lunedì, 15 ottobre, 2018
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ASSASSINA - regia Enzo Vetrano e Stefano Randisi

"Assassina", regia Enzo Vetrano e Stefano Randisi "Assassina", regia Enzo Vetrano e Stefano Randisi

di Franco Scaldati
interpretazione e regia Enzo Vetrano e Stefano Randisi
con Enzo Vetrano (la vecchina), Stefano Randisi (l'omino) e i Fratelli Mancuso (i genitori)
scene e costumi Mela Dell'Erba, luci Max Mugnai
musiche e canti originali composti ed eseguiti in scena da i Fratelli Mancuso
direttore tecnico Robert John Resteghini, direttore di scena Lorenzo Martinelli
capo elettricista Antonio Rinaldi, fonico Marco Calì
amministratrice Elisa Faletti, foto di scena Luca Del Pia
Lo spettacolo è realizzato in collaborazione con Le Tre Corde società cooperativa, scene costruite nel laboratorio di Emilia Romagna Teatro da Gioacchino Gramolini (capo costruttore), Sergio Puzzo, Marco Fieni, Riccardo Betti
Decoratrici Elena Giampaoli, Lucia Bramati
Realizzazione video Alessandro D'Amico, Bernardo Giannone, Giuliana Di Gregorio
Realizzazione costumi Elena Dal Pozzo - assistente alla regia Virginia Landi - assistente alla produzione (stage) Miriam Auricchio
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione
al Teatro delle Passioni, Modena, 19 gennaio 2017;
dal 28 gennaio al 5 febbraio all'Arena del Sole di Bologna

www.Sipario.it, 27 gennaio 2017

Dopo Totò e Vicè, Enzo Vetrano e Stefano Randisi tornano all'amato Franco Scaldati mettendo in scena Assassina, in cui l'autore scandaglia una marginalità che vive sull'invisibile confine fra la vita e la morte, vita in luce ed esistenza in ombra. In una casa ricavata in un bagno pubblico in disuso vivono una vecchia (Enzo Vetrano) e un omino (Stefano Randisi), i due convivono l'uno all'insaputa dell'altra, forse l'uno è l'ombra dell'altra, forse sono fratello e sorella, o forse sono il femminile e il maschile di un'unica persona. Apparentemente i due inquilini di quella casa non si sono mai incontrati, ma una notte si ritrovano a contendersi il medesimo letto. L'ingresso dell'omino mette in angoscia e in allerta la donna, rassicurata dai suoi riti quotidiani, convinta di essere donna piacente, alle prese con le piccole accortezze necessarie a un buon riposo. Entrambi sono impegnati a definire e ribadire l'esclusività di quel luogo miserrimo, in cui la vita si compie di gesti ripetuti, di piccole e grandi bugie, di elemosina, di presunte verità che vengono disattese a turno dall'uno e dall'altra. Ne fuoriesce un dialogo surreale, ma profondamente materico, ne fuoriesce un litigare dolente e a tratti rabbioso, ne fuoriesce una strana storia cadenzata dalla presenza musicale dei Fratelli Mancuso nei panni dei genitori appesi alla parete in un quadro che riecheggia la Donna barbuta di de Ribera.
Questo il contesto di Assassina un lavoro che vive di una poesia struggente, costruita in una lingua che sta in sospeso fra italiano e siciliano. Ed è la lingua di Scaldati che dà carne e sangue a quelle figurine di emarginati che Enzo Vetrano e Stefano Randisi incarnano e fanno vivere con poesia chirurgica, con una capacità unica di fare delle parole gli abiti del corpo, della mimica, del timbro della voce, della gestione dello spazio scenico, della relazione con chi li guarda dalla platea. Vetrano costruisce una vecchia che sa essere comica e feroce, sa essere grottesca e malinconica. L'attore mette a punto una prova attoriale in cui non un tono, non un gesto è di troppo, ogni particolare è curato nei minimi dettagli, si direbbe che ciò che fa Vetrano è scrivere una coreografia dei personaggi che interpreta. Tanto Vetrano sa essere spigoloso e pungente nel suo porsi e nel suo essere, quanto Randisi vive di una sua rotondità e morbidezza recitativa che lo rendono remissivo, forse vittima della situazione, ma certo non disposto ad arrendersi, anche se fra la vecchia e l'omino, sembra la donna ad avere la meglio.
Tutto questo si compie sostenuto dalla vocalità unica dei Fratelli Mancuso. In Assassina di Franco Scaldati Enzo Vetrano e Stefano Randisi non solo confermano la loro grande arte di interpreti e autori teatrali, ma proseguono il loro cammino all'interno di quel teatro siciliano che da Pirandello a Scaldati sa indagare il nascosto, l'inquieto vivere che si cela in luoghi appartati come nel più tradizionale contesto borghese; il tutto mediato da certe atmosfere dal vago sentore beckettiano. Dietro quei due personaggi di Scaldati non si può non intravvedere la lezione pirandelliana, la sospensione fra la vita e la morte di uomini/fantasmi che alla vita cercano di rimanere ancorati, perché non ancora sanno d'esser morti. Enzo Vetrano e Stefano Randisi riescono nel miracolo di dare corpo a questa sospensione, sanno essere realistici e surreali al tempo stesso, ma soprattutto, spettacolo dopo spettacolo, confermano una tensione e rigore recitativi che non ha eguali nel nostro teatro.

Nicola Arrigoni

Ultima modifica il Venerdì, 27 Gennaio 2017 20:29

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