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BEATITUDINE (LA) - regia Licia Lanera

"La beatitudine", regia Licia Lanera "La beatitudine", regia Licia Lanera

di Licia Lanera e Riccardo Spagnulo

drammaturgia Riccardo Spagnulo 

con Giandomenico Cupaiuolo, Mino Decataldo, Danilo Giuva, Licia Lanera, Lucia Zotti

regia e spazio scenico Licia Lanera

luci Vincent Longuemare 
assistente alla regia Ilaria Martinelli

produzione Fibre Parallele  

coproduzione Festival delle Colline Torinesi, CO&MA Costing e Management e con il sostegno di Consorzio Teatri di Bari - Nuovo teatro Abeliano

Teatro Franco Parenti, Milano, dal 6 al 18 dicembre 2016

www.Sipario.it, 20 dicembre 2016

Dalla disperazione alla felicità: andata e ritorno

L'atmosfera intimistica della Sala 3 del Teatro Franco Parenti ci accoglie. Tre uomini e due donne camminano inquietamente in uno spazio nero con un fondale rosso mentre il pubblico prende posto. Le luci si abbassano, una donna intona un monologo, in crescendo, su un sogno terribile che l'ha turbata, su un aborto. È così che inizia "La beatitudine" spettacolo nato da un'idea di Licia Lanera, anche attrice in questo spettacolo, e da Riccardo Spagnuolo che poi ha reso l'idea in drammaturgia. La storia, o meglio, le storie sono quelle di due famiglie infelici. In una, una coppia di giovani, che non si amano più, tenta, con esito negativo, di compensare la mancanza di un figlio, educando un bambolotto di plastica come se fosse in carne ed ossa. Nell'altra, un figlio sfortunato è costretto a una sedia a rotelle che diventa l'oggetto "malato" che lo lega a una madre anziana opprimente e fagocitatrice. Due storie che procedono indipendentemente l'una dall'altra fino ad un incrocio pericoloso in cui la "madre" del bambolotto si innamora del ragazzo invalido e il suo compagno trova un'improvvisa consolazione nell'anziana. Sono fughe dalla disperazione verso la beatitudine, destinate ad un finale crudo che riporta alla dura realtà tutti i personaggi.
Fin qui nulla di nuovo. E se dovessimo giudicare quanto sopra scritto, ci troveremmo di fronte ad un'analisi, dal punto di vista drammaturgico, sul solito spettacolo sociologico intorno alle fragilità, alle sofferenze ma soprattutto alle dinamiche perverse di cui protagonista è la Famiglia. In realtà, la drammaturgia iniziale dello spettacolo, monologo a parte, confermerebbe questa ipotesi critica, facendoci intravedere, nella storia, il rischio atteso, non certo stimolante, di cadere nei luoghi comuni già troppe volte sentiti da altre parti. Se fosse così, ma non lo è, o più precisamente, non è solo così. Perché, poi, assistiamo a tre monologhi (che riprendono il pathos di quello iniziale) che ci fanno ricredere. Il primo monologo è quello del figlio sulla sedia a rotelle. Il suo è un inno alla bellezza, alla continua ricerca di un piacere estetico che sappia renderci vivi, che riaccenda i sensi, che ci avvicini, appunto, alla beatitudine della vita. Il secondo è quello del giovane "padre" del bambolotto che si consegna definitivamente all'amarezza della vita, esprimendo un dubbio finale sulla profezia ricevuta da un mago. Il terzo poi, è quello della madre anziana che sogna un'elevazione eterea dello spirito al di sopra di tutte le cose terrene. Tre monologhi che sono un pugno nello stomaco, che ci commuovono, che sono la vera beatitudine di tutto lo spettacolo e che si aggiungono a un monologo finale, più pacato ma non meno efficace, sull'accettazione della realtà e della sua sofferenza. Gli attori aggiungono intensità emotiva alle parole. Giandomenico Cupaiolo, Mino Decataldo, Danilo Giuva, Licia Lanera, Lucia Zotti sono davvero bravi. Licia Lanera è anche la regista. La sua idea dello spazio scenico è originale (bella la scritta luminosa "La beatitudine" sul fondale rosso che contrasta il colore nero e cupo dello spazio), riuscendo a mettere in scena due storie che vivono l'una accanto all'altra nella vicinanza fisica degli attori. La scelta delle luci, ben governate da Vincent Longuemare, aggiunge poesia a quella che già c'è. La musica stupenda dei Sigur Ros fa il resto. C'è la verità delle emozioni in questo spettacolo. È Teatro. Da vedere.

Andrea Pietrantoni

Ultima modifica il Mercoledì, 28 Dicembre 2016 09:14

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