domenica, 19 agosto, 2018
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CANDIDE - regia Robert Carsen

Candide Candide Regia Robert Carsen

libretto: Leonard Bernstein, Lillian Hellmann, John Latouche e Richard Wilbur
musica: Leonard Bernstein
direttore: John Axelrod
regia: Robert Carsen
scene: Michael Levine, costume: Buk Shiff, luci: Robert Carsen, Peter Van Praet, coreografia: Rob Ashford
con William Burden, Anna Christy, Lambert Wilson, Kim Criswellm, David Adam Moore
Milano, Teatro alla Scala, dal 20 giugno al 18 luglio 2007

Corriere della Sera, 24 giugno 2007
Avvenire, 22 giugno 2007
Il Giornale, 21 giugno 2007
Se Voltaire va in America Incominciamo dal «genere».

Che cos' è il Candide di Leonard Bernstein? Nelle sue varie versioni, è una Commedia Musicale molto liberamente tratta dal Romanzo satirico di Voltaire recante lo stesso titolo. La Commedia Musicale discende dall' Operetta, caratterizzata per la prima dalla mescolanza di parti recitate in prosa e numeri musicali. Si può sostenere che l' opera di Bernstein, frutto di un genio musicale apparentemente sorgivo e inarrestabile, in realtà ben dotato di una sua ratio, sia un' Operetta assai più che un Musical dello stile di Broadway. Il sincretismo del linguaggio musicale è pieno di riferimenti ai più illustri esempi di questo «genere»: dal veloce «parlato» melodico su melodie di piccolo ambito, echeggianti i sulfurei Gilbert e Sullivan, alla grande Aria di coloratura cantata da Cunegonda alla fine del I atto, trionfo dell' omaggio a Offenbach. Il Novecento musicale è tutto fatto di musica che riflette sulla musica e nei modi più varî, dall' impietosa o gelida parodia alla più religiosa devozione. Bernstein trabocca a tal punto di musica da poter naturaliter usare la musica in un continuo citazionismo redento dal suo vitalismo ma non per questo ridotto a mera insalata di stili e linguaggi. Quel che ne risulta, di là da un humour che sa diventare la più scatenata comicità, è un' opera molto raffinata; pur se non sia un trionfo assoluto del Bernstein compositore, il quale ha toccato ben altro. Il Romanzo di Voltaire ha per oggetto il più crudele e lucido disvelamento della realtà della vita occultata dall' ottimismo filosofico che, partendo da un presunto piano provvidenziale esistente ab aeterno, pretende addirittura disconoscere la realtà del Male, della vita stessa fondamento. Si tratta di filosofia geometrico-necessaria che può aver qualche esterno punto di contatto con la religione cattolica (oggetto nel Romanzo di attacco per diversissimo motivo, quello pratico dell' istituzione inquisitoriale in Spagna) ma che ne viene sopravanzata d' infinite lunghezze per profondità. La Commedia musicata da Bernstein non rinuncia a nulla di quanto di terribile vi sia nel Romanzo: è da tenersi presente ch' esso sin da principio è di stile perfidamente comico; ma vi mescola elementi tratti dalla realtà contemporanea che non stridono nell' aura per definizione senza tempo del conte philosophique. Quanto sopra esposto viene a dire che nel Candide in linea di principio non va considerato obbligatorio lo stretto rispetto d' una didascalia scenica astratta. L' allestimento può assumere veste addirittura creativa se scaturisca da un solo presupposto, la capacità o addirittura la genialità di chi ne è l' autore. Esageriamo con l' affermare che quello del regista Robert Carsen, con le scene di Michael Levine e una miriade di costumi perfetti anni Cinquanta dovuti a Buki Shiff, sia destinato a fare epoca nella storia dello spettacolo? Filmati con ambigue allusioni alla Casa Bianca in luogo del castello westfalico onde parte la vicenda, Cunegonda acconciata come Marilyn Monroe; e un moto continuo di siparî che s' aprono l' uno dentro l' altro, sì da parere innumerevoli (alcuni riproducenti il biglietto del dollaro): quasi ad affermare l' Operetta e il Musical come stessa idea platonica: luci, colori, paillettes, lustrini, boa, boys, coreografie; non un istante dell' opera che non abbondi di trovate sì da farne scorrere velocissimamente l' ordito e lasciarci desiderare alla fine che il tutto continui. E una sottigliezza che secondo noi può esser la chiave dell' allestimento. Tutta la vicenda è inquadrata entro uno schermo televisivo di forma anni Cinquanta: questo schermo ne contiene un numero variabile di minori fino ad alcuni quadri, Candide imprigionato all' interno, che fanno il numero degli schermi contenuti potenzialmente infinito, rapprendendosi essi fino a un minuscolo punto di fuga ch' è un puntino proiettato sulla scena.... S' insinua il dubbio che la vicenda possegga una sostanza unicamente (come si dice, chiedo scusa) «mass-mediale» e che il geometrismo tecnologico sia il contrappasso a quello necessario-filosofico del nostro discorso di partenza. In conclusione: non è colpa mia, i lettori di questo giornale si debbono accontentare del loro umile servitore quando la penna deputata a descrivere lo spettacolo si chiama Alberto Arbasino. Gran cerimoniere della serata che veste con elegante affettazione i panni di Voltaire recitando in italiano con un lieve accento francese è Lambert Wilson: egli disimpegna anche il ruolo di Pangloss spogliandosi a vista; il virtuosistico soprano-coloratura che impersona Cunegonda è Anna Christy; un delicato tenore lirico per Candido è William Burden; trionfatrice nel ruolo della Vecchia è una vera combattente come Kim Criswell. John Axelrode dirige con brio e dominio.

Paolo Isotta

Candide, «scandalo» ad orologeria

E se fosse stata tutta un’abile mossa pubblicitaria? Il sospetto ti viene mentre sulla ribalta della Scala sfilano, accolti da calorosi applausi (e qualche isolato dissenso per il regista Robert Carsen), gli interpreti del Candide di Leonard Bernstein: è tutto qui lo scandalo annunciato? pensi dopo aver assistito alle divertenti peripezie amorose di Candide e Cunegonde. La conferma arriva da un veloce giro in Internet, sul sito del teatro milanese, dove restano una manciata di biglietti per ciascuna delle otto repliche in cartellone sino al 18 luglio. E a ripensare al rincorrersi di voci su una possibile cancellazione dal cartellone dello spettacolo (il polverone scoppiò a dicembre, quando il sovrintendente Lissner vide lo spettacolo a Parigi e pensò di cancellarlo) qualche domanda te la poni. Nonostante sul leggio del direttore d’orchestra – un preciso John Axelrod – ci sia una partitura mai eseguita alla Scala e firmata da un tale Bernstein, genio musicale del Novecento, tutti i riflettori sono puntati sullo spettacolo di Carsen. Il regista canadese, con un’operazione furba alla Michael Moore, rilegge il musical come la parabola di un’America che, finito il sogno incarnato da Kennedy, è precipitata verso il baratro. Il baratro per Carsen si chiama Bush: e in scena c’è davvero il presidente americano che, insieme ai colleghi Berlusconi, Blair, Chirac e Putin (i politici compaiono al posto di cinque re spodestati che Candide incontra nel suo viaggio), fa il bagno in un mare reso nero dal petrolio. Scena che suscita risate e non indignazione.
Non un’idea originale, certo, visto che già Bernstein aveva fatto diventare il romanzo di Voltaire una feroce critica al maccartismo americano. Carsen ha solo aggiornato temi e personaggi riscrivendo i dialoghi e ambientando lo spettacolo dentro un grande televisore in una sorta di soap opera che si apre su una di quelle famiglie americane da pubblicità anni Cinquanta e si chiude sui disastri ambientali del ventunesimo secolo.
Carsen ha realizzato uno spettacolo di ottima fattura, ricco di idee, divertente, irriverente, che strizza l’occhio a Hollywood (il Candide di William Burden diventa un soldato di Full metal jacket e la Cunegonde di Anna Christy la Marilyn di Gli uomini preferiscono le bionde) e dove la tanto sbandierata battuta sul Papa polacco («c’è, non c’è» è stato il tormentone delle ultime ore) finisce per passare quasi inosservata.
Grazie a Bernstein, ai suoi intramontabili songs che, come direbbe qualcuno, in fondo sono solo canzonette.

Pierachille Dolfini

Candide la satira graffia la Scala

Voltaire a metà strada tra musical e cronaca da Milano

Assurdo. Voltaire il grande scrive nel Settecento un romanzo satirico contro chi cerca l’ottimismo ad ogni costo nella filosofia: il precettore Pangloss cerca di convincere il giovane Candide che questo è il migliore dei mondi possibili, ma attraversano insieme tutte le traversie possibili: sguardo disincantato sul mondo e satira profonda a chi lo regge e anche a chi lo vive in genere. Nel 1956 Hugh Wheeler si accorge che la storia sta benissimo in piedi in ogni tempo, e la fa diventare una pièce teatrale; per le musiche delle canzoni, degli insieme, di tutto quanto fantasiosamente viene inserito, c’è addirittura Leonard Bernstein, il quale è già un direttore di fama mondiale, con la musica si diverte, da impertinente genio e raffinato amante d’ogni tipo di bellezza. Poi, ai giorni nostri, Robert Carsen e Ian Burton si accorgono che c’è dentro, o ci può stare, la storia dell’America dei nostri anni, e ne fanno una cosa che ha la leggerezza suprema del musical e la capacità di strizzare l’occhio alle amare verità quando meno ce lo aspettiamo.
In mezzo a tutte queste cose, c’è un momento in cui gli uomini al potere vengono raffigurati in un cinico balletto in un mare di petrolio; come bagnanti felici. L’immagine passa alle cronache, e si comincia a discutere se la satira non sia troppo forte, se non ci sia profanazione degli Stati. Voi penserete che è per l’accusa ai capi di Stato di non accorgersi dell’orrore della guerra portata per interessi economici. No: la polemica si fa sul fatto che, dovendo fare il bagno, sono rappresentati in mutande. Per mesi, di questo delizioso capolavoro teatrale e musicale si pone l’attenzione solo sui costumini dei potenti.
La rappresentazione alla Scala, per chi ci va, restituisce le proporzioni. È un divertimento amaro, degno della grande satira. La leggerezza di mano del regista permette di giocare con il paradosso senza giustificazioni, due personaggi morti che si reincontrano possono rimandare tranquillamente la spiegazione del fatto a un dopo che non c’è; la buona casa della buona famiglia può diventare la Casa Bianca, e possiamo incontrare tutti i personaggi della storia americana che abbiamo conosciuto negli ultimi anni. La cosa straordinaria è la costante semplicità con cui viene messo in scena un virtuosismo rarissimo ed elegante: Anna Christy può cantare la nota aria piena di ricami sovracuti recitando trasportata e fatta ondeggiare a braccia da ballerini impeccabili; Lambert Wilson può sdoppiarsi nella parte del precettore, che come tutti gli altri recita in inglese, e di Voltaire che, in abito settecentesco, ci racconta la storia in italiano; quanto a Candide, William Burden, con la sua voce tenera e la disinvoltura del finto impacciato, può suscitare nei bellissimi songs una tenerezza e il dubbio che qualcosa di altamente sincero ci sia dentro alle pieghe dei personaggi. E c’è una spassosissima Kim Criswell. Si viaggia a un grande ritmo, John Axelrod governa personaggi e orchestra come se navigasse nelle acque di casa. Nella seconda parte il copione perde di continuità, ma ha lo spettacolo ha ancora momenti alti. Il pubblico resta contento e deliziato.

Lorenzo Arruga

Ultima modifica il Lunedì, 22 Luglio 2013 09:02
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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