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AMLETO - regia Ninni Bruschetta

Giovanni Boncoddo e Maurizio Puglisi in "Amleto", regia Ninni Bruschetta Giovanni Boncoddo e Maurizio Puglisi in "Amleto", regia Ninni Bruschetta

di Shakespeare nella traduzione di Alessandro Serpieri
Regia di Ninni Bruschetta
con Angelo Campolo, Giovanni Boncoddo e Maurizio Puglisi
Messina, Teatro Mandanici di Barcellona P.G.

www.Sipario.it, 12 aprile 2015

Se chiedete ad un gruppo di persone - statisticamente significativo - bianche di arte e teatro qual è il dipinto e il lavoro teatrale che più ricordano, quasi certamente risponderanno la Monna Lisa di Leonardo e L'Amleto di Shakespeare. Un fenomeno che riguarda l'invadenza dei mass-media nelle teste delle popolazioni da far parte ormai parte del loro immaginario collettivo. E se chiedete ad un regista e ad un attore qual è l'opera che vorrebbero mettere in scena e interpretarne il personaggio del titolo quasi sicuramente vi risponderanno che è l'Amleto il loro frutto proibito. Un'opera che lo stesso Ninni Bruschetta voleva cavalcare una quindicina d'anni fa, poi fallita, e che adesso, finalmente, grazie alla convergenza favorevole di astri e singoli individui, ha potuto realizzare curando un'efficace edizione del bel tenebroso di Elsinore, nel ri-nato Teatro Mandanici di Barcellona P.G., utilizzando la chiara, limpida, intrigante e contemporanea traduzione di Alessandro Serpieri, cui invero ha attinto Gabriele Lavia e compagni (Falk,Orsini, Guerritore) nell'edizione di Taormina Arte del 1984. Credo che l'Amleto sia una piccola enciclopedia dei sentimenti, in grado di far viaggiare lo spettatore (ma anche il lettore se pensa soltanto di leggere il testo) per mondi neuronali i più reconditi. A primo acchito trattasi d'un regolamento di conti tra Amleto e lo zio Claudio che gli ha ucciso il padre re di Danimarca e preso la madre Gertrude. Poi diventa invece una sofisticata "trappola per topi" che Amleto architetta nei confronti dei colpevoli. Tuttavia Amleto non può agire come un piccolo 'ndranghitista che dà inizio ad una faida infinita. Lui è colto, raffinato nei modi e nei comportamenti. Giocherella a fare il ganzo con Ofelia dicendo di averla amata dopo che costei s'è suicidata annegandosi in un fiume, ma in realtà non gliene frega niente di lei e quel "vai in convento...vai convento..." enunciato qui da Angelo Campolo nei suoi oscuri panni, senza fare il verso a Carmelo Bene, è abbastanza esplicativo. Amleto ha capito che il padre è stato ucciso. E' la sua coscienza a dirglielo. L'escamotage dell'apparizione dello spettro del padre che gli dice come-quando-dove-perché suo fratello Claudio gli ha provocato la morte è solo una conferma dei suoi sospetti. Da qui in avanti Amleto ha in mano una scala reale in grado di vincere qualunque poker può avere lo zio usurpatore. Agirà come un Pirandello ante-litteram utilizzando l'escamotage del teatro nel teatro o come un Freud anticipatore delle dottrine psicanalitiche, osservando le reazioni dello zio allorquando i comici chiamati a corte rappresenteranno l'Assassinio di Gonzago, una pantomima che aprirà le danze d'una carneficina che vedrà Polonio infilzato da Amleto che a sua volta poi perirà insieme a Laerte, Gertrude, Claudio. E' un Amleto con molto sound quello di Bruschetta grazie ai due musici, Tony Canto alla chitarra e Gianluca Scorziello alle percussioni, che sono andati avanti per quasi tre ore senza intervallo e il cui inizio, quasi per non-udenti era siglato dal gesticolare di Riccardo Morganti che a suo modo mimava il noto monologo dell'essere o non essere sottotitolato in alto sul proscenio e da una marcia militare in fondo all'ampio palco del teatro in stile Full Metal Jacket di Stanley Kubrick. Poi a differenza d'una bella "tirata" in un pomeriggio di prove al Vittorio Emanuele di Messina (che lo accomuna al Mandanici di Barcellona per avere una lunga distanza tra palco e prime poltrone e una pessima acustica) forse per l'emozione che può giocare una "prima", forse pure per una carenza dei due microfoni laterali, le voci dei 18 protagonisti non giungevano chiare al pubblico: un inconveniente che verrà certamente risolto nelle prossime repliche di Taormina e di Messina. Angelo Campolo che veste i panni di Amleto a 31 anni, in media con alcuni grandi come Laurence Olivier che lo aveva intepretato nel 1937 quando aveva 30 anni, Vittorio Gassman nel 1954 a 32 anni, Carmelo Bene nel 1962 a 25 anni, Kim Rossi Stuart nel 1998 a 29 anni, padroneggia il personaggio, marcando dubbi e vuoti esistenziali, perseguendo con ironico ardore i suoi intenti di pura e giusta vendetta. Gli è accanto una coppia che si muove al ritmo di rock, raffigurata dalla Gertrude di Maria Sole Mansutti e dal Claudio di Emmanuele Aita. Antonio Alveario con farfallino al collo si fa ammirare per aver dato al suo Polonio toni di saccenteria ironica; Celeste Gugliandolo è un'Ofelia con minigonna da discoteca non tanto sottomessa al padre, piuttosto intenta più a cantare che a fare la calza. Il trio Francesco Natoli (Orazio), Ivan Bertolami (Laerte), Alessandro Lui (Fortebraccio) è stato molto applaudito non solo perché originario di Barcellona. I fratelli Delfino, Dario e Diego, erano perfettamente sincronizzati nei ruoli di Rosencrantz e Guildenstern o viceversa. Una chicca per Maurizio Puglisi è stata quella di vestire i panni del becchino odorando per un po' le tavole del palcoscenico e non i tavoli di presidente del Vittorio Emanuele e pure per Giovanni Boncoddo negli abiti dello spettro è stato un modo per ritornare al Teatro che conta. Si facevano notare l'attrice-regina Fabrizia Salibra, il soldato Bernardo di Stefano Cutrupi, il Francisco di Michele Falica, il Marcello di Simone Corso e il prete di Luca D'Arrigo. I costumi contemporanei erano di Cinzia Preitano e la bella scena riproducente il gioco del tris sospeso in alto e una pedana bicolore era di Mariella Bellantone. Il simpatico manifesto dello spettacolo è opera del compianto attore Donato (pupetto) Castellaneta.

Gigi Giacobbe

Ultima modifica il Lunedì, 13 Aprile 2015 18:20

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