una sostanza antropologica che bene intercetta gli umori, la verità, la dialettica, certe illuminanti interiorità dell'umorismo del drammaturgo agrigentino, offrendo una interpretazione capace di misurarsi con i grandi interpreti che hanno fatto di Ciampa un personaggio senza tempo.

Eroe alla rovescia del doloroso gioco delle parti pirandelliano, titanico, strambo, sofista fino al paradosso, a Musco, suo primo interprete, fu difficile restituire quello scavo interiore, richiesti dalla compresenza di diversi stati interiori, mentali e filosofici, più incline come era agli aspetti farseschi e grottesco-caricaturali. Così Pirandello assunse un ruolo di tipo registico, indicando aspetti precisi della caratterizzazione del protagonista: "Gesti, andatura, modo di parlare pazzeschi" e sul finale suggeriva una "comicità indiavolata". Impulsivo, frenetico, selvaggio, il Ciampa di Musco, oscuro, sanguigno, ribollente, quello di Giovanni Grasso, bollato come "troppo primitivo e bestiale", definito da Silvio D'Amico "orgiastico".

Con Eduardo De Filippo che la mise in scena nel '36 in dialetto napoletano, il personaggio pirandelliano prende una possenza umana tragica, sconcertante, profondamente seria; Carlo Terron suggella la sua arte come "decantata, limpida e pura da apparire indifesa", forse troppo per un "dramma che grida".

Memorabili le interpretazioni di Randone nel suo stile essenziale, lucidamente ironico, e di Stoppa, diretto da Luigi Squarzina che fa di Ciampa un uomo lucido, razionale che sfida il dolore faccia a faccia.

Ora Caruso imprime al personaggio, così stratificato e complesso, una recitazione moderna, frutto di una naturalezza semplice e spontanea. Tenerezza, scontrosità, indolenza, scetticismo, mezze verità e mezze bugie, detto e non detto, ambiguità: sono tutti i registri che l'attore è in grado di concertare variando i moti dell'animo e rivelando una straziante sensibilità di attore. Attraverso una schiettezza spicciola e vera, Pino Caruso studia un personaggio fatto di delicatezze e di sfumature rassegnate, addomesticato, ferito, mite, quasi dolce, fortemente dimesso, racconta pacato la sua sofferta verità, allusivo più che dialettico, nel suo ragionare una tensione etica, filosofica, psichica, che, con un sorriso e un velo di malinconia, giunge alla follia.

Caruso avvicina il personaggio a quell'essere "dimissionario", quale Ciampa era apparso a Sciascia, un uomo rinunciatario, inerte, rassegnato, quotidiano anche nella sua rassegnazione, un uomo che ha capito il gioco e che ha deciso di tenersi addosso le sue maschere, consapevole di portarle.

In ombra rimangono gli altri interpreti, le scelte musicali e gli allestimenti scenografici di Antonio Fiorentino che non assolvono del tutto il compito di rappresentare le molteplici sfaccettature del relativismo pirandelliano.

Filippa Ilardo

Ultima modifica il Mercoledì, 07 Agosto 2013 12:08

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