venerdì, 22 giugno, 2018
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ACQUA DI COLONIA - regia Elvira Frosini, Daniele Timpano

“Acqua di colonia”, testo, regia, interpretazione Elvira Frosini, Daniele Timpano “Acqua di colonia”, testo, regia, interpretazione Elvira Frosini, Daniele Timpano

testo, regia, interpretazione Elvira Frosini, Daniele Timpano
consulenza Igiaba Scego
voce del bambino Unicef Sandro Lombardi
aiuto regia e drammaturgia Francesca Blancato
scene e costumi Alessandra Muschella, Daniela De Blasio
disegno luci Omar Scala
progetto grafico Valentina Pastorino
uno spettacolo di Frosini/Timpano
produzione Associazione Culturale Gli Scarti, Kataklisma teatro
con il contributo produttivo di Romaeuropa Festival, Teatro della Tosse, Accademia degli Artefatti
con il sostegno di Armunia Festival Inequilibrio
si ringrazia Teatro di Roma, C.R.A.F.T. Centro Ricerca Arte Formazione Teatro. 
Janghi Onlus e Gruppo di Teatro Migranti Macao per averci aiutato
a trovare gli ospiti speciali Deguene Mbow, Nazarè Xavier,
Faith Robinson, Pathe Sow, Fabrice Bwose
Al Teatro dei Filodrammatici di Milano, dal 20 al 25 febbraio

www.Sipario.it, 25 febbraio 2018

"Pittore ti voglio parlare": la frase, come un refrain della nostra cattiva coscienza bianca, occidentale e coloniale, torna più volte nello spettacolo; cellula comica, tormentone, gioco tra spalla e comico, tra augusto e bianco, nella rievocazione scenica stilizzata di Stanlio e Ollio, e addirittura di un Pasolini e di un Ninetto; e vengono evocate nella testa dello spettatore la voce nera del bianco Fausto Leali, gli impiastricciamenti neri di un Tognazzi che si rivolge all'insofferente Agus mentre dipinge l'altare, in una citazione gustosa della famosa gag. Perché lo spettacolo è un'incredibile, densissima, spericolata corsa nei luoghi comuni, nei crimini comuni adombrati nella rassicurante espressione che tanto ci ha consolato nell'infanzia stupita delle nostre menti bambine di fronte alla familiare televisione che fu, vero subconscio collettivo, covo di serpi e dolce mamma (ma con la mela avvelenata sempre pronta), la quale sempre ci ha ammannito la verità consolatoria del noi "italiani brava gente". Noi italiani brava gente in Abissinia, in Etiopia, nelle ex colonie dell'Africa Orientale. E' in questo tossico divano&divano di ipocrita autostima che il duo Timpano-Frosini evita accuratamente di accomodarsi, anzi cominciando a saltarci sopra fino a sfondarlo, con un ritmo frenetico da boxeurs della parola: attacchi, finte, difese, arretramenti, avanzamenti, scarti. Con allegra iconoclastia, invasi, i due, da una buffa, feroce e santa collera, come veramente sanno essere perfidi e profondamente veri solo i bambini quando capiscono che li hanno presi per il culo. Bambina è la foga allegramente sarcastica di Daniele Timpano, bravissimo anche in un momento memorabile in cui, nella luce gialla del domino che lo illumina da terra, come per un effetto seppia da vecchio film o da sole equatoriale giallo-giallo, ci ricostruisce davanti agli occhi la canzone d'epoca fascista "Topolino va in Abissinia" (sul web si trova l'audio originale) dove un Topolino assatanato incita alla guerra coloniale in un perverso intreccio di innocenza infantile e spietata volontà di dominio (tra l'altro ammettendo candidamente di essere munito di mezzo litro di gas asfissiante per sottomettere i "mori"). Personaggio-maschera dal corpo gommoso e dalla voce pastosa Timpano, capace di repentini scatti comico-grotteschi; più capace di cambiare improvvisamente registro Elvira Frosini nel passare dal monologo finale della mia Africa – ah! il mal d'Africa della romantica signora danese – a un delicato e tagliente Pasolini, fino alla personificazione comica della "Faccetta nera" della famosa canzone.
La drammaturgia è un intarsio palpitante di tutti – tutti? Chissà, ma di sicuro sono tantissimi – i riferimenti al nostro passato coloniale, ripassato non solo a partire dall'ultima esperienza, quella già fascista del 1936, ma andando indietro fino ai quei primi slanci dell'Italia appena unita che si apprestava a gustare i prodromi di un futuro luminoso di colonizzatori-pure-noi che si devono accontentare però poi alla fine solo di quello che è rimasto del banchetto delle altre potenze. Così ecco lo spettacolo ripercorrere e riproporre con scrupolo filologico materiali i più vari: testi, documenti, testimonianze, discorsi, interviste, canzoni, citazioni dai cartoon, dalla televisione e dal cinema montati atleticamente per contrasto e assonanza, per addensamenti e dilatazioni. Come la famosa intervista a Montanelli che racconta il "matrimonio", in verità l'acquisto della dodicenne africana: "ma mica sono un Girolimoni, in Africa è diverso, in Africa a quell'età sono già donne" o le citazioni dalla Guida turistica dell'Africa orientale, versione d'epoca della guida del Touring club applicata alle turistiche primizie d'Africa; poi il sindaco di Affile che inaugura il monumento al criminale di guerra Rodolfo Graziani, e molto altro ancora. Non si scampa dalla giostra degli orrori che il senso comune dell'epoca fascista e coloniale traveste da buon senso, da progresso, da civilizzazione, e che l'ebbrezza corrosiva di Timpano-Frosini fa girare all'impazzata per quasi due ore. Ma lo spettacolo lievita lentamente sotto le mani nervose dei due impastatori: all'inizio in maniera quasi svagata, come casuale, con i due attori che accolgono il pubblico stando già in scena, in silenzio, ammiccando – e con a lato seduta su una piccola sedia da scuola una ragazza di colore di cui non capiamo il ruolo – poi con un accelerazione sempre più decisa a partire dalla seconda parte. Deguene Mbow, la giovane donna in scena, che non conosce lo spettacolo, e che è stata coivolta per la prima milanese, rimane lì per tutta la prima parte del lavoro, osservando da quella postazione, ancorché scomoda ed esposta, ma senza apparenti imbarazzi, la performance dei due. Rimarrà una presenza muta ed enigmatica. E' lecito allora provare a spiegarsela. Certo, la battuta, candidamente atroce, più volte ripetuta: "metti un negretto nel tuo spettacoletto" che accompagna il tormentone della scena del pittore, influenza senza dubbio la nostra percezione scenica di questo muto personaggio. Non che Timpano-Frosini cadano nella trappola dell'ipocrisia da buoni sentimenti evocati dalla canzone. Quella presenza invece ci sembra che, semplicemente, affermi un'alterità umana che nessun sentimentalismo è in grado di evocare e tantomeno di affrontare. L'alterità della presenza umana muta ed eloquente di per sé, come dato che costringe al confronto e alla messa in crisi della propria posizione ego-centrata, aprendo a una porosità dell'essere che altrimenti avremmo ben cura di dissimulare o occludere. Dobbiamo o no confrontarci con la semplice presenza di queste persone che sono qui anche in conseguenza di quella lontana, ma ampiamente rimossa dalla coscienza comune – eppure quanto ancora influente – nostra storia coloniale? Ed è la loro esistenza pura e semplice a porci la questione, prima ancora che il linguaggio di un possibile e auspicabile dialogo. Così quella ragazza sul palco seduta ad ascoltare con una serietà e gravità che colpisce, assume anche il valore di una sorta di pietra di paragone di quello che siamo: osservatori spesso distratti, che però hanno sotto gli occhi tutti i giorni quella muta presenza, e sempre sono sotto i suoi occhi.

Franco Acquaviva

Ultima modifica il Domenica, 25 Febbraio 2018 21:22

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