martedì, 12 dicembre, 2017
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BULL - regia Fabio Cherstich

"Bull", regia Fabio Cherstich "Bull", regia Fabio Cherstich

di Mike Bartlett

traduzione Jacopo Gassmann

con Linda Gennari, Pietro Micci, Andrea Narsi, Alessandro Quattro

regia e spazio scenico Fabio Cherstich

consulenza drammaturgia Vincenzo Latronico

Produzione Teatro Franco Parenti
al Teatro Franco Parenti di Milano dal 19 aprile al 7 maggio 2017

www.Sipario.it, 1 maggio 2017

COLLEGHI SERPENTI
Ci si siede ai quattro lati di una specie di ring dal pavimento bianco, dotato agli angoli di supporti in ferro che non si prolugano per tutta la lunghezza di ciascun lato dando la sensazione delle corde di un vero ring, ma si limitano a rinforzare quasi fossero rostri le quattro cuspidi del quadrato – luoghi anche di appoggio per gli attori nel gioco quasi coreografico che essi giostreranno per un'ora buona.

Se il ring fosse un tavolo, le quattro file di spettatori seduti ai lati risulterebbero essere i commensali di una festa conviviale, tanto si sta vicini e ci si scruta da una fila all'altra. Ma una festa non sarà, e lo capiamo subito all'accensione degli abbacinanti tubi a led, bianchissimi, che illividiscono lo spazio e gli incarnati dei due attori appena entrati in scena: Thomas (Andrea Narsi), un tipo grassoccio con occhiali, un sospetto di forfora sui capelli fini e mossi; Isabel (Linda Gennari), statuaria minigonnesca tiratissima longilinea manager in tacchi a spillo. Lui non parla, bofonchia, tira su con il naso, si aggiusta sempre qualcosa addosso, sbuffa, scuote la testa come ad assecondare un tremito nervoso sempre sul punto di trasformarsi in tic, guarda perennemente in basso, come a cercare nel vuoto di quel bianco che satura il pavimento e lo spazio un filo, un dettaglio, un conto che non torna.

E che i conti non tornano lo si capisce man mano che il dialogo si accende, o meglio si arma, mentre l'alzo del tiro viene a coincidere con lo zero e zero è anche il livello cui si tenderà a ridurre per tutto il tempo della pièce il valore professionale e umano del manager grassoccio, oggetto del fuoco di fila aperto dalla donna; siamo in un luogo astratto (anche se è chiaro il rimando ad un ufficio) in cui sta per attuarsi un regolamento di conti tra colleghi, in attesa dell'ispezione che il capo sta per intraprendere allo scopo di tagliare i "rami secchi" nel team di lavoro.
Team completato poco dopo da Tony (Pietro Micci), versione maschile della donna-serpente appena vista all'opera. Ed è subito chiaro il gioco imposto dai due fisicamente più prestanti personaggi nei riguardi del terzo: attacco verbale continuato, portato in alternanza dall'uno e dall'altro, perfidissimo, tendente a distruggere dapprima solo l'immagine fisica, l'abito, la professionalità, e poi anche la vita privata di Thomas, la Vittima con la maiuscola, la "cimice da schiacciare".

Più che un ring, lo spazio comincia a suggerire adesso un luogo d'interrogatorio duro, una sala di tortura, dove sono mantenute solo per formalità di gioco sociale le convenienze, e dove lo scontro fisico incombe, e si fa quasi desiderare - ché potrebbe interrompere pur con l'illusoria chiarezza della violenza esplicita la demolizione progressiva del povero Thomas. Ma sala di tortura non diventa mai nel senso letterale, e questo è forse il motivo per cui tutta la vicenda diventa via via più intollerabile: perché la sala interrogatori poniamo di una Villa Triste, o il Garage Olimpo di cilena memoria, sappiamo essere qualcosa contro cui le società occidentali sono, almeno speriamo, ora vaccinate, ma quella configurazione relazionale, per quanto resa iperrealisticamente, ci pare ora estremamente possibile nel nostro mondo, in un qualsivoglia ambiente di lavoro.

Il Capo (Alessandro Quattro), che entra in scena a circa metà spettacolo, non farà che avallare la versione persecutoria dei due complici, mirante a far perdere il lavoro a Thomas. Sentiamo che la caduta è inesorabile, forse lo abbiamo capito fin dal suo ingresso in scena; tuttavia alcuni guizzi di Thomas paiono in certi momenti volgere la lotta a suo favore.
Sono momenti di passaggio risolti sempre con un rafforzamento di complicità della coppia, la quale passa in rassegna tutti i must dell'odierna retorica della potenza e del successo: gli addominali scolpiti di lui, l'aperitivo del giovedi con un gruppo selezionato di colleghi, la vigoria fisica della donna. Il gioco procede inesorabilmente verso il prevedibile finale, senonché, come a coagulare in un segno forte, teatrale, il flusso verbale dei tre, ecco giungere un'immagine potente. E' quando l'esito delle lotta vede Thomas fnalmente licenziato dal capo: da quel momento in poi vediamo compiersi il rito dello spolpamento del cadavere. Il quale non può essere sepolto con l'onore delle armi, ma deve essere ulteriormente dissacrato. Così l'abbraccio ipocrita che il team manager offre allo sconfitto, "come fanno in quel programma televisivo dove il perdente viene abbracciato dal vincitore del gioco", diventa una lancinante scena dove gli opposti sembrano toccarsi e il Carnefice appare per un momento nelle vesti di Consolatore, mentre la Vittima può abbandonarsi senza remore a un pianto che delinea una Sindrome di Stoccolma ancora più perversa.

Ma non è finita: il lungo dialogo finale, quasi un monologo, vede la donna procedere al definitivo annichilamento dell'ex collega, quando la sentiamo infierire delineando il fallimento anche familiare di Thomas (della cui vita privata la donna sembra sapere tutto) - ed evocando in aggiunta lo spettro di una probabile miseria - e lo fa portando un ultimo colpo, definitivo: al Thomas dichiaratamente astemio, che in seguito a un tentativo di aggressione fisica ai danni della donna (decisamente liberatorio per lo spettatore) cade rovinosamente ai suoi piedi, "perché io faccio un corso di autodifesa personale", lei offre come regalo d'addio, da parte di tutto lo staff, una bottiglia di whisky "che tu non bevi lo so; ma da adesso in poi, chissà, forse potrai anche cominciare a bere...".

I quattro attori riescono a delineare con efficacia i tratti salienti dei loro personaggi con un lavoro fisico precisissimo: i vincenti stanno eretti sul povero Thomas come cobra pronti a colpire, si inarcano all'indietro quasi, per effetto di questa disposizione, ma Andrea Narsi, che impersona lo sconfitto, offre un vero capolavoro di interpretazione: spesso muto, ne delinea con forza, senza troppo facili caratterizzazioni, prima il disagio e poi, via via, la disperazione impotente.

Franco Acquaviva

Ultima modifica il Martedì, 02 Maggio 2017 08:28

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