lunedì, 25 settembre, 2017
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DONIZETTI ® INTO A RAVE - coreografia Monica Casadei


"Donizetti ® into a RAVE", coreografia Monica Casadei. Foto Fabio Fiandrini "Donizetti ® into a RAVE", coreografia Monica Casadei. Foto Fabio Fiandrini

ideazione e coreografia Monica Casadei
Musiche Gaetano Donizetti
Elaborazione musicale Luca Vianini
Musiche originali Jodi Pedrali, Alessandro Cozzolino, Nicola Buttafuoco
Costumi Atelier Moki
Costumi-scultura Pastore e Bovina – Studio Elica
Foresta insanguinata Fabian Albertini
Foresta acquatico Fabio Fiandrini
 
Gabbie Camilla Marinoni
Intagliatore ligneo Marino Angelo Rossi
Coproduzione Artemis Danza, Festival Danza Estate e Fondazione Donizetti
In collaborazione con collettivo Knobs Bergamo
Debutto al Teatro Sociale di Bergamo, il 22 giugno 2017 nell'ambito del Festival Danza Estate

www.Sipario.it, 5 luglio 2017

Le eroine deliranti di Donizetti secondo Monica Casadei
"Uscire dal solco, dal tracciato, perdere la retta via della ragione". Monica Casadei cita il significato etimologico della parola "delirio" per introdurre il tema che anima la sua nuova creazione Donizetti ® into a RAVE. Dentro il delirio. In quest'ultimo capitolo dell'appassionato progetto "Corpo d'Opera" dedicato alle figure femminili del melodramma (Traviata, Tosca, Carmen, Isotta), incontriamo Anna Bolena e Lucia di Lammermoor, eroine di Donizetti, figure tragiche destinate a soccombere. Qui però, a differenza delle precedenti creazioni, un'insolita e felice ironia pervade gran parte dello spettacolo. Merito del delirio, di quella irrazionale follia che rende incontrollabile le azioni, che genera uno stato confusionale, un disorientamento spazio-temporale. La scena circoscritta di teli di plastica con dei segni di graffiti (ma alquanto insignificanti, che impoveriscono la messinscena sotto l'aspetto visuale; scenografia che andrebbe ripensata) è popolata quasi sempre di tutto l'ensemble della compagnia Artemis Danza, con un divertente gruppo maschile che, dai costumi inzialmente bianchi, ricomparirà per tutto il tempo a torso nudo, in bermuda, scarpe da ginnastica, e con polsini e gorgiera al collo come caricature catapultate da un'opera buffa. Entrano con movimenti da ubriachi, da espressioni ebete, seguiti dalle donne intrufolatesi e bloccate in pose ed espressioni diverse, di pianto e di risa. Rideranno tutti come matti, a più riprese, intrecciando relazioni caotiche mentre il tessuto musicale di Donizetti verrà manipolato da rotture di sonorità rock, punk e elettroniche. I personaggi sono tutti collocati in un manicomio, quali finti pazzi impegnati a scoprire i tradimenti dei rispettivi consorti. Ma l'inizio ha visto prima un intenso assolo femminile in cui, con gesti ampi di braccia e rotazioni fluttuanti, in preda ad allucinazioni e paure Anna Bolena, oppressa e inerme, è pervasa da un senso di smarrimento, accompagnata da un video a tutto schermo con lei sospesa, immersa in un universo acquatico. Sono i fantasmi della mente a determinare anche il secondo potente assolo (ma un po' troppo insistito nei movimenti ripetitivi e nella reiterazione della musica) di una sgomenta Lucia di Lammermoor, vittima e carnefice allo stesso tempo che, sappiamo dalla trama, ucciderà prima lo sposo delle nozze forzate, poi se stessa. La pazzia in cui sta per morire è il delirio non delle allucinazioni ma quello della follia indotta. Le efficaci immagini video (la foresta insanguinata di Fabian Albertini, quello acquatico di Fabio Fiandrini) popolano la sua mente dentro una foresta insanguinata, in balìa di una forza inarrestabile. Il resto, il delirio collettivo, è un carosello tragicomico, con i danzatori in frenetici movimenti singoli e di gruppo, tra danze techno, sincopate, da rave, esilaranti gag su panche e con asciugamani per il sudore, giochi infantili e stralunate acrobazie che confondono le situazioni e rovesciano i criteri di follia. Tra le sequenze che ricordiamo quella dell'ingresso delle donne ciascuna con un piccolo tappeto di disegno diverso dentro il quale, accovacciate o in ginocchio, con gesti nevrotici danzeranno la propria folle personalità. Ma è l'immagine finale a imprimersi, per l'inventiva della coreografa che, sempre in sinergia con giovani artisti, scenografi, costumisti e musicisti che chiama a collaborare – ed è, questa, una sua innegabile capacità umana e creativa –, immagina una Lucia prigioniera, ormai morta, dentro un abito trasparente con la struttura filiforme di ceramica rossa, e con la testa dentro una gabbia d'uccello: elemento onirico che ne fa una donna annullata, cancellata. Avanza lentissima con dietro di lei una massa che tiene in mano altre gabbie piene di oggetti: scarpe, palloncini, pupazzi... E ancora dietro, scorre lenta e avanza una fila di uomini che tengono dentro le loro braccia le teste delle donne. Lucia è tutta quelle teste, le gabbie tutti i soprusi e i tradimenti delle donne. Dure e fragili come le eroine donizettiane.
Una nota al margine. Monica Casadei, che ha affrontato la partitura verdiana in più coreografie; quella di Wagner del "Tristano e Isotta" nello spettacolo "La doppia notte. Aida e Tristan"; e poi Puccini e Bizet, dimostra una grande conoscenza e dimestichezza con l'opera lirica. Non sarebbe strano, anzi auspicabile, vederla, prima o poi, alle prese con la regia di un'opera lirica, anche per lo sguardo contemporaneo con cui indaga il melodramma, e per la capacità che possiede di muovere le masse in scena.

Giuseppe Distefano

Ultima modifica il Venerdì, 07 Luglio 2017 10:26

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