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ALTRO FIGLIO (L'), ROSARIO (IL) - regia Giuseppe Dipasquale

L'altro figlio L'altro figlio Giuseppe Dipasquale

di L. Pirandello
Regia e impianto scenico di Giuseppe Dipasquale
Costumi di Elena Mannini, Musiche di Massimiliano Pace, Luci di Franco Buzzanca

Con Ida Carrara, Vitalba Andrea, Debora Bernardi, Angelo Tosto, Filippo Brazzaventre, Alessandra Palladino, Marcello Perracchio, Matilde Piana, Franco Sciacca, Concita Vasquez, Manuela Ventura, Giorgia Torrisi
Prod. Teatro Stabile di Catania. Stagione 2007-2008 (in tournée primaverile)

Sipario, 28 gennaio 2008

Il dittico “Il Rosario” (1899) e “L’altro figlio” (1923), che ha dato il via alle produzioni autoctone dello Stabile di Catania, s’è di fatto trasformato in un “unicum” di drammaturgia classico-contemporanea, grazie alla attenta regia di Giuseppe Dipasquale. Il quale, esulando dall’elemento epocale, e da ogni altra coloritura di ambienti “nerovestiti”, sembra abbia mirato alla centralità tematica dei due testi. Che è il tema, poco, esplorato del matriarcato mediterraneo e non solo. Due scrittori dissimili per generazione, stile e tanto altro, vengono accomunati, e metodicamente enucleati, sulla scorta di un intuito, di un comune denominatore: quello della maternità negata o rinnegata per “necessità” di decoro, perbenismo, “ignoranza” del perdono, in una sostanziale porzione d’inferno che, proprio in quanto tale, ha le lignee sembianze scenografiche di pannelli e pareti mobili a cura dello stesso regista, e con funzioni polivalenti.

Mai invasiva o declamata, la modernità dell’operazione sembra andare a sostanziarsi nella “ostinazione” di un delirio di possesso (o rinnegamento), che ha per “oggetto” non certo la cura del figlio, o dei figli, piuttosto il dominio sui loro pensieri, gesti, (pretesa di) libere scelte che decapitano la logica e la gerarchia della tirannide domestica, ammantata di odioso vittimismo quando viene ad essa negato il potere di nuocere. Ecco allora il realismo fare a meno del naturalismo, la “sorgività” dell’ambiente depurarsi del pittoresco in frammenti di immota straneazione che, rinunciando ai cuori palpitanti di insulso verismo, afferrano caparbiamente il bisturi (quasi-brechtiano) di un’attoralità raziocinante e raggelata.

In tal senso la Baronessa di Sommatino e la Maragrazia della campagna girgentina non possono non essere due erinni speculari, perniciose, implacabili. E, soprattutto, facinorose, quando il loro “negarsi” e arroccarsi, in luttuose caparbietà, innescano di fatto il “redde rationem” di sangue e lavacro. Sempre in nome di una dignità, di una inflessibilità di costumi che diventa involontaria parodia della tragedia greca, di un definitivo distacco da quel “volere divino” (che annette vita e morte) di cui, miseramente, ci si sente depositari e in esclusività tribale.

La “procreazione” è allora origine di ulteriore, smodato potere che ovviamente trasvola dalla Sicilia dei primi del Novecento alle più attuali, ostinate ricerche di una genitorialità “ad ogni costo” che si sostanzia, oggi, di etica, religione, diritti civili tutti da discutere - ed è bene che il teatro, da mezzo-anziano della comunicazione, se ne faccia indirettamente cassa di risonanza moderna e non dogmatica.

Nella prassi di rigore, professionalità, vigoroso ritegno si illumina l’interpretazione di Ida Carrara, tornata in scena dopo diversi anni dalla scomparsa di Turi Ferro, suo compagno di vita e di lavoro. E, al cui fianco, ci dispiace dover solo elencare la fertile compagine che ne amplifica qualità e percorso d’attrice. Basta la citazione dei già superlativi Angelo Tosto, Matilde Piana, Marcello Per racchio, Vitalba Andrea, Debora Bernardi, Concita Vasquez, Franco Sciacca, Filippo Brazzaventre, Manuela Ventura, Alessandra Palladino? Temo di no.

Angelo Pizzuto

Ultima modifica il Martedì, 23 Luglio 2013 07:25

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