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TRAVIATA (LA) - regia Giorgio Gallione

Desirée Rancore in "La traviata" - regia Giorgio Gallione. Foto Marcello Orselli Desirée Rancore in "La traviata" - regia Giorgio Gallione. Foto Marcello Orselli

Melodramma in tre atti
Musica di Giuseppe Verdi
Libretto di Francesco Maria Piave
Tratto dal dramma "La Dama aux camélias" di Alexandre Dumas figlio
Direttore Massimo Zanetti
Regia Giorgio Gallione
Scene e costumi Guido Fiorato
Luci Luciano Novelli
Coreografia Giovanni Di Cicco
Violetta Valéry Desirée Rancatore
Flora Marta Leung
Annina Daniela Mazzucato
Alfredo Giuseppe Filianoti/William Devenport
Giorgio Germont Vladimir Stoyanov
Gastone Didier Pieri
Barone Paolo Orecchia
Marchese Stefano Marchisio
Dottor Grenvil Manrico Signorini
Orchestra e coro del Teatro Carlo Felice
Maestro del Coro – Pablo Assante
Nuovo allestimento: Fondazione Teatro Carlo Felice
Genova, Teatro Carlo Felice, dal 15 al 29 dicembre 2016

www.Sipario.it, 17 gennaio 2016

È forse l'opera più ricca di interiorità psicologica di tutto il teatro romantico. Verdi, quarantenne, per la prima volta osa mettere in piedi un melodramma da una commedia di recente apparizione e in abiti moderni, ed attraverso questo monumento all'amore impossibile, all'infelicità e al dolore che schiacciano anche i sentimenti più forti, confeziona un'opera rivoluzionaria. Il messaggio è dirompente: viene denunciato il peso della tradizione e del conformismo sulle aspirazioni del singolo, attraverso uno scavo intimistico sui mutamenti sociali e dei rapporti umani.
Un titolo particolarmente presente (ovunque, ed anche a Genova), di grande attrattiva e parimenti a rischio: per i cantanti che devono convincere il pubblico (che ha nelle orecchie le edizioni totemiche del passato), per i registi, ai quali si chiedono idee ma che devono districarsi fra tradizione ed innovazione, quando fare il già fatto e dire il già detto sono dietro l'angolo.
Questa Traviata che ha inaugurato la stagione al Carlo Felice, duole dirlo, non ci è piaciuta. La regia di Giorgio Gallione, professionista genovese quotato e stimato sul versante del teatro di prosa, ha realizzato un ibrido, con idee che non sono riuscite a trovare, a nostro avviso, una loro fioritura.
Non abbastanza astratta per essere atemporale, ma senza connotati sufficientemente coerenti per rimandare ad una definizione storica (o stilistica), è una Traviata in flashback (proprio come quella di Zeffirelli, per dirne giusto uno), con un tutore muto e molto "verdiano" nelle sembianze (come quella di Willy Decker) salvo poi svelarsi il medico di Violetta, con un ultimo atto che moltiplica il punto di vista grazie ad uno specchio inclinato (come quelli di Josef Svoboda, ma al risparmio).
Domina la scena un albero secco dai rami illuminati: idea potenzialmente congrua, dalla facile ma persino efficace valenza simbolica. L'arboreo fusto però, che al terz'atto giace supino ed al secondo sembra aver appena partorito quintali di mele, propone un quadro un po' straniante e "natalizio". Un Natale esistenzialista e disadorno (secondo atto a parte), a tratti claustrofobico quando si aggiungono, ad esempio: neve che cade, cupe processioni d'ombrelli aperti, pioggia sospesa di flûte per il brindisi... Senza contare la presenza cadaverica di una seconda Violetta danzante, che sottolinea, con movenze coreografiche da film horror, quella ricetta (la storia vissuta come flashback appunto) che è corretta – in fondo i compositore stesso, con il suo Preludio, ce ho indicato – ma che sottolineare con questi marker grevi, proprio non appassiona.
In linea con tale modernità timida della regia e della scena, un po' pasticciata e vagamente noir, si accodano le coreografie ed i costumi.
Le emozioni più intense non sono arrivate dal podio di Massimo Zanetti, bacchetta piuttosto opaca, proprio come i tempi – tendenzialmente troppo lenti – con cui ha staccato tanti numeri della partitura. Il meglio è giunto dalla Violetta di Desirée Rancatore, la cui intelligenza ha anche questa volta supplito ai suoi (non molti) punti deboli vocali. Violetta d'altronde, come è noto, avrebbe bisogno di tre vocalità distinte, ed il soprano palermitano ha comunque egregiamente sostenuto questo sublime "brutto tiro" di Verdi.
Giuseppe Filianoti era un "Alfredo" sofferente a causa di un abbassamento di voce, al punto da desistere, prima del terz'atto, ed essere sostituito da William Devenport (quest'ultimo, più che dignitoso). Probabilmente la preoccupazione di Filianoti ha pesato non poco sulla sua interpretazione, avara di sfumature e di credibilità espressiva.
Bene il "Germont" di Vladimir Stoyanov e adeguati (quasi sempre) i ruoli minori. Applausi per tutti e qualche timido dissenso, da un teatro piacevolmente nutrito e comunque festante. Si replica fino al 29 dicembre.

Giorgio De Martino

Ultima modifica il Sabato, 17 Dicembre 2016 12:03

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