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CONTES D'HOFFMANN (LES) - regia Nicolas Joël

Les Contes d'Hoffmann Les Contes d'Hoffmann Regia Nicolas Joël

di Jacques Offenbach
direttore: Emmanuel Villaume
regia: Nicolas Joël
scene: Ezio Frigerio, costumi: Franca Squarciapino, luci: Vinicio Cheli
con Arturo Chacón-Cruz, Désirée Rancatore, Raffaella Angeletti, Monica Bacelli, Nino Surguladze, Alfonso Antoniozzi, Simone Alberghini, Carlo Bosi, Armando Ariostini
Torino, Teatro Regio, dal 30 gennaio al 8 febbraio 2009

La Stampa, 1 febbraio 2009
Lieve, ironico ma non buffo
Diavolo di un Offenbach

Legato per contratto al meccanismo dei teatri francesi, e quindi costretto a comporre operette a getto continuo, Jacques Offenbach, come spesso succede, riservò al progetto cui teneva di più i ritagli di tempo, senza riuscire a condurlo a compimento per la morte improvvisa: l'opera fantastica Les contes d'Hoffmann che il Regio di Torino, dopo 35 anni d'assenza, ha presentato in un brillante allestimento in cooperazione con i teatri di Madrid, Tolosa e Tel Aviv. Offenbach voleva fare un Grand Opéra in cinque atti secondo le regole ma, deviata la prima rappresentazione del 1881 sulle scene della Salle Favart, l'opera subì subito vari adattamenti, a cominciare dalla sostituzione dei recitativi (per altro già composti quasi tutti da Offenbach, e non da Guiraud come spesso si ripete) con le parti parlate come voleva la tradizione dell'opéra comique; le incertezze, a parte il quarto atto composto solo per metà, riguardano sopra tutto l'orchestrazione, per cui ancor oggi resta oscuro cosa sia di Offenbach, o di Guiraud, o del direttore della prima esecuzione Daubé, o dei successivi revisori. Comunque, dopo anni di assestamenti, si è arrivati all'edizione «autorevole» del Regio: quella che ripristina il personaggio importante dalla Musa (che Mahler, ad esempio, tagliava per intero) e che mantiene quelle pagine che già Offenbach aveva preso da altri suoi lavori per rimpolpare il quarto atto: fra cui la famosa Barcarola, talmente famosa che in tutto il mondo si canta senza sapere più da dove venga (ve la siete persa, spettatori fuggiti dopo il secondo intervallo!).

Affidato in mani sicure, con la direzione precisa e incalzante di Emmanuel Villaume e la regìa di Nicolas Joël ripresa da Stephane Roche, cui manca solo qualche leggerezza di tocco in più, lo spettacolo è stato accolto con viva soddisfazione, con appena qualche diffidenza per il tono «fantastico», ironico, leggero ma non buffo, che ne costituisce il fascino: infatti il pubblico italiano, e quello torinese non fa eccezione, preferisce sempre farsela con il tragico e il passionale. Le scene di Ezio Frigerio ricordano le vetrate e le strutture di ferro della parigina Gare d'Orsay, a ribadire come Offenbach vedesse il mondo di Hoffmann con occhi francesi; la proiezione della traduzione italiana sull'arco scenico era un po' faticosa da seguire durante il Prologo, e avrebbe aiutato la comprensione immediata se la Musa (l'eccellente Nino Surguladze) fosse stata vestita in modo più appropriato (costumi, per altro, molto eleganti di Franca Squarciapino).

Eccellente la compagnia vocale: un successo particolare per Désirée Rancatore nella parte di Olimpia di cui è riconosciuta specialista, trionfatrice delle acrobazie vocali della parte; brave anche Raffaella Angeletti come Antonia, con qualche forzatura negli acuti, e Monica Bacelli sempre attraente nel fraseggio. Hoffmann è Arturo Chacón-Cruz, una bellissima voce di tenore, da raffinare nei passaggi di registro; Simone Alberghini, che ha sostituito Alfonso Antoniozzi indisposto, è molto efficace nel raffigurare l'essere maligno e iettatorio che prende via via il nome di Lindorf, Coppelio, Miracolo e Dappertutto; lo stesso vale per Carlo Bosi interprete di più parti e per gli altri nei numerosi ruoli minori; bene il coro di Claudio Fenoglio.

Giorgio Pestelli

Ultima modifica il Lunedì, 22 Luglio 2013 09:04
La Redazione

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