martedì, 11 dicembre, 2018
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ARTE - regia Alba Maria Porto

“Arte”, regia Alba Maria Porto “Arte”, regia Alba Maria Porto

di Yasmin Reza
nuova traduzione di Luca Scarlini
con Mauro Bernardi, Elio D'Alessandro, Christian La Rosa
regia di Alba Maria Porto

produzione di Asterlizze Teatro
Progetto I.T.A.C.A.
Milano, Teatro Fontana il 1-2 ottobre 2018

www.Sipario.it, 5 ottobre 2018

L'Arte arriva al Teatro Fontana!
Vale 200 mila euro e fa ridere il pubblico

Si chiama "Arte" lo spettacolo che ha dato il benvenuto al grigio ottobre al Teatro Fontana. La pièce incarna la penna di Yasmin Reza, con un suo testo datato '94, e sfoggia la regia di Alba Maria Porto. A tingersi di bianco, se così si può dire, non è il mese che la ospita bensì il quadro che ne è protagonista. Una tela candida e immacolata, immatura e vergine, firmata (si fa per dire) da Antrios. Un gioiellino di un metro per un metro e mezzo, dal costo stimato di duecento mila euro. Troppo sensibile per essere incorniciato ma ricco abbastanza da riempire una qualunque parete del modesto soggiorno dell'acquirente Serge (Christian La Rosa), che funge da spazio per quasi tutta la messa in scena. Questa ospita i suoi amici più fidati, Yvan (Mauro Bernardi) e Marc (Elio d'Alessandro), in una geometria triangolare che ne mette in risalto le evidenti spigolosità. Serge, vestito, non a caso, di bianco, difende a spada tratta il suo sudato affare e ne è talmente orgoglioso che aspetta le ultime battute per mostrarlo alla platea. Ciò che conta, per lui, non è quello che si vede rappresentato ma il percorso che ha accompagnato l'opera che muore nel momento in cui diventa figurativa. Serge dà la priorità alla passione, alla vibrazione che gli comunica il vissuto, più che il contenuto, della tela. Insomma: l'arte contemporanea non è per tutti e Serge se n'è fatto una ragione. Anche se nei 'tutti' rientra anche Marc che si staglia, in contrapposizione, vestito di nero. Marc è un ingegnere quindi, per natura, razionale in maniera imprescindibile. "Quella cosa è una merda!", senza giri di parole, e si merita soltanto una grassa risata. Per dimostrare il suo postulato, porta in scena un secondo dipinto (dipinto per davvero!) realista e pieno di colori, dalle forme riconoscibili, che profuma di ispirazione e panorama. Banalmente naturalista per Serge che comincia perfino a intravedere delle linee trasversali sulla sua vela. Sfumature di colore, profondità rilevanti, ombre più o meno importanti della sua arte comprata che l'unica riflessione che può fare è di tutte le lunghezze d'onda dello spettro elettromagnetico. Fino a che punto l'artista può tirarsi indietro, lasciando che sia il pubblico a fornire una sua visione dell'opera? Marc, per esempio, continua a vedere tutto bianco, forse anche a causa delle pillole di ignazia che assume per controllare lo stress. Si potrebbero prendere in prestito le parole di Gian Arturo Ferrari: "(...) Oggetti che dei libri hanno tutte le fattezze, sia fisiche, sia commerciali, sia propriamente libriche (...), ma dei libri non hanno l'anima. (...)"1. L'editore si riferiva ai 'libroidi', da lui battezzati, ma una definizione analoga potrebbe essere coniata per la tela in questione. Cerca di fare da cuscinetto tra questi due pareri contrastanti la modesta figura di Yvan che prende le difese ora di una ora dell'altra parte. La vita di Yvan è contesa, in alternanza, da figure femminili, assenti in scena, "che non lo rendono contento" (Bernardi ha evidentemente recitato un eufemismo): la matrigna, la futura sposa e la sua matrigna. Le uniche linee maschili in cui spera di trovare conforto sono appunto Marc e Serge, suoi futuri testimoni di nozze. E il ciclo ricomincia. Il personaggio di Yvan sembra incarnare la filosofia del 'vivi e lascia vivere', in costante limbo tra le posizioni più nette degli amici le cui ire crescono gradualmente nel tempo. Da un certo punto della scena, l'arte viene messa da parte, scappa dietro le quinte e lascia il posto a vecchi rancori e rospi ingoiati che, seppur colmi di astio, suscitano ilarità nel pubblico. Anche se il finale potrebbe dare adito, in un primo momento, ad un elogio dell'amicizia, con Serge disposto a rinunciare alla tela per Marc, in realtà si rivela essere soltanto un'occasione per nascondere ulteriori scheletri nell'armadio.

1La Repubblica – 1° aprile 2012 – Gian Arturo Ferrari, Nel mondo degli pseudolibri

Giovanni Moreddu

Ultima modifica il Venerdì, 05 Ottobre 2018 18:19

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