mercoledì, 15 agosto, 2018
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GUILLAUME TELL - regia Damiano Michieletto

"Guillaume Tell", regia Damiano Michieletto. Foto Rosellina Garbo "Guillaume Tell", regia Damiano Michieletto. Foto Rosellina Garbo

In occasione dei 150 anni dalla morte di Rossini
Musica di Gioachino Rossini

Opéra en quatre actes

Libretto di Étienne de Jouy e Hyppolite Bis

Prima esecuzione a Palermo dell'edizione in lingua francese
Direttore Gabriele Ferro

Regia Damiano Michieletto

Regista collaboratore Eleonora Gravagnola

Scene Paolo Fantin

Costumi Carla Teti

Lighting designer Alessandro Carletti

Assistente alle scene Gianluca Cataldo
, Assistente ai costumi Giulia Giannino

Assistente lighting designer Ludovico Gobbi

Orchestra e Coro del Teatro Massimo

Allestimento del Teatro Massimo 

Produzione rappresentata per la prima volta alla Royal Opera House Covent Garden di Londra nel 2015

Palermo, Teatro Massimo dal 23 al 31 gennaio 2018

www.Sipario.it, 30 gennaio 2018
www.Sipario.it, 26 gennaio 2018

Il Teatro Massimo ha inaugurato lo scorso 23 gennaio la stagione 2018 con l'ultimo capolavoro teatrale di Rossini, il Gugliemo Tell. Partitura di grandi dimensioni, proposta per la prima volta a Palermo nella versione francese, nella produzione firmata dal regista Damiano Michieletto con la bacchetta del Direttore musicale della Fondazione lirica, Gabriele Ferro.
Protagonisti sul palco il baritono Roberto Frontali nel ruolo del protagonista, il tenore Dmitry Korchak nella difficile parte di Arnold, il soprano Nino Machaidze nel ruolo di Mathilde, e ancora Anna Maria Sarra nei panni di Jemmy ed Enkelejda Shkoza in quelli di Hedwige. Al fianco di Damiano Michieletto figurano lo scenografo Paolo Fantin, la costumista Carla Teti e il Light designer Alessandro Carletti.
Oltre quattro ore di grand opéra in un'ambientazione cupa, in cui appare una Natura angosciante, simboleggiata da un monumentale albero sradicato che domina gran parte della scenografia. L'opera è pensata da Michieletto in chiave moderna in una Svizzera povera, oppressa dai soldati austriaci muniti di mitra e pistole e dal popolo elvetico con frecce e balestre (anacronismo?). Poco convincente l'inserimento dei fumetti per narrare le avventure dell'ereo nazionale svizzero. L'opera ha una forza dirompente: c'è la lotta per la libertà e la ribellione a ogni tipo di oppressione, il dramma psicologico di un amore impossibile, il rapporto viscerale padre-figlio. Una lettura, quella di Michieletto, che poco spazio lascia allo spirito scintillante della partitura rossiniana ma che ha momenti particolarmente palpitanti come la scena in cui Hedwige, moglie di Tell, apparecchia per tre mentre il marito e il figlio sono prigionieri degli austriaci o il finale catartico, epico e radioso.
La bellissima partitura rossiniana presenta arie e cori meravigliosi. In effetti vero protagonista dell'opera è il coro, magistralmente diretto da Piero Monti. Il maestro Ferro fa un buon lavoro di concertazione e conduce con disinvoltura, prediligendo una lettura ancorata al classicismo. Vigorosa e convincente l'interpretazione di Roberto Frontali che di Guglielmo Tell sottolinea il coraggio, l'umanità e la vis carismatica di capopopolo. Il tenore russo Dmitry Korchak è un buon Arnold con acuti limpidi e un canto morbido ed espressivo. Il soprano georgiano Nino Machaidze nei panni di Matilde possiede buona tecnica e presenza scenica. Pubblico numerosissimo applaude entusiasta, qualche contestazione alla regia.

Marta Romano

"Guillaume Tell": il titolo in francese già richiama il rigore filologico più di quanto si possa immaginare. Il tanto noto "Guglielmo Tell" di Gioachino Rossini è tornato alle origini a Palermo, il 23 gennaio 2018, nella serata d'inaugurazione della nuova Stagione del Teatro Massimo, nell'anno in cui la città capoluogo siciliano è "Capitale della cultura". Complice dell'esecuzione anche la celebrazione del 150° anniversario della morte dell'autore.

Bella partenza, dunque, già dal titolo, per la ripresa dell'ultima fatica operistica del genio pesarese, per la prima volta eseguita in francese sulle massime scene siciliane dopo oltre cinquant'anni di assenza di quella in italiano. Rossini compose l'opera d'ispirazione storica in un arco di tempo inopinatamente lungo per lui, cinque mesi, in Francia a Petit-Bourg, nella regione dell'Île-de-France, pescando felicemente carpe con la lenza tra una nota e l'altra e riuscendo, senza che nessuno se ne sia mai meravigliato, a comporre l'ennesimo capolavoro. Un Rossini drammatico che pone lo spettatore e in particolare gli esecutori tutti di fronte ad una trama che più che un racconto è un'epopea.

Anche in questa scelta, dunque, di un grand opéra monumentale, di rara esecuzione e che richiede un cast e tutto un insieme di grande qualità, si denota la vera "sfida" che il teatro di Palermo sembra aver lanciato al mondo, ma prima di tutto a se stesso. "Osare" il Guillaume Tell è stato certamente un atto di coraggio, ma molto ben preparato e sicuramente altrettanto meditato.

Il Maestro Gabriele Ferro, direttore stabile del teatro palermitano, alla guida della bella orchestra del Massimo, ha impugnato la bacchetta come una balestra armata di freccia e si è tuffato nella partitura senza risparmio, nonostante ci sarebbe piaciuto ascoltare maggiore brillantezza del suono, tempi più sostenuti in qualche passaggio e soprattutto finezze nei finali che non coprissero specularmente alcune finezze vocali in palcoscenico.

Ma sul quel palcoscenico era davvero festa. Un ottimo cast, capeggiato dal protagonista Guillaume Tell, Roberto Frontali: garanzia di sicurezza.

Memori di una pietra miliare come il Guglielmo Tell scaligero in italiano diretto da Riccardo Muti nel 1988, in cui l'eleganza musicale stilizzata era anche del protagonista, così come un po' oleografiche, però, ne erano presenza ed aspetto, ci si sarebbe potuti attendere altrettanto. Tutto il contrario, invece: altro input, altra espressività. Fare non "di più" né "meglio", ma impadronirsi del personaggio secondo i propri parametri personalissimi era una gran sfida anche quella e il grande baritono romano l'ha vinta.

Se vocalmente il nostro storico Frontali/Figaro, che ha poi spaziato lungo una trentennale, fulgida carriera internazionale in tutti i ruoli baritonali possibili e immaginabili, ha dimestichezza con le partiture rossiniane e dunque si è trovato assolutamente a proprio agio e prodotto una performance di qualità indiscutibile, dal punto di vista introspettivo ha fatto molto, ma molto di più di quanto ci si potesse aspettare da chiunque al suo posto. Un Tell vissuto, scavato, sofferto, interpretato, anche nella mimica, come eroe volutamente privo d'aura leggendaria e, dunque, reso soprattutto come padre e come uomo. Il pathos in scena è andato crescendo, fino ad un finale da brivido. La tensione drammatica era palpabile, la partecipazione emotiva del protagonista decisamente contagiosa.

Dal canto suo il tenore Dmitry Korchak, Arnold, sgranava sovracuti sorprendenti uno dietro l'altro come fossero poste di rosario, con una naturalezza disarmante, ed anch'egli si adoperava per rendere il proprio personaggio degno protagonista del rapporto conflittuale e, nello stesso tempo, di dipendenza nei confronti del padre, nonché della storia d'amore parallela alla rievocazione degli eventi d'Elvetica memoria.

Al suo fianco, nel ruolo di Mathilde, brillava la soave, deliziosa Nino Machaidze, soprano di gran fama assolutamente meritata. Bellissimo il timbro, che la porterebbe a poter cantare felicemente anche ruoli belliniani, ma soprattutto artefice della migliore pronuncia francese sulla scena, lì dove la lingua la fa da musica a fianco della musica. La padronanza del palcoscenico, l'insita dolcezza interpretativa, la modulazione esperiente, l'emissione calibrata e molte altre doti vocali, che hanno fatto tornare alla memoria una sua storica Juliette a Salisburgo, fanno di lei un soprano di punta, oggi, sui palcoscenici internazionali.

Il cattivo Gesler c'era tutto, nella bella voce e nell'altrettanto sentita interpretazione di Luca Tittoto; ma occorrerebbe citare uno per uno anche tutti gli altri interpreti, tra cui spiccavano l'ottimo basso Emanuele Cordaro nei panni di Melcthal padre, l'Hedwige di Henkelejda Shkoza, il monumentale e ben caratterizzato adolescente Jemmy di Anna Maria Sarra, il Furst di Marco Spotti e il Rodolphe di Matteo Mezzaro.

Quanto al Coro, gran prova per la compagine palermitana, in un'opera in cui il coro è popolo e non solo contorno: dunque protagonista tanto quanto Tell. Ottima la prestazione musicale dell'ensemble del Massimo, direttore Piero Monti, folto gruppo che si è districato in una partitura improba, ma dal quale avremmo desiderato una pronuncia francese più curata e intellegibile.

E, giungendo alla regia di Damiano Michieletto, se all'inizio si poteva rimanere spiazzati dallo squallore scenico ideato da Paolo Fantin, che richiamava nei colori delle luci led di Alessandro Carletti certi film americani d'atmosfera thriller, in un andirivieni di sedie, di seduti e di sedenti, nel seguito, lì dove l'immagine da cartolina di un Svizzera tanto inflazionata era lontana mille miglia, il rispetto per il testo è stato assoluto, anche nella tanto discussa e molto ben realizzata scena dello stupro, che tanto scandalizzò il pubblico della Royal Opera House Covent Garden nel 2015, al debutto della produzione che da lì proveniva.

L'idea di sostituire il balletto del grand opéra con una scena cruda di questo genere non ha assolutamente depauperato l'andamento drammaturgico, ma forse lo ha addirittura reso più credibile, poiché la reazione di Tell non è stata più di rifiuto d'inchinarsi ad un cappello austriaco appeso ad una picca, ma alla violenza fisica e morale contro il proprio popolo, che si condensava nella figura femminile, e dunque non più solo in un atto di scherno nei suoi personali confronti.

Per il resto, nelle scene successive, l'enorme l'albero sradicato che campeggiava adagiato in palcoscenico, metafora del popolo svizzero privato dalla tirannia asburgica delle proprie radici, ma anche "rifugio" per il popolo oppresso era di grande impatto scenico e rendeva significante e significato assolutamente coerenti; altrettanto la terra sulle tavole del palcoscenico, che veniva toccata, raccolta, sfiorata, accarezzata e calpestata, era pregnante e significativa.
Se la comparsa di fucili mitragliatori e pistole può aver destato qualche perplessità, l'ambientazione "a-temporale" della vicenda, sottolineata dai costumi di Carla Teti, ben si prestava a tale scelta, soprattutto perché neanche la celebre freccia contro la celebre mela è mancata: tutto un simbolismo, fatto anche di proiezioni, che ha coinvolto il pubblico in un crescendo di tensione drammatica e che ha lasciato trascorrere le quattro ore di musica e canto senza che l'orologio venisse preso in considerazione da nessuno.

Grande qualità, dunque, per questa prima palermitana, che ben depone a favore di un prosieguo di stagione che ne prospetta altrettanta e che si auspica possa avere il merito di riportare il grande teatro ai livelli internazionali che merita ed è giusto che detenga.

Per la cronaca, mezz'ora di ritardo nell'inizio per uno sciopero interno al teatro, pubblico delle grandi occasioni, eleganza ben sfoggiata, gadget "mela" originale e gradevole, spettatori soddisfatti e plaudenti per tutti, con qualche dissenso per la regia.

Natalia Di Bartolo

Ultima modifica il Domenica, 18 Febbraio 2018 21:09

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