lunedì, 15 ottobre, 2018
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SYLVIA - coreografia Frederick Ashton

Marianela Nunez and Artists of The Royal Ballet in "Sylvia", coreografia Frederick Ashton. Foto Tristram Kenton ROH 2010 Marianela Nunez and Artists of The Royal Ballet in "Sylvia", coreografia Frederick Ashton. Foto Tristram Kenton ROH 2010

Balletto in tre atti
Coreografia di Frederick Ashton. Musica di Léo Delibes
Produzione, realizzazione e allestimento: Christopher Newton
Scene e costumi originali: Robin e Christopher Ironside
Scene e costumi aggiuntivi: Peter Farmer. Luci: Mark Jonathan.

Con: Marianela Nuñez, Lauren Cuthbertson, Natalia Osipova, Federico Bonelli, Vadim Muntagirov, Reece Clarke, Ryoichi Hirano, Nehemiah Kish, Thiago Soares e gli artisti del Royal Ballet
Orchestra of The Royal Opera House
Conductor: Simon Hewett

LONDRA, Royal Opera House, dal 23 novembre al 16 dicembre 2017

www.Sipario.it, 26 dicembre 2017

Sylvia e le sfumature mitologiche al Royal Ballet

Nei nostri numerosi interventi inerenti la critica di danza non di rado ci si è soffermati a lungo sull'analisi delle vicissitudini storiche relative ai più importanti titoli del repertorio ballettistico ottocentesco. Sotto questo rispetto appare interessante volgere l'attenzione ad un balletto che non visse la fortuna scenica riservata ad altre opere ma che godette della calorosa approvazione degli estimatori della composizione musicale. Lo spettacolo Sylvia, ou la Nymphe de Diane - balletto che debuttò nel 1876 all'Opéra de Paris a firma del premier maïtre de ballet Louis Mérante e che suggellò l'epilogo dell'emblematica tradizione romantica francese - fu musicalmente commissionato a Léo Delibes che creò un'opera di straordinaria raffinatezza incorniciata in una preziosa ed eterogenea ricchezza della melodia, del ritmo, dell'armonia. Aspetti, questi, ravvisati in illo tempore dal fine orecchio di Pëtr Il'ič Čajkovskij che, in una lettera all'amico Sergei Tanejev, scrisse: "Se ne fossi venuto a conoscenza prima, non avrei mai composto Il lago dei cigni". Inclito pensiero rivelatore del valore della creazione di Delibes nonché nodale sostegno che seguitò ad eludere l'oblio che storicamente sembrò adagiarsi sul balletto. Un'ossatura musicale che, nel molteplice ed altalenante corso storico subito, venne affiancata dalla confortante svolta coreografica del 1952 ad opera di Sir. Frederick Ashton. Colui che è universalmente noto come il fondatore del cosiddetto 'stile inglese' firmò la sua prima versione del balletto di Delibes pensandola come omaggio a Dame Margot Fonteyn, prima ballerina assoluta del Royal Ballet.
Rispolverata da Christopher Newton nel 2004 l'elegante, distintiva e florida versione del noto coreografo inglese è recentemente tornata ad infiammare l'accorta platea dei ballettomani inglesi in occasione del sessantacinquesimo anniversario della creazione. La troupe d'oltremanica, impegnata a riportare in scena i fasti mitologici che traggono origine dalla favola pastorale Aminta di Torquato Tasso, seguita a palesare la plasticità delle linee e l'elegante naturalezza nella laboriosa attenzione per il dettaglio mai affrancato dalla semplicità del gesto. Un segmento prezioso di espressione coreografica peculiare che chiama in causa non unicamente il corpo di ballo ma preponderantemente anche il ruolo della protagonista, uno dei più impegnativi del repertorio classico.
Nei panni di Sylvia abbiamo riscoperto, nelle nove recite proposte, la risoluta interpretazione di Marianela Nuñez disinvolta nel modulare i vigorosi tratti del valzer lento del primo atto - occasione che le consente di corroborare i suoi proverbiali equilibri in arabesques e attitudes definite - con le seducenti combinazioni del secondo atto e l'abile nitidezza consegnata nell'ardua variazione sui celebri Pizzicati dell'ultimo atto. Ad affiancare il brio della ninfa fedele a Diana è il validissimo Aminta interpretato da Vadim Muntagirov che eccelle nel trascinante valzer della sua variazione dell'ultimo atto: salti imponenti, diagonali nette e nitore nel lavoro dei piedi sono le caratteristiche precipue che dona al ruolo. Rassicuranti le nuances che offrono entrambi nell'elegante pas de deux: la luminosa gaiezza di colei che è Principal della troupe inglese da quindici anni è armonizzata con la distinta finezza del danzatore russo.
Il secondo cast analizzato in questa ripresa del titolo offre l'opportunità di tornare ad apprezzare la raffinata musicalità di Lauren Cuthbertson, interprete accorta nel cogliere la grazia del lavoro di Sir Ashton omaggiando la sua Sylvia di pose placide e linee ingentilite. Nell'atteggiamento canzonatorio davanti la statua di Eros e nei panni della seducente odalisca ella seguita a pennellare il ruolo con morbidi tratti, reiteratamente riproposti anche nel baccanale conclusivo e nella rapidità del lavoro sulle punte che struttura la sua variazione. Il pastore Aminta è il solista Reece Clarke - di recente nomina - abile nell'eseguire correttamente le combinazioni coreografiche previste per il ruolo e nelle modulazioni dell'adagio del pas de deux conclusivo quantunque il suo port de bras sia alla ricerca di grazia ed accurata originalità.
Nel ruolo del cacciatore Orion si segnala la vitale interpretazione di Thiago Soares, accortamente convincente e risolutamente imperioso, e nel ruolo di Eros l'italiano Valentino Zucchetti, destro nel restituire la danza rituale del primo atto come pure il breve a solo dell'atto conclusivo prima di svelare il volto di Sylvia.
La creazione di Sir Ashton, incorniciata dalle scene e costumi originali di Robin e Christopher Ironside - con scene e costumi aggiuntivi di Peter Farmer - e recentemente entrata nel repertorio del Mariinsky di San Pietroburgo, non palesa unicamente il merito di aver affrancato il titolo dalle alterne fortune vissute sulla scena ma avvalora il contributo distintivo del più influente coreografo inglese in particolare nel riuscire a disegnare sul corpo dei danzatori il flusso e la diversità musicale che seguitano a stagliarsi quale fondamento di diversità ed eleganza coreografica. Un aspetto di rilievo, questo, che continua a corroborare gli studi di settore dedicati ad un'opera che indubbiamente rappresenta "a major chapter - come evidenzia Gavin Plumley nel programma di sala - in the history of dance music".

Vito Lentini

Ultima modifica il Giovedì, 28 Dicembre 2017 07:26

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