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"A". SEMU TUTTI DEVOTI TUTTI? - coreografia Roberto Zappalà

"A". semu tutti devoti tutti? "A". semu tutti devoti tutti? coreografia Roberto Zappalà

Coreografia, regia: Roberto Zappalà
Musica originale: Puccio Castrogiovanni (I Lautari)
Carmen Consoli ascolta, approva e poi sconvolge le corde della sua chitarra
Costumi: Marella Ferrera
Drammaturgia: Nello Calabrò e Roberto Zappalà
Interpretazione e collaborazione: Danzatori: Adriano Coletta, Alain El Sakhawi, Akos Dòzsa, Samantha Franchini, Salvatore Romania, Fernando Roldan Ferrer, Antoine Roux-Briffaud, Massimo Trombetta
Musicisti : Salvo Dub, basso | Puccio Castrogiovanni, corde, marranzani e fisarmonica | Salvo Farruggio, percussioni | Peppe Nicotra, chitarre, Fotografo di scena: Gian Maria Musarra
Catania, Scenario Pubblico, dal 23 gennaio al 8 febbraio 2009

Panorama, N. 8 2009
www.Sipario.it, 22 febbraio 2009
Tifo per sport e religione

Catania era un grosso rischio. Roberto Zappalà, voce autorevole della danza contemporanea al Sud, allo Scenario Pubblico di Catania c’è riuscito, rinunciando agli aneddoti ma lavorando sui simboli e trasformandoli in elementi astratti di una danza tutta al maschile, piena di forza, ossessiva, ora rapida ora rallentata, impregnata di fanatismo come la processione che per due giorni a febbraio lascia sotto shock l’intera città. Un tifo simile a quello sportivo per il Catania continuamente citato; compreso un video che ci presenta Carmen Consoli in un assolo alla chitarra sul prato dello stadio. Ha aspetti Sm la figura di Agata martirizzata alle mammelle. Tema che ritorna nella scenografia fatta di reggi- seni bianchi, nel corpo femminile nudo, privo di vita che viene trasportato, sospeso dal gruppo di sette danzatori. A. Semu tutti devoti tutti?, dove A è la santa, il resto è il grido dei devoti, ha un punto interrogativo perché si interroga, alla fine, sulla reale natura di una festa che nei suoi risvolti è in odore di mafia.

Sergio Trombetta

Un uomo si percuote violentemente il petto fino a farlo diventare rosso di dolore, segno autopunitivo di espiazione del male attraverso la mortificazione della carne, confessando la propria natura corrotta e peccaminosa e nello stesso tempo mostrandola, esibendola. Fin dall’inizio lo spettacolo del coreografo siciliano Roberto Zappalà, è capace di traslare in formulazioni gestuali dal forte sistema segnico un carico di significati tutti ruotanti intorno al tema della religiosità popolare così come si esprime nella festa di S. Agata.
"A." semu tutti devoti tutti? è un interrogativo sul significato della festa vissuta dai cittadini come evento totale e totalizzante. Ed ecco spiegato il riferimento all’Aleph di Borges, dall'alfabeto ebraico “zero”, l'inizio, il tutto, la fine, dal quale tutte le cose per emanazione nascono e tendono a ritornare.
Teatro della devozione, del furore, dell’istinto, del delirio dionisiaco, esaltazione mistica, ed eccitazione collettiva, la festa assume il significato di un rituale sacro-magico in cui il clan rielabora il proprio sistema valoriale e interpretativo della realtà, ma essa offre un punto di vista privilegiato per focalizzare i nodi cruciali della società catanese e siciliana in genere, per spiegare le ragioni sociali e antropologiche dei comportamenti umani.
La danza può allora tradurre in simboli le contraddizioni e le incoerenze della vita umana e della storia, scomporre e ricomporre l’eterogeneità dell’esistente, oscillando tra ethos, epos fino al primato dell’eros.
Non l’iconografia della festa, ma uno sguardo non neutrale che la re-interpreta attraverso pochi ma densi nuclei tematici: la processione, l’essere folla, le commistioni con la mafia. Le continue sovrapposizioni tra sacro e profano, tra kitsch e barocco, tra ultraismo religioso e ultraismo calcistico, tra reliquie di sante e moderne rockstar, tra miti e mistificazioni, sono tutti elementi riconducibili ad una forte riflessione sul senso dell’identità di una comunità che proprio in quella forma rituale o rappresentazione simbolica spettacolarrizzata, celebra il proprio senso di appartenenza (liturgia, letteralmente “azione del popolo", religione-religere-riunire).
Un magma da cui non emerge nessun individuo, una massa di corpi senza identità che si spingono gli uni contro gli altri e che vivono solo dalla forza che emana dal gruppo: è la rappresentazione della folla brulicante che sciama sotto il fercolo della santa. La processione della santa diventa un corpo totalmente nudo e senza vita di donna preso, rovesciato, fatto scorrere, capovolto e innalzato dai devoti (tutti uomini) in molteplici pose plastiche (tutte iconograficamente riconducibili alla pietà della “passio Christi”) in una possessione erotica del corpo della santa/preda, in un insistere sul martirio, sul sacrificio che si rinnova, sulla sofferenza fisica e corporea. Eppure Zappalà non eccede mai, procede per simboli compiuti, ma mai traboccanti e compiaciuti, ha da dire la sua e la dice con la sua danza, ma senza che il messaggio arrivi a sovrastare un’estetica assoluta, in perfetto equilibrio tra ricerca della verità e sua rappresentazione.
Così anche la scenografia, quinte di reggiseni bianchi che alludono al martirio della santa i cui seni, strappati con tenaglie, e portati in processione, rimandano al simbolo archetipico della femminilità, della Dea Madre, sovrintendente ai riti della nascita e della morte, dalla quale si nasce e alla quale si torna.
A fare da contrasto con il movimento fluido, materico, estatico, uno spietato agonismo investe gli esseri umani,  quando la processione si allontana e smette di esercitare la carica emozionale  che da essa emana, allora la società diventa rabbiosa, accanita, tribale, dominata dall’istinto, dal bellum omnium contra omnes. I movimenti procedono a scatti, collidono, si spezzano, si urtano, le linee diventano angolose, scheggiate, i devoti si trasformano in vittime e carnefici in un gioco infinito di lotta e sopraffazione.
Ma poi, alla fine, un tremolio investe la mano quando indossa il guanto della processione, colta da un’emozione contraddittoria, ma sincera, vestendo quel guanto bianco si purifica, si autoassolve, giunge alla catarsi. Allora la  preghiera diventa nome di un boss Dio-lo-sà,  che da vaticinio biblico, si trasforma nel nome del presidente del Circolo di S. Agata, rinviato a giudizio, come si scopre alla fine, per mafia, una sorta di religione rovesciata, indossata come un guanto, che si può togliere al momento opportuno.
Lo spettacolo diventa anche denuncia contro il controllo della festa da parte della mafia che gestisce le uscite e le fermate del fercolo, il business dei fuochi d'artificio e della vendita della cera, del torrone e dei palloncini, le scommesse. Ma per il coreografo la festa è soprattutto “una fucina di sensazioni da trasmettere”, una necessità emotiva, un’urgenza comunicativa nata in lui, -come ci racconta-, dopo la morte dell’agente Raciti ucciso nello scontro tra i tifosi, nel periodo dei festeggiamenti, quando la città più forte sente il proprio senso di appartenenza. La proiezione muta dei tifosi allo stadio contribuisce a creare un’ennesima sovrapposizione tra fan, religioso, calcistico, ultras/devoto. Fanatismo (dal latino “fanaticum”), assume il significato di  "ispirato da una divinità, invasato da estro divino, con quella vena di follia e di eccesso, connessi con tutte le manifestazioni popolari. Per diventare poi il fan delle moderne dive, quando nello stesso stadio suona Carmen Consoli,  moderno mito, nuova diva-dea, quando la parola mito perde la sfera della sacralità, ma mantiene la forza di produrre simboli ed icone depositati nell’immaginario collettivo. Questo lavoro è anche la 3° tappa del progetto di rimappatura della Sicilia, che il coreografo ha avviato di recente. Ecco perché si muove anche nella direzione di mettere insieme i “prodotti” più rappresentativi della città. Oltre a Carmen Consoli che appare solo nella dimensione “allontanata” della proiezione, la stilista Marella Ferrera che ha curato i costumi e Puccio Castrogiovanni, del noto gruppo I Lautari, che ha scritto le musiche originali e curato una ricerca musicale che va dai Dire Straits, a Mahler, dalla canzone napoletana a Burt Bacharach, dal folk al canto delle benedettine.
Perché la festa di S. Agata è anche questo miscuglio di rumori, di musiche, di voci, di passato e di modernità, di religioso e di folkloristico, di criminalità e voglia di purificazione, di superstizione e di ricerca assoluta di santità.

Filippa Ilardo

Ultima modifica il Lunedì, 22 Luglio 2013 07:00
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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