lunedì, 15 ottobre, 2018
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TRIPLE BILL, ROH - coreografie Wayne McGregor, Frederick Ashton, Kenneth MacMillan

Benjamin Ella e Joseph Sissens in "Obsidian tear", coreografia Wayne McGregor. Foto Tristram Kenton, ROH Benjamin Ella e Joseph Sissens in "Obsidian tear", coreografia Wayne McGregor. Foto Tristram Kenton, ROH

OBSIDIAN TEAR
Coreografia di Wayne McGregor. Musica di Esa-Pekka Salonen
Scene: Wayne McGregor. Fashion Director: Katie Shillingford. Luci: Lucy Carter. Drammaturgo: Uzma Hameed.
Con: Luca Acri, Matthew Ball, William Bracewell, Alexander Campbell, Tristan Dyer, Ryoichi Hirano, Paul Kay, Calvin Richardson, Tomas Mock.
Orchestra della Royal Opera House. Direttore: Tom Seligman. Violino: Vasko Vassilev.

MARGUERITE AND ARMAND
Coreografia di Frederick Ashton. Musica di Franz Liszt. Orchestrazione: Dudley Simpson
Scene: Cecil Beaton. Luci: John B. Read.
Con: Alessandra Ferri, Federico Bonelli, Christopher Saunders, Gary Avis e gli artisti del Royal Ballet
Orchestra della Royal Opera House. Direttore: Tom Seligman. Pianoforte: Robert Clark.

ELITE SYNCOPATIONS
Coreografia di Kenneth MacMillan. Musica: Scott Joplin and other ragtime composers. Costumi: Ian Spurling. Luci: John B. Read.
Con: Sarah Lamb, Ryoichi Hirano, Melissa Hamilton, Paul Kay e gli artisti del Royal Ballet
Direttore e pianoforte: Robert Clark.

LONDRA, Royal Opera House, dal 14 aprile all'11 maggio 2018

 www.Sipario.it, 30 aprile 2018

Lacerazioni, refoli d'amore e giocondità alla Royal Opera House

Il dodicesimo appuntamento con la danza previsto nella corrente stagione della Royal Opera House è una considerevole occasione per palesare la straordinaria varietà del repertorio della compagnia d'oltremanica: troupe mai parca nel proporre eterogenei itinerari tersicorei e mai dimentica dell'irrinunciabile corso storico che la delinea.
Obsidian Tear, Marguerite and Armand e Elite Syncopations sono i tre titoli che trovano spazio nell'ultimo programma misto del cartellone. Una serata dedicata a tre opere coreutiche distinte per tradizione, intenti e tessuti coreografici firmate da tre coreografici residenti incardinati in differenti cornici storiche: Wayne McGregor, Frederick Ashton, Kenneth MacMillan.

Obsidian Tear, andato in scena per la prima volta sul prestigioso palco del Covent Garden nel 2016, è il lavoro di Wayne McGregor pennellato su rilievi che traggono spunto dalla mitologia e capaci di proporre velati ricordi atavici. Il cardinale riferimento dell'opera è, per l'appunto, rintracciabile in quella potenza seduttiva che il coreografo colse nella primordiale divinità Nyx emersa nell'omonimo poema sinfonico di Esa-Pekka Salonen cui egli giustappose, nell'atto creativo del proprio lavoro coreografico, la composizione per solo violino Lachen verlernt, anch'essa firmata dall'artista finlandese. Il titolo dell'opera svela, tuttavia, il palese riferimento all'ossidiana e alla lacrima d'Apache: leggenda qui non reinterpretata ma divenuta occasione, metaforicamente riletta, per scandagliare il potere vigoroso della violenta sfera emotiva. Seguendo tale direttiva interpretativa il vetro vulcanico, nella visione di McGregor, è riferimento empirico delle peculiarità dell'oscura divinità agito, inoltre, nella duplice valenza semantica che il termine tear assume nella lingua inglese. La lacrima e lo strappo risultano correlati nell'intento di rendere manifesto l'atto lacerante della violenza e della sofferenza emotiva nell'eloquente manifestazione del volto solcato dal pianto: una metamorfosi fisica ed emotiva, questa, che può essere metaforicamente associata al mutamento da cui scaturisce e cui perviene il vetro vulcanico. Questo ampio, multiforme e corposo riferimento drammaturgico - accortamente esplicitato da Uzma Hameed nel programma di sala - non emerge didascalicamente nel lavoro di McGregor ma vive nel fertile dialogo tra la resa esplicita dei tratti significanti e la peculiare volontà di lasciare spazio all'indeterminato quale occasione di riflessione autonoma per lo spettatore.
Il cast tutto al maschile dei nove danzatori coinvolti in occasione della prima rappresentazione - Luca Acri, Matthew Ball, William Bracewell, Alexander Campbell, Tristan Dyer, Ryoichi Hirano, Paul Kay, Calvin Richardson, Tomas Mock - trova nella compagnia inglese validità, vitalità e vigorosità. Nell'essenziale gioco cromatico del nero, rosso e ambra i danzatori inglesi disegnano, con un movimento netto e potente, i tratti coreografici delineati su un tappeto musicale che, in crescendo, non si affranca dal palesare le sfumature della preziosa soave virilità maschile: corpi che, in relazione e conflitto, sembrano condividere e mostrare il lavoro metamorfico che innerva la drammaturgia. Nella chiusa dell'atto coreografico lo squarcio di luce ambra che contorna lo spazio scenico della Royal Opera House è testimone dell'abisso e dell'umana voragine mostrata nel precipitare dell'uomo nel vuoto: atto di lacerazione, strappo, lacrima, pianto e oscurità primordiale.

Il secondo momento della serata è, di converso, dedicato a Sir Frederick Ashton, colui che pennellò le peculiarità del cosiddetto stile inglese in danza. La sua creazione del 1963 Marguerite and Armand com'è noto suggellò l'unicità della partnership artistica di Margot Fonteyn e Rudolf Nureyev. Non furono molte le interpreti che nel tempo al Royal Ballet si cimentarono nel ruolo di colei che riempie le pagine de La Dame aux camélias di Alexandre Dumas figlio: tendenza, questa, che testimonia l'ineludibile legame che vincola il breve balletto di Ashton agli acclamati divi della danza per cui vide la luce negli anni Sessanta. Nella ristretta cerchia di coloro che vestirono i panni del ruolo della protagonista si annovera Alessandra Ferri, la cinquantaquattrenne danzatrice italiana tornata sul palco della Royal Opera House per la prima rappresentazione di questa ripresa del titolo. L'emblematico primo incontro di Marguerite con Armand gode con Alessandra Ferri di quell'elegante afflato d'amore che è, per di più, la coerente e irrinunciabile scelta interpretativa più idonea ad un piccolo gioiello della tradizione coreografica inglese. Parimenti distinto e armonioso è il tratto consegnato da Federico Bonelli nei panni di Armand, abile nel palesare il linguaggio ashtoniano e l'adozione di un registro mai vicino all'esacerbazione.
Il ruolo di Marguerite è, quindi, vissuto in prosieguo nella modulazione del cupo volto che accompagna l'incontro con il padre di Armand, l'accorante e limpido sguardo dell'abbandono fra le braccia dell'amato per guadagnare, infine, il proverbiale pietrificato volto della tragédienne nel momento del lacerante ripudio di Armand. La condivisione palpitante di un respiro profondo, attraversato, mai finto, lentamente abbandonato sul palco e condiviso con la platea è il dono prezioso che i due artisti italiani concedono agli accorti ballettomani inglesi.

La conclusiva pagina coreutica della serata riprende un titolo proposto nel ricco programma tersicoreo Kenneth MacMillan: a National Celebration presentato alla Royal Opera House lo scorso mese di ottobre in occasione del venticinquesimo anniversario della morte di Sir Kenneth MacMillan: il singolare balletto Elite Syncopations. Com'è noto l'opera è un vero inno all'ottimismo e alla spontaneità di vita disegnata su un fondamento musicale che il coreografo non si esimette dal definire "gay, irreverant, very tuneful dancing music". La ragtime music di Scott Joplin è, infatti, il richiamo principe del lavoro del coreografo scozzese all'epoca affascinato dall'idea di creare "a sort of anti-Manon, a short, featherlight confection" - come scrive Mark Monahan - e non è un caso, oltretutto, che ambedue i titoli citati recano il medesimo anno di composizione, il 1974. La danza proposta in questo lieve e piacevolissimo titolo attinge al vocabolario del balletto filtrato da quelle spezzate ed irresistibili sinuosità della linea inscritta in una consequenziale e uniforme scrittura coreografica. Persuade la compagnia d'oltremanica nel rispolverare i frizzanti tratti di un milieu sociale al quale lo spettatore sembra presenziare in prima linea ma su tutti emerge e si impone poderosamente - finanche sullo slanciato ed aitante Ryoichi Hirano - l'ammaliante presenza della raffinatissima Sarah Lamb qui impegnata a consegnare una donna sofisticata ma non affrancata da quella vivida briosità che segna il titolo.
Bagliori di vita, di empirica e vissuta esistenza, sono i tratti di questo dodicesimo titolo tersicoreo alla Royal Opera House: modulazioni di vissuti che divengono voragini, lacrime, lacerazioni ma anche afflati, doni di sé e rivoli di lievità e pura gaiezza.

Vito Lentini

Ultima modifica il Martedì, 01 Maggio 2018 08:52

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