martedì, 12 dicembre, 2017
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(CINEMA) - "Assassinio sull'Orient Express" di Kenneth Branagh. Il giallo è elisabettiano

"Assassinio sull'Orient Express" di Kenneth Branagh "Assassinio sull'Orient Express" di Kenneth Branagh

Assassinio sull'Orient Express (Murder On the Orient Express)
di Kenneth Branagh
Con Kenneth Branagh, Penélope Cruz, Willem Dafoe, Judi Dench, Johnny Depp
USA 2017

Il giallo è elisabettiano

Il famoso investigatore belga Hercule Poirot (Branagh) è a Gerusalemme in vacanza ma si trova a dover individuare chi, tra il rabbino (Elliot Levey), il prete (David Anney) e l'imam (Joseph Long), ha compiuto un furto sacrilego; una piccola crepa sul muro lo porta alla soluzione: il colpevole è l'Ispettore Capo (Michael Rouse). Risolto il caso, decide di partire per Instanbul per riposarsi con un viaggio nel favoloso Orient Express. In battello incontra l'istitutrice Mary Debenham (Daisy Ridley) e il medico di colore Aburthnot (Leslie Odom jr.), anche loro in procinto di prendere l'Orient Express e nota che tra i due c'è del tenero (anche se loro cercano di nasconderlo). Arrivato in Turchia incontra il suo vecchio amico Bouc (Tom Bateman), che ora dirige la compagnia ferroviaria e che riesce, fortunosamente (la prima classe è insolitamente completa, nonostante sia un periodo di bassa stagione) a trovargli una cabina sul treno. Qui viene accolto dal capo-carrozza Jean Michael (Marwan Kenzari) e conosce gli altri compagni di viaggio: oltre a Bouc e alla coppia incontrata nel traghetto, ci sono la missionaria laica Pilar Estravados (Cruz), la dispotica principessa russa Dragomiroff (Dench) con la servizievole dama di compagnia Hildegrade Schmidt (Olivia Colman), il commerciante d'auto Biniamino Marquez (Manuel Garzia-Rulfo), lo sprezzante e razzista professore austriaco Gerhard Hartman (Dafoe), una coppia di nobili etoile ungheresi della danza, i conti Rudolph (Sergei Polunin) e Helena (Lucy Boynton) Andrenyi, la chiassosa vedova americana Carolyn Hubbard (Michelle Pfeiffer) e l'ambiguo e volgare antiquario Edward Ratchett (Depp), con al seguito il segretario Hector McQueen (Josh Gad) e il maggiordomo Edward Henry Masterman (Derek Jacobi). Ratchett cerca più volte, invano, di parlare con Poirot e, quando ci riesce (complice un dolce al quale l'investigatore non sa resistere), gli dice di essere nel mirino di un boss della mafia per un quadro falso che gli aveva venduto e gli offre una grossa somma perché gli guardi le spalle; lui naturalmente rifiuta. Una notte, Poirot sente un gran trambusto e, affacciandosi dalla sua cabina, vede una dona in kimono rosso che si allontana dalla cabina di Ratchett. L'indomani mattina, notando l'assenza di questi a colazione, se ne fa aprire da Bouc la porta e ne scopre il cadavere, trafitto da tredici pugnalate; sparsi nella stanza vi sono alcuni indizi: un fazzoletto di lino con ricamata una H, un nettapipe, un bottone di una divisa da capotreno e l'orologio da taschino di Ratchett, fermo all'una e quarantacinque. Il treno è bloccato perché una tempesta di neve ne ha ostruito i binari e Bouc prega Poirot, per il buon nome della compagnia, di indagare sul delitto, cosicché, all'arrivo dei soccorsi, il colpevole sia assicurato rapidamente alla giustizia. Senza entusiasmo lui accetta e, ben presto, scopre che il morto in realtà era il gangster Cassetti, autore di un famoso kidnapping. La storia era stata a lungo al centro dell'attenzione della cronaca statunitense: Daisy, la figlia piccola del Colonnello John Armstrong (Phil Dunster) e di sua moglie Sonia (Miranda Raison) era stata rapita e, nonostante il pagamento del riscatto, uccisa; la madre, incinta, per lo shock aveva prima abortito e poi si era uccisa, imitata poco dopo dal marito, travolto dal dolore di quelle perdite; il giudice (Rami Nasr) incaricato del caso, pressato dai media aveva messo sotto processo la cameriera Susanne (Hayat Kamille), la quale, pur prosciolta, si era, a sua volta, suicidata per la vergogna e i sensi di colpa (al momento del rapimento non era al suo posto perché si era appartata con il fidanzato) e quando era arrivato a Cassetti e questi, ricco e potente, era riuscito ad eclissarsi la sua carriera e la sua onorabilità erano stati definitivamente compromessi. Mano a mano, il detective scopre che ciascuno dei passeggeri aveva un legame con quella vicenda: Mary era la nurse di Daisy al momento del rapimento, il dottore aveva potuto studiare grazie all'aiuto di Armstrong, suo comandante in guerra, Marquez era lo chauffer degli Armstrong, Masterman il maggiordomo e Hildegarde la cuoca, la principessa era amica ed ammiratrice della grande attrice Linda Arden madre di Sonia, della quale era madrina, la contessa era la sorella di Sonia – e il marito viveva con immenso dolore il decadimento psicologico e fisco che la tragedia le aveva procurato - mentre McQueen è figlio del giudice rovinato dal caso, Jean Michael il padre di Susanne e il professore (in realtà un ex-poliziotto inglese) il fidanzato della ragazza e la Hubbard altri non è che Linda Arden. Ora Poirot ha due alternative: o chiudere le indagini indicando un fantomatico sicario della mafia, che si è allontanato nella notte oppure tirare le fila di un intricato complotto, nel quale sembra che nessuno possa essere innocente od estraneo.
Nel 1974 Sidney Lumet aveva diretto la prima, fortunatissima, trascrizione del romanzo di Agatha Christie, con un cast spettacolare – Albert Finney, Ingrid Bergman (che per il ruolo vinse l'Oscar), Anthony Perkins, Richard Widmark, Vanessa Readgrave, Lauren Bacall, Sean Connery, per citare i più noti – ottenendo la piena approvazione della scrittrice presente alla premiere (lei aveva sempre detestato le riduzioni cinematografiche dei suoi libri). Nel 2001 e nel 2010 seguirono due TV Movies ed ora Branagh si cimenta in quello che possiamo considerare un sostanziale remake del primo film, con pochi, non strutturali cambiamenti (ad esempio Aburthnot è un medico di colore mentre nel film di Lumet – come nel romanzo – è un ufficiale bianco e la missionaria svedese della Bergman diventa, per aderire alla Cruz, spagnola e poco altro). Vista la scelta registica non è scorretto riconoscere che il film di Lumet aveva una forza narrativa che all'odierno in parte manca. E' anche chiaro il motivo: Lumet – insieme a Martin Ritt, Delbert Mann, Arthur Penn, Robert Mulligan – appartiene alla prima generazione di registi che si era fatta le ossa con la televisione, traendone una grande capacità di sintesi narrativa e di drammatizzazione e il suo Assassinio sull'Orient Express deve molto alla sua prima efficacissima opera cinematografica: La parola ai giurati, anche lì un ambiente chiuso e un gruppo di splendidi attori che, con la sola forza della loro recitazione, rende il pathos di un dramma. Branagh è, come è noto, grande attore e regista scespiriano che, mentre quando porta sullo schermo il bardo (Enrico V, Hamlet, Molto rumore per nulla) fa un'opera di, sia pur rispettosa, divulgazione, quando entra in contatto con testi meno accademici (Thor, Cenerentola – a mio avviso il suo capolavoro – e questo) dà loro una solida aura di classicità. Se si esce dal paragone, però, non si può non riconoscere che siamo di fronte ad un ottimo film con una cast degno (la Pfeiffer, in particolare, è in una delle sue performance migliori), una sceneggiatura – di Michael Green (autore degli ultimi Alien e Wolverine e Blade Runner) – di grande efficacia e la maestosa fotografia (con la complessa cinepresa a 65 mm. la stesa di Dunkirk) di Harris Zambarloukos. Certo, aiuta l'operazione, di (per così dire) scespirizzazione della Christie, il dramma di partenza, ispirato al recente caso Lindbergh, che ha i toni di una vera tragedia elisabettiana.

Antonio Ferraro

Ultima modifica il Lunedì, 04 Dicembre 2017 10:49

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