martedì, 25 settembre, 2018
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BOHÈME (LA) - regia Àlex Ollé

"La Bohème", regia Àlex Ollé. Foto Yasuko Kageyama "La Bohème", regia Àlex Ollé. Foto Yasuko Kageyama

Musica di Giacomo Puccini
Opera in quattro quadri

Libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica

direttore Henrik Nánási e Pietro Rizzo (22, 23, 24)
regia Àlex Ollé (La Fura dels Baus)
Maestro del Coro Roberto Gabbiani

Scene Alfons Flores

Costumi Lluc Castells

luci Urs Schönebaum

Principali interpreti

Mimì Anita Hartig / Vittoria Yeo 14, 17, 20, 22, 24 / Louise Kwong* 16, 21

Rodolfo Giorgio Berrugi / Ivan Ayon-Rivas 14, 16, 20, 22, 24

Musetta Olga Kulchynska / Valentina Naforniță 14, 16, 20, 22, 24

Marcello Massimo Cavalletti / Alessandro Luongo 14, 16, 20, 22, 24

Schaunard  Simone Del Savio / Enrico Marabelli 14, 16, 20, 22, 24 

Colline Antonio di Matteo / Gabriele Sagona 14, 16, 20, 22, 24

Alcindoro Matteo Peirone

Benoît Matteo Peirone

* dal Progetto "Fabbrica" Young Artist Program del Teatro dell'Opera di Roma
Orchestra e Coro del Teatro dell'Opera di Roma

con la partecipazione della Scuola di Canto Corale del Teatro dell'Opera di Roma

Nuovo allestimento in coproduzione con Teatro Regio di Torino
con sovratitoli in italiano e inglese
Teatro dell'Opera di Roma, dal 13 al 24 giugno 2018

www.Sipario.it, 16 giugno 2018

Vi sono due modi d'accostarsi all'opera da rappresentare: o con l'idea di entrare nei suoi meccanismi, nel tentativo d'arrivare al cuore per offrirlo al pubblico; oppure semplicemente con lo scopo di stupire. E così la si strappa, talvolta con grazia talaltra con veemenza, dal suo ambiente naturale per portarla fra noi. Ed accade che i costumi d'epoca vengano dismessi, o che certe pettinature siano sostituite da altre a noi più familiari. Tutto muta repentinamente. E ciò nella convinzione che in tal modo un classico riesca a dialogare con noi contemporanei.
È quanto accaduto al regista Àlex Ollé con la sua Bohème, spettacolo finale del Costanzi di Roma prima dell'apertura del Festival di Caracalla. Nella sua febbrile smania di stupire, la regia di Ollé ha piegato Puccini a parlare un linguaggio che poco gli appartiene. E perciò scompare quella Parigi così gaudente e affascinante sul declinar dell'Ottocento. Gli attraenti palazzi dell'epoca cedono il posto a grattacieli di periferia alti anonimi e tutti uguali, con piccoli balconcini che si affacciano su un sobborgo squallido che è meglio non frequentare. Anche i protagonisti, così ben ritratti da Illica e Giacosa, son sempre artisti, ma sguarniti dei loro originari strumenti di lavoro (carta calamaio e penna; tela e pennello; matita e spartito su cui appuntar note). In loro luogo, compaiono computer portatili, telefonini, cuffie per ascoltar musica. La società nella quale Rodolfo, Marcello, Musetta, Mimì, Schaunard e Colline vivono non è più popolata da bohemiens, da intellettuali e da altri artisti; bensì da persone provenienti da svariate parti del mondo; da uomini travestiti da donna; da drogati e prostitute.
Così facendo, alcuni dei dettagli originari di Bohème perdono di significato per assumere l'aspetto di palese incongruenza. Ad esempio a che pro cantare ancora: "Nei cieli bigi/ guardo fumar dai mille comignoli Parigi" quando le scene approntate da Alfons Flores mostrano moltitudini di balconi con cassoni di condizionatori? A questo punto, viene anche meno il senso di freddo interno all'appartamento in cui vivono i quattro artisti squattrinati. Così come sfuma l'atto sacrificale di Marcello nel bruciare la sua opera per avvivare un timido fuocherello e scaldarsi: essendoci un computer che salva ogni documento, tale gesto diviene ininfluente.
Nonostante tutto, i cantanti si sono rivelati eccezionali. Soprattutto Musetta (Olga Kulchynska), la cui voce, potente e delicata, in alcuni momenti è vibrante e limpida al punto da sovrastare coi suoi armonici l'intero palco e persino l'orchestra, bravissima nell'eseguire le sublimi musiche di Puccini sotto l'ottima e vigile direzione di Henrik Nánási.
Peccato che solo per stupire, Ollé abbia tralasciato un aspetto fondamentale d'ogni opera d'arte: e cioè che affinché essa parli di noi occorre che si mantenga fuori dal nostro mondo. Modernizzare Bohème come egli ha fatto, è equivalso ad imbavagliarla obbligandola a un silenzio di cui ci si rammarica.

Pierluigi Pietricola

Ultima modifica il Domenica, 17 Giugno 2018 06:22

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