martedì, 18 dicembre, 2018
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ANTIGONE - regia Federico Tiezzi

Sandro Lombardi-, Lucrezia Guidone e Massimo Verdastro in "Antigone", regia Federico Tiezzi. Foto Achille Le Pera Sandro Lombardi-, Lucrezia Guidone e Massimo Verdastro in "Antigone", regia Federico Tiezzi. Foto Achille Le Pera

di Sofocle
Traduzione Simone Beta
Adattamento e drammaturgia Sandro Lombardi, Fabrizio Sinisi e Federico Tiezzi
Regia Federico Tiezzi
con Ivan Alovisio, Marco Brinzi, Carla Chiarelli, Lucrezia Guidone, Lorenzo Lavia,
Sandro Lombardi, Francesca Mazza, Annibale Pavone, Federica Rosellini,
Luca Tanganelli, Josafat Vagni, Massimo Verdastro
E con Francesca Benedetti
Scene Gregorio Zurla
Costumi Giovanna Buzzi
Luci Gianni Pollini
Canto e composizione dei cori Francesca Della Monica
Movimenti coreografici Raffaella Giordano
Assistente alla regia: Giovanni Scandella
Produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale e Compagnia Lombardi Tiezzi
Teatro Argentina di Roma, dal 2 al 25 marzo 2018
In aprile lo spettacolo (in ripresa la prossima stagione) sarà in tournée a Bologna,
Modena, Vignola, Ferrara in date da definirsi

www.Sipario.it, 12 marzo 2018

L'eterno ritorno di Antigone - L'opera sofoclea rivisitata da Federico Tiezzi

(Se) Accade ora, accade sempre... -intuiva Pirandello. Ma, per chi crede alla ciclicità  dell' 'eterno  ritorno' (la più geniale delle teorie di Nietzsche a cui cui lo stoicismo anti-epico di questa "Antogone" mi pare attinga) è ineluttabile che tutto "accadrà" anche in futuro, secondo una nozione spazio-tempo che passa dalla (tradizionale) scansione 'rettilinea' a quella  di una circolarità cui (per corollario, per effetto collaterale) rischia di aderire un pernicioso pre-concetto di ineluttabilità su cui  la tragedia, la cultura greca fondavano gran parte delle loro (fortissime) radici. Va da sé che disertare sui 'massimi sistemi' ci porterebbe ad una capziosità ossessiva ben lontana dalla sintesi critica di un' "Antigone" sofoclea che, nella rilettura di Federico Tiezzi, affascinante ed inusitata, merita ben diversa attenzione e (minime) confutazioni concettuali. Dando per acquisita la legittima, icastica, non arbitraria 'impaginazione\ambientazione' assegnata allo spettacolo dalla impeccabile triade di scenografie (Gregorio Zurla), costumi (Giovanna Buzzi) e luci (Gianni Pollini) evocanti una dimensione gelidamente futuribile, indefinita, post- apocalittica, consanguinea di tante (squisite) ipotesi di fantascienza -ex sovietica- che va dai fratelli Strugackij  ad Isaac Asimov sino ai più giovani Sergej V. Luk'janenko e Dmitrij A. Gluchovskij. Qui finalmente esplicitati da un intelligente e non esondante utilizzo della computer grafica (codici e canoni di arte astratta 'ruinata' per schegge e macerie) simulanti sismi, cataclismi, sbriciolamento della Polis. Che noi tutti condividiamo, al ferale debutto di un millennio di "passioni tristi", dubbiosi o indifferenti al se "altri ne verranno".
Un forte sentimento costernazione, di ecatombe già accaduta -con la maledizione dell'irreversibile e il conseguente (ri)sentimento dell'astenia (cechoviana?)- asseconda del resto le oltre due ore di rappresentazione sofoclea (necessarie di qualche snellimento e stringatezza), in anteprima nazionale all'Argentina di Roma -a proseguimento di una trilogia dell' "irreparabile" (nostra sensazione) iniziata, da Tiezzi e Lombardi,  con "Caldederon" di Pasolini e proiettata a "La Tempesta" di Shakespeare. Invogliano peraltro il lettore (spettatore) più giovane e accorto a documentarsi su "quanto e come", in materia di progettualità poetico\sperimentale hanno- dagli anni ottanta in poi- immaginato, 'impaginato', realizzato e poi promosso (a livello europeo) i fautori dei Magazzini Criminali (di Scandicci). Se i nomi di Artaud, Genet, Testori, Luzi, Muller, Kassel sollecitassero la 'curiosità' dei superstiti,  e i due cognomi suddetti, insieme alla apicale 'anomalia'  di Marion D'Amburgo invogliassero (alcuni) al minimo approfondimento storicizzante.
Se il dramma consiste, inoltre, nella memoria che di se stesso si rinnova ogni giorno (cognizione del dolore e sua   espiazione:  inscindibili) è bene che "Antigone" non abbia, come non ha (in questo caso), toni alti e solenni, declamazioni tiranniche e strazio di perdite umane già "consumatesi" millenni or sono- dei quali ogni interprete non può che riproporre la quasi dimessa "recitazione\ripetizione" (brechtiana?) di ciò che ha appreso per tradizione orale. Denudando mito e leggenda di quell'alone di sacralità, di accadimenti consumati fra 'l'età dell'oro, del ferro e del bronzo' cui spesso trova appiglio (e suggestione) la reviviscenza  convenzionale di ciò che,  per farla breve, definiamo Dramma Antico.
Dramma che qui ha un habitat simile ad una neutra dependance di Thanatos, figlio della Notte più cupa, quindi 'ribaltata' in un susseguirsi di illuminazioni al neon incombenti su corsia ospedaliera ove i corpi di Polinice e degli altri 'dissidenti' avranno 'buffa' sostanza di manichini a forma di scheletri intrecciati con corde sottili (un po' Halloween, un po' arte povera di Claudio Cintoli). E le anatomie dei cadaveri ancora provvisti di umana sembianza "riceveranno" a mortorio  un drappello di medici 'collodiani' (camici sporchi, corpi ricurvi, capelli ispidi che nascondono ignote facce) ad esplicita contraddizione (antibarocca) della "lezione di anatomia"  di Rembrandt.
E mentre il copione di Sofocle giunge a compimento nella zelante applicazione della malasorte appioppata "dagli Dei" alla dinastia di Edipo (la 'bella-morte' di Antigone, e a seguire del promesso sposo Emone e della di lui madre Euridice), a primeggiare sono le profezie a fondo perduto, le clownerie da drag- queen  che l'ineffabile (evergreen) Francesca Benedetti imprime all'indovino Tiresia, un po' Madama Pace, un po' Platinette ripulita di supponenza e misoginia. Subito corroborate  da una efficace sequenza di  disinfestazione, in tuta gialligna, con cui gli  inservienti di scena fanno pulizia del sangue vanamente cosparso nel cuore necrotico della città di Tebe (e di quant'altre?).
Due soli appunti alla "poetica" perseguita e dichiarata- da Tiezzi e Lombardi- alla radice della bell'impresa. Ovvero la "perdurante" contrapposizione fra Legge del Sangue e Legge dello Stato: che indurrebbero Antigone a 'recar sepoltura al fratello' e Creonte a 'negarla a chi osò trasgredire', ieri come oggi per ampia simbologia di trattamento. Falso dissidio e falso problema: dopo l' "Orestiade" ridisegnata da Pasolini sul calco dell'opera di Eschilo (che di Sofocle fu mentore anziano), la presa del Potere (della Ragion di Stato) e di ogni altro Potere (e Ragion del Cuore) sono da archiviare, purtroppo,  fra l'idealismo delle rivalità perdute e gli anacronismi di una ribellione destinata all'eterno ritorno della sconfitta. Per una  capitolazione che avrà l'onore delle stesse armi che servirono a spargere morte. E requiem –anche- per la dissonanza fra Empietà del Sovrano e Pietas dell'Eroina, cui lo spettacolo ambirebbe assegnare ribellismi barbarici, brulicanti e sediziosamente religiosi. Liddove questi ultimi si spensero, mezzo secolo fa, fra esoterismi orientaleggianti e superstizioni messianiche provenienti (da non crederci..) dai Figli dei Fiori e dai falsi profeti della West Coast. Piante carnivore del non più eterno Occidente.

Angelo Pizzuto

Ultima modifica il Mercoledì, 14 Marzo 2018 11:02

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